Tre richieste
Caro direttore ti chiedo di pubblicare il testo di tre cose in tutto, la prima è l’inno degli alpini perché a richiesta pochissimi lo sanno, la seconda è il testo in vernacolo di coscrit piemonteis, che sarebbe bello che almeno gli alpini piemontesi cantassero quando una banda o fanfara lo esegue, la terza è la richiesta/proposta che la Preghiera dell’Alpino non sia letta da un singolo eletto ma che venga richiesto che tutta l’assemblea la reciti, dopo anni di uditorio e polemiche sul testo, almeno che la si reciti magari unendosi a catenata come facciamo nel coro parrocchiale con il Padre Nostro.
Il forte Bramafam
Con questa nostra lettera vogliamo ringraziare ufficialmente e pubblicamente il Gruppo di Bardonecchia (Sezione Val Susa). Il Gruppo si è dimostrato l’unica realtà in Alta Valle di Susa che ha spontaneamente deciso di contribuire finanziariamente al lavoro di volontariato che noi da più di vent’anni svolgiamo per il recupero e l’allestimento museale del Forte Bramafam di Bardonecchia.
Il mondo su due ruote
È un giorno qualunque di ottobre. Il cielo grigio e basso che scende e bagna le strade. Dal cancello del civico 3 di via Giuseppe Ba spunta una bici traballante per il peso delle borse, due davanti e due dietro, 35 chili in tutto. Paolo sorride nel breve video realizzato con uno smartphone dall’unico amico che è lì a vederlo partire. Un cenno di saluto, due pedalate, poi svolta a sinistra e va con i suoi pensieri, le sue paure, con la felicità di aver raggiunto un obiettivo. Così inizia il viaggio di Paolo, giovane uomo nato a San Giovanni Ilarione, nella media Val d’Alpone. Una laurea in Lettere e undici anni da vigile. È proprio durante il servizio nel centro storico di Verona, tra via Mazzini e Piazza Bra, che comincia a pensare a un’altra vita.
Sul cappello che noi portiamo
Mi riferisco in primo luogo alla lunga lettera a firma Andrea Miconi, in cui questi si lamenta che, alla cerimonia per la Giornata del Ricordo a Basovizza, gli onorevoli Meloni e Salvini “…siano stati ritratti con il cappello in testa solo per avere voti”; tale onore, a suo avviso, spetterebbe tra gli altri al Papa “quale capo della Chiesa cattolica per la quale noi siamo custodi e difensori… ad altri no”.
I motti e la loro epoca
Leggo con stupore la lettera di Riccardo Gismondi, al quale vorrei ricordare che il motto Dio-Patria-Famiglia risale al laico Giuseppe Mazzini, non certo al ventennio fascista. Chi ne vuole conferma può compiere una modesta ricerca, anche su internet. Inoltre ricordo bene che in molte nostre Adunate degli anni passati, vi erano cartelli con la scritta “Dio, Patria, Famiglia”. “Pro aris et focis” (l’equivalente, in latino, del motto Dio-Patria- Famiglia) è un detto usato dagli antichi autori per esprimere attaccamento a tutto quello che è caro e venerabile. Aggiungo che è il motto di molte famiglie e anche di reggimenti militari.
Tracce del passato
Un pubblico numeroso e attento ha affollato, nella mattinata del 22 ottobre, il salone del Centro culturale “La Società” per assistere alla consegna dei riconoscimenti ai vincitori di “Alpini Sempre”, il premio nazionale letterario di narrativa e ricerca scolastica sugli alpini. Arrivare alla 15ª edizione è un risultato di non poco conto per una comunità periferica e per un piccolo gruppo Ana e dimostra l’interesse della gente e il valore degli scrittori che hanno posto al centro dei loro lavori la montagna e il ruolo degli alpini sia in pace che in guerra.
Con le gambe della mente
A forza di sentir parlare dei miracoli in termini strabilianti e spettacolari va a finire che ci sfuggono quelli veri che ci passano sotto gli occhi tante volte in un giorno. Fatti straordinari vissuti nell’ordinarietà del quotidiano. Quando entro in casa di Riccardo Cerantola a Cartigliano, comune del vicentino di 3.800 abitanti, i miracoli che si presentano sono almeno due. Il primo è tecnologico. A parte le varie macchine che consentono le funzioni vitali non più autonome, colpisce il computer oculare con il quale il padrone di casa comunica col mondo.
Scritti… con la divisa
Siamo di nuovo con il nostro artigliere alpino del Gruppo Pieve di Cadore, giunto a “metà del campo mobile ed ora s’avvicina la fine”, come scrive alla mamma.
Una voce fuori dal coro
Mi scuso da subito se questa mia può sembrare “cattiva” ma trovo giusto anche fare sentire una voce un po’ fuori dal coro. Sono un militare, ora in pensione, che ha dato allo Stato ben 44 anni effettivi della sua vita. Ho fatto quasi due carriere complete prima da sottufficiale poi da ufficiale, e vengo con la presente a esporre il mio punto di vista circa il cappello alpino visto che anche su L’Alpino di ottobre se ne parla.
Il ponte dell’amicizia
«Avanti alpini, avanti, di là c’è l’Italia, avanti!». C’è chi racconta che fu questo uno degli ultimi incitamenti del generale Giulio Martinat prima di gettarsi nella mischia con i suoi uomini ed essere colpito a morte. Medaglia d’oro al Valor Militare, morì il 26 gennaio 1943 quando i resti delle gloriose Divisioni alpine superarono faticosamente il terrapieno della ferrovia di Nikolajewka uscendo dai sottopassi e si lanciarono a ovest, attraversando il ponte sul fiume Valuy, che si trova a circa 1 km. L’inferno sembrava alle loro spalle e “casa” una parola che avevano nuovamente l’ardire di sussurrare.
La legge Mancino
Caro direttore, cosa ne pensi della proposta di legge attualmente in discussione al Senato che estende la condanna da due a sei anni della legge Mancino anche a chi “distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza materiali razzisti o xenofobi”? Se la proposta diventasse legge, su denuncia dell’immancabile antimilitarista, qualche zelante Procuratore della Repubblica potrebbe accusare di xenofobia chi canta pubblicamente l’inno del Piave che recita “…non passa lo straniero” e “…indietro va straniero”, straniero, non nemico.
Orgogliosi custodi
Brescia e Nikolajewka. Una storia lunga settantacinque anni, ormai. Una storia di cui le Penne Nere bresciane si sono fatte custodi ed orgogliose testimoni a livello nazionale. Proprio a Brescia, nel gennaio 1946, infatti, a soli tre anni dal doloroso epilogo della Campagna di Russia, alcuni Reduci della Tridentina si ritrovarono in un’osteria, per ricordare. Le centinaia di chilometri percorsi a piedi all’andata, tra i campi di girasole e quelli della ritirata sulla neve, avevano lasciato un segno profondo: mille storie tragiche e i volti degli amici visti scomparire, senza poter fare nulla.
