Bravi!
Sono un amico degli alpini della Sezione di Genova-Centro. Non voglio rubare spazio ad altri più importanti e ponderati interventi nella rubrica “Lettere al Direttore”.
Alpini in politica
Nel lontano 1973 sono stato chiamato a prestare servizio militare come alpino presso la caserma Battisti di Vipiteno. Dal 1976 sono iscritto all’Ana condividendone lo statuto e i principi. Purtroppo devo constatare che, col passare degli anni, i valori perseguiti sono stati progressivamente travisati e annacquati fino a trasformare alcuni Gruppi di paese in qualcos’altro, un qualcosa di molto simile ad una delle tante associazioni di volontariato certamente e sicuramente meritevoli, all’interno delle quali tutti, alpini e non, possono partecipare e dare il proprio contributo, ma senza dubbio un’altra cosa rispetto all’associazione di coloro che, da regolamento, possono indossare il cappello.
Meriti e privilegi
Egregio direttore, dopo aver letto la lettera a pag. 7 a firma di Guido Vettorazzo e la sua risposta, mi sono ritrovato immediatamente negli anni ’60, dove da buon alpino svolgevo il mio servizio in Val Pusteria o, se me lo permette, Pustertal. In quel tempo si viveva separati per gruppo linguistico (io per fortuna ho fatto amicizia sia con militari di lingua italiana, sia di lingua tedesca, e porto un magnifico ricordi di tutti).
Lo scultore Alpino
Il talento è una scintilla che trasforma l’ovvio in arte. Tronchi d’albero, ciocchi di legno abbandonano la loro naturale forma e raccontano una nuova emozionante storia. Questa storia e il nostro talento nascono in Valbelluna, laddove il Terche e l’Ardo confluiscono nel Piave, sotto l’attento sguardo delle Dolomiti. È qui che Beppino Lorenzet respira le prime boccate di vita contadina, della quale intercetta l’essenza che si trasfonderà nella sua arte e dalla quale, al contempo, non vede l’ora di correre lontano. Per il giovane Beppino correre è l’unico modo per allontanarsi da una realtà che non sente sua: «La famiglia non poteva garantirmi grandi possibilità per studiare. Lo sport era una buona soluzione e le montagne erano ad un passo».
La storia in cartolina
Ammettiamolo, negli ultimi decenni tutti abbiamo strizzato l’occhio alla tecnologia. La tastiera “qwerty” sostituisce sempre più spesso la penna, il rituale degli auguri in occasione delle feste viene annunciato dal freddo tono di un cellulare e nelle casella della posta arrivano più pubblicità e bollette che lettere attese con trepidazione da una persona cara o provenienti da un paese lontano. Ma non è stato sempre così. C’è stato un tempo in cui si aveva un unico modo di parlarsi quando si era lontani, quello di scrivere, oppure - dato che l’analfabetismo era frequente - di farsi scrivere una lettera. Per le Poste del XIX secolo però il peso della missiva, che comprendeva anche la busta, incideva grandemente sui costi e di conseguenza sul prezzo pagato per usufruire del servizio.
Il primo giorno di guerra
Paesi e contrade correvano via. I colori della campagna si inseguivano, sfumavano lenti come i pensieri e le paure che si facevano più concrete con l’avvicinarsi della meta. Ma a vent’anni l’ingenua incoscienza cela i pericoli maggiori, si affida a un ego che si sente forte e immortale. La guerra era nell’aria, ora bisognava entrarci da protagonisti. Il viaggio durò parecchio. Da ovest a est, il finestrino del treno come uno schermo trasmetteva paesaggi. Contrade, alture, campi. E poi le Alpi, sempre le Alpi. Giovanni Marino era partito per la guerra da Dronero, ai piedi della Val Maira per raggiungere il capo opposto dell’Italia. A piegare la cartina in due, per il verso verticale, quasi si baciavano il suo paese e la Val Degano, in Alta Carnia.
Variazioni sul tema
Gentile direttore, come componente di un coro alpino, vorrei avere il suo parere, magari suffragato o meno da qualche Maestro di altro coro, in ordine a questo argomento. Capita a volte, per quanto molto molto raramente, che qualche componente del coro trovi a ridire su alcune parole della canzone, su qualche riga o addirittura strofa dal contenuto/ significato un po’ “particolare”, “fuori tempo”, “fuori luogo”, con richiesta di sostituire le parole, la riga, la frase con altre, oppure non cantarle.
Cinquant’anni in Famiglia
Gentile direttore Fasani, questa è una lettera scritta a tre mani (due figlie e un nipote) per esprimere attraverso il suo giornale tutta la stima e l’amore per un grande alpino, nostro padre Mario Pianezze.
Fronteggiare l’immigrazione
Caro direttore, in riferimento alla lettera di Di Luca (L’Alpino n. 3, pag. 4) e alle altre riguardanti l’arrivo di immigrati, non sono d’accordo con quelli che continuano ad insistere con questa accoglienza ad ogni costo. Poverini, dobbiamo accoglierli perché al loro Paese stanno male... e vengono qui a far star male anche noi? Abbiamo già i mali nostri! Questa gente va aiutata al loro Paese.
Il dovere alla difesa
Egregio direttore, a proposito della guerra, delle sue realtà, del V Comandamento, penso si debbano fare delle considerazioni di ordine generale al di là delle opinioni personali. Non penso ci sia nessuna persona civile disposta ad insegnare che «la guerra è bella, piace, diverte», tranne i tagliatori di gole distruttori della civiltà in rapida moltiplicazione. Per rimanere in ambito più o meno militare è chiaro che un soldato consapevole del suo ruolo accetta il rischio, insito nell’uso delle armi, dei danni che possono derivarne.
Dieci anni di naja
Agile, svelto, con ottima memoria: sono le maggiori qualità di un alpino che nei giorni scorsi ha compiuto cent’anni. Le prime poppate di Armando Levis avevano il sapore dell’alpinità. Il padre, Piacentino, era un sergente del 1º reggimento alpini che pensava di aver pagato per sè e per la propria famiglia il debito con la Patria nel giugno 1917, sul Monte Ortigara, quando, ferito ad una gamba, rifiutò di abbandonare la posizione conquistata, nonostante il suo superiore gli ordinasse di recarsi al posto di medicazione.
Gesti d’amore
Tutti conosciamo la grandezza del Beato don Carlo Gnocchi. Con queste righe vorrei ricordare quando, prima della sua morte, decise di donare le proprie cornee a due ragazzi divenuti ciechi. Era il 28 febbraio del 1956 e il professor Cesare Galeazzi ebbe diversi problemi di giustizia. Però con questo fatto si accelerò in Italia la normativa per l’espianto degli organi (D.L. n. 235 del 3 aprile 1957). Mio padre Vincenzo seguendo tutto il dibattito sulla vicenda ne restò colpito e ci ripeteva sempre che era suo desiderio donare i suoi occhi, che erano bellissimi, ma le circostanze della sua morte non lo permisero.
