La Campagna di Russia in mostra a Conegliano
Il museo della sezione di Conegliano si trova nella pertinenza di un edificio che al tempo della Serenissima Repubblica di Venezia era un convento domenicano dedicato a San Martino, patrono dei cooperatori domenicani. Durante il periodo napoleonico venne confiscato, come tutti gli edifici ecclesiastici, ed adibito a caserma. E caserma rimase anche dopo la cessione del Veneto all’Austria e da questa all’Italia, dopo la terza guerra d’Indipendenza del 1886.
Milovice, un fiore ai nostri Caduti
Da quindici anni gli alpini delle sezioni di Belluno e di Conegliano ritornano a Milovice, nella Repubblica Ceca, per ricordare i nostri connazionali internati in quel campo di prigionia durante il primo conflitto mondiale. Vi morirono in 5.276, per malattie e denutrizione, ed ora riposano nel cimitero militare internazionale di guerra, assieme a soldati di altre nove nazioni. Angelo Dal Borgo della sezione di Belluno e Lino Chies della sezione di Conegliano sono i promotori di questa annuale trasferta, avvenuta anche ai primi del mese scorso, e conclusasi con una breve ma intensa cerimonia.
Perona ai politici: “Noi ci siamo, e voi?”
È sempre più un momento di raccolta, oltre che di raccoglimento, la Messa che dal 1956 viene celebrata a dicembre di ogni anno in Duomo, a Milano. Fu una iniziativa di Peppino Prisco, in memoria dei Caduti del “suo” battaglione L’Aquila del 9° reggimento, poi estesa a tutti i Caduti. Con gli anni la Messa ha coinvolto un sempre maggior numero di Sezioni, Gruppi, alpini e cittadini. È divenuta un evento importante nella storia della nostra Associazione, rappresenta uno dei cardini della vita associativa: il ricordo di quanti hanno pagato con la vita il “dovere pericolosamente compiuto”.
I russi… nemici?
So che disquisire su alcune terminologie può anche voler essere solo polemici (e di questo chiedo venia), anche perché stiamo parlando di morti, di sacrifici, di stenti, di sofferenze (anche atroci) ma, fra le righe del primo capoverso dell’articolo a pag. 10 del numero di novembre “Quella cjasute in riva al Don”, mi sono suonate anomale le definizioni di “nemico” e di “pattuglia nemica”… i russi in terra di Russia! Ma non eravamo noi gli invasori (o presunti tali!?).
Alpini o alpinisti?
In riferimento all’articolo “All’inizio fu un canto di soldati” apparso su L’Alpino n. 10 del 2012 ed ai numerosi altri articoli e cenni sui numeri precedenti relativi ai canti degli alpini, devo dire che non se ne può proprio più del “Signore delle Cime” ovunque e sempre alle varie nostre cerimonie e manifestazioni e soprattutto in forma quasi esclusiva alle esequie di alpini andati avanti.
La rubrica "Belle famiglie"
Leggo sul nostro mensile L’Alpino del mese di ottobre 2012, che la rubrica “Belle famiglie alpine” non è stata abolita ma spostata sul portale dell’ANA.
Sfogliando i nostri giornali – gennaio 2013
La nostra stampa.
La speranza dalle azioni inutili
Ci avevano messo in guardia. Il ventuno del mese scorso, stando alle profezie maya, sarebbe dovuta accadere la fine del mondo. Per fortuna i Maya stanno bene dove sono. Ci hanno anche fatto sapere che loro se la ridono nel vedere gente che prende sul serio tanta stupidità, liquidando i buontemponi delle catastrofi come segugi scoppiati alla ricerca del nulla. Un nuovo anno ci obbliga agli auguri reciproci. Soprattutto ci obbliga alla speranza. Cosa diversa dall’ottimismo. Questo, come il suo opposto, il pessimismo, fiorisce da un atteggiamento razionale. Se il mondo lo leggessimo solo in termini crudamente logici non avremmo molto da rallegrarci.
Le stelle più brillanti
Erano appena concluse le ennesime, corali condoglianze per l’uccisione di un nostro caporale alpino, quando il Senato della Repubblica faceva mancare il numero legale circa un provvedimento che riguardava proprio l’Afghanistan, un trattato di cooperazione forse oggi più importante che l’invio di ulteriori Truppe.
Pastori con le stellette
Una famiglia, un mentore, un riferimento. Per i ragazzi di vent’anni, in guerra lontano da casa, era questo il loro cappellano. Pregavano insieme alle Messe, celebrate al fronte davanti ad un altarino da campo poco prima dell’attacco, restituiva loro uno sguardo di tenerezza ed era accanto nel momento dell’addio. E una volta a casa, portava una parola di conforto per alleviare la disperazione di genitori e fratelli. Nel loro servizio in guerra i cappellani militari furono uno dei più alti esempi di carità cristiana, uno spirito che sopravvive forte anche oggi, nella loro missione in tempo di pace. Lo sono in modo differente perché diversi sono gli scenari sociali, culturali e di riferimento.
I cappellani militari in guerra e in pace
L’esigenza di assistere spiritualmente i militari ha origini molto antiche: Augusto, primo imperatore romano, riunì nella stessa persona la dignità militare dell’impero con quella religiosa del pontifex maximus. Con Costantino, nel 300 avanti Cristo, a ciascuna legione venne assegnato un sacerdote e una tenda per le liturgie e la preghiera. Essi attraversarono la storia: videro inginocchiarsi fieri condottieri, confessarono leggendari sovrani. Conobbero la parte più fragile d’ogni animo, non attraverso la forza delle armi, propria della guerra, ma attraverso quella più potente e universale della preghiera.
Luigi Reverberi raccontato dal figlio
Il destino talvolta si presenta beffardo riservando una morte misera a uomini dal vissuto valoroso. Al generale Luigi Reverberi accadde così. Morì a sessantuno anni, il giorno del suo onomastico dopo una vita dal sapore leggendario. Ce ne parla il figlio, ingegner Bruno Reverberi, generoso ad accoglierci nella sua elegante dimora milanese.
