Gli alpini nella storia d’Italia (11ª puntata)

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    Dall’armistizio alla ricostruzione

    LA LOTTA DI LIBERAZIONE

    Dopo l’8 settembre 1943 (quando le truppe italiane, sparse su tutti i fronti della guerra, furono lasciate senza ordini e senza indicazioni, esposte alla rappresaglia tedesca) e sino alla conclusione del conflitto, la storia degli alpini si fraziona in tante storie individuali, come quella di tutti gli altri Corpi dell’esercito: venti mesi di tribolazioni, di lotta, di resistenza, molti con i gruppi partigiani al nord, alcuni con i reparti alleati che risalivano la penisola, altri nei campi di prigionia russi o dietro il filo di ferro dei lager di internamento in Germania: venti mesi carichi di sofferenze e di speranze, che riscattavano gli anni bui della dittatura e preparavano l’Italia repubblicana. Di queste esperienze sono state lasciate numerose testimonianze, ma è impossibile distinguere, nei movimenti convulsi di quel periodo, ciò che è patrimonio degli alpini in quanto Corpo dell’esercito, da ciò che è patrimonio collettivo della nazione.

     

    Gli alpini scampati dai fronti della Grecia e della Russia, con i loro racconti di guerra, con la descrizione dei drammi di cui erano stati protagonisti e vittime, con le notizie “vere” che la stampa di regime aveva sempre taciuto, contribuirono certamente a diffondere l’orientamento ideale da cui sarebbe nata la Resistenza, portando la testimonianza di un antifascismo di guerra rozzo e informe, ma comunque prezioso.

    Nella lotta partigiana il contributo degli alpini si confonde però con quello delle migliaia di italiani che dopo l’8 settembre scelsero la via della montagna, dando origine a formazioni sparse un po’ ovunque lungo le Alpi e l’Appennino tosco- emiliano: in questo senso la storia della Resistenza è anche storia degli alpini e non è certo casuale che nel Piemonte sconvolto del settembre 1943, tra i mille sbandati della IV Armata che si erano concentrati a Boves conservando armi e materiali, si favoleggiasse di una divisione alpina, la ”Pusteria”, ancora intatta e attestata sui monti: si trattava di una illusione destinata a crollare di fronte all’urto della realtà, ma era anche il sintomo di una convinzione diffusa, la certezza della scelta di campo che gli alpini avrebbero fatto e che le Divisioni testimoniarono con i tentativi di resistenza ai tedeschi all’indomani dell’armistizio (così la “Taurinense” nel Montenegro, la “Cuneense” e la “Tridentina” in Alto Adige, la “Julia” in Friuli, la “Pusteria” nelle Alpi Marittime, gli altri reparti in Corsica, nell’Alto Isonzo, nell’entroterra spezzino e nei diversi depositi).

    LA GUERRA ACCANTO AGLI ANGLOAMERICANI

    Le sole unità alpine organizzate, di cui si possono seguire le vicende, sono quelle inquadrate nell’esercito alleato angloamericano, impegnate dall’ottobre 1943 alla primavera 1945 nella Campagna di liberazione. Il 28 ottobre 1943 fu ufficialmente costituito in Puglia il “reparto esplorante alpino”, formato inizialmente da trecento uomini che erano stati sorpresi dall’armistizio a Bari, in attesa di imbarco per il Montenegro dove avrebbero raggiunto la “Taurinense”.

    Nell’inverno successivo, con l’arrivo di altri alpini provenienti dalla Balcania e sfuggiti alla cattura, il reparto si trasformò in battaglione assumendo la denominazione “Piemonte” ed entrando a far parte del “I Raggruppamento Motorizzato”. I comandi angloamericani impiegarono in combattimento gli alpini nel marzo 1944 nell’Appennino abruzzese-molisano per la conquista di Monte Marrone e Monte a Mare, dove i tedeschi avevano schierato il III battaglione d’alta montagna “Gebirgsjager”. Alle 3.30 del 31 marzo il battaglione “Piemonte” mosse su tre colonne da quota 1180 e i nuclei esploranti, superando serie difficoltà per l’asprezza del terreno, giunsero alle 6.15 sulla cresta di Monte Marrone, dove alle 7.15 furono raggiunti dalle tre Compagnie. L’azione si svolse senza destare l’attenzione del nemico ed ebbe favorevole risonanza nei comandi alleati, dando prestigio alle nostre truppe.

    I tedeschi non seppero rendersi conto come la conquista del monte fosse potuta avvenire. Nei mesi successivi il battaglione fu assorbito nel 3° reggimento Alpini, costituito alla fine di giugno con il “Piemonte” e con il battaglione “Monte Granero”, rientrato dalla Sardegna (dove era stato trasferito dopo aver preso parte ai combattimenti in Corsica). Inquadrato nel C.I.L. (“Corpo Italiano di Liberazione”, denominazione assunta il 17 aprile 1944 dal “1° Raggruppamento Motorizzato”), il reggimento fu impegnato in azioni minori sino all’agosto 1944, quando il CIL, giunto a contatto con la linea gotica, fu sciolto per essere sostituito dai ”Gruppi di combattimento”. Il battaglione “Piemonte” entrò a far parte del gruppo di combattimento “Legnano” insieme ad un nuovo battaglione alpino, “L’Aquila”, partecipando agli scontri nella valle dell’Idice (marzo 1945) e all’inseguimento dei tedeschi in ritirata sino a Bergamo (30 aprile) e a Torino (2 maggio); il battaglione “Monte Granero” fu invece inviato nel settembre 1944 in Sicilia in servizio di ordine pubblico.

    LA RICOSTITUZIONE DELLE BRIGATE NEL DOPOGUERRA

    La rifondazione delle truppe alpine, dopo la fine della guerra, è stata relativamente lunga: occorsero infatti otto anni per passare dai tre battaglioni “Piemonte”, “L’Aquila” e “Monte Granero” alle cinque Divisioni che per decenni avrebbero costituto l’organico del Corpo. I vincoli posti prima dal regime armistiziale, che di fatto sanciva una situazione di sovranità limitata e di occupazione, e successivamente dal trattato di pace del 1947, impedirono una ricostruzione rapida e organica. Solo con l’adesione italiana al Patto Atlantico nel 1949 le diffidenze e i limiti vennero superati e alle nostre forze armate fu assegnato il compito di tenere da sole la frontiera nordorientale.

    In questa cornice operativa, i reparti alpini vennero ricostituiti a tappe successive: nella primavera 1946, il 4°, 6° e 8° reggimento, ognuno con tre battaglioni e una compagnia mortai da 81 mm (con sedi rispettivamente a Torino, Bolzano e Udine); nell’ottobre 1949 la brigata “Julia”, dislocata in Friuli e in Carnia; nel maggio 1951 la brigata ”Tridentina”, dislocata nell’Alto Adige centrorientale; nell’aprile 1952 la brigata “Taurinense”, dislocata in Piemonte; nel gennaio 1953 la brigata “Orobica”, dislocata nell’Alto Adige centroccidentale; nel luglio 1953, infine, la brigata “Cadore”, dislocata nel Bellunese e nel Cadore. (11 – continua)

    Gianni Oliva

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