Articolo Alpino

Tutto troppo bello


  Argomento: Alpiniadi

Articolo di tipo Articolo   pubblicato nel numero di Marzo 2016 dell'Alpino


Giovedì 25 febbraio, cielo color latte e aria di neve sopra Bormio. Eppure tanti gli alpini, oltre 1.200 in veste di atleti, per dare inizio alla seconda edizione delle Alpiniadi invernali firmate Ana. Una cerimonia ordinata, nello stile della gente di montagna, ha reso onore al Labaro scortato dal Presidente Favero e dal Comandante delle Truppe Alpine Federico Bonato. Tanti i vessilli e i gagliardetti che dalla piazza Quinto Alpini hanno raggiunto l’antica Torre della Bajona posta accanto al Kuerc (coperchio nel dialetto locale), simbolo di Bormio.

Nel girotondo prestigioso di calcare e dolomia della Cima Piazzi, del Vallecetta e del Reit, si è concretizzata la magia dell’unione: due vessilli, quello di Sondrio e quello di Tirano, sono finalmente ritornati ad essere la Sezione Valtellinese. Una miscela vincente di montanari coi volti cotti dal sole e di uomini addomesticati da quei paesi che i decreti hanno elevato a città, come Morbegno e Sondrio. Comunque, un’infilata di cappelli alpini, i più, fregiati con il numero cinque, reggimento dei battaglioni Edolo, Tirano e Morbegno e dei gruppi di artiglieria del Bergamo, del Sondrio e del Vestone. Un applauso d’impeto per il nuovo vessillo, ha rotto l’emozione accompagnando la cerimonia di apertura all’atto finale. Il caporal maggiore Katia Zini, Bronzo nel 2006 a Torino nella staffetta, ha letto il Giuramento dell’Atleta, quindi Christian De Lorenzi campione di biathlon, avvicinando la torcia olimpica al tripode, ha acceso di fuoco i giochi a cinque cerchi degli alpini. Mauro Buttigliero Presidente della Commissione sportiva nazionale ha potuto infine dichiarare ufficialmente aperte le Alpiniadi invernali 2016. Due passi e una scalinata fino a raggiungere la chiesa parrocchiale dove il frate Mario Bongio, artigliere del Bergamo e cappellano della Sezione, ha celebrato la Messa. Ormai ci siamo.

LA GARA DI SCIALPINISMO IN RICORDO DEI CADUTI DEL SAN MATTEO - La luce è ancora spenta sulla strada che porta a Santa Caterina Valfurva. Il bosco di larici dorme sotto a una sciarpa di neve fresca, quasi gelata da una temperatura severa che segna i 14 sotto zero. Ma il parcheggio in località La Fonte è pieno. Gli alpini in veste di atleti sono già sulla neve in attesa del controllo Arva, strumento indispensabile per la sicurezza di chi pratica questo sport. È lo scialpinismo, una disciplina dura adatta a chi sceglie la fatica come via per misurare se stesso. Una formula combinata di corpo e testa. Lungo le salite e le discese ci si tiene d’occhio, in coppia l’uno supera l’altro, ma poi lo attende per la volata finale. Per questa edizione la Commissione tecnica nazionale ha previsto due tracciati: quello della gara ufficiale, 1500 metri di dislivello su uno sviluppo di 22 chilometri, e un percorso ridotto non valevole per il podio di coppia Campione nazionale Ana. Allo sparo segue lo slancio degli atleti sugli sci, subito impegnati in una salita che taglia il fiato. In oltre duecentocinquanta investono la montagna, guadagnando metri di neve ancora gelata, nell’ombra bluastra che anticipa il giorno. È un attimo e la miriade colorata sparisce tra i larici, su per la pista Cevedale verso la strada del Gavia. Dopo il cambio pelli una breve discesa quindi la seconda salita. Un deserto bianco tagliato da un’unica traccia e lì, nel mezzo, il monumento in ricordo dei Caduti per la conquista del San Matteo. Sopra a una forcella posta nei pressi della Cima Gavia, tolte le pelli si ritorna sul versante iniziale fino al ponte dell’Alpe per l’ultima salita prima della discesa finale. Un dislivello che Guido Giacomelli di Cepina e Walter Trentin di Valfurva hanno affrontato come una prova di libera. Gli occhi di chi li attendeva all’arrivo hanno seguito il salto e l’ultima saettata verso il traguardo. A loro la vittoria. Il secondo posto per Simone Brunelli e Matteo Quadrubbi della Sezione Vallecamonica e sul terzo gradino, Daniele De Colò e Danilo Scola per Belluno. Sotto la Cima Tresero una scia di gioia per tutti, anche per chi, senza podio, ha portato a compimento una gara in cui la testa sostiene il corpo e lo spinge fino al suo limite. Per fissarne un altro, un poco più in là. Allora la fatica, da ostacolo, si trasforma in compagna di viaggio. E resta monito, nello sport come nella vita.

IL BIATHLON INDIVIDUALE, CHE BELLA NOVITÀ - Davvero una felice intuizione inserire tra le discipline sulla neve, la gara di biathlon individuale. Alternanza di sforzi e auto controllo, di ritmo e precisione. È il connubio dello sci di fondo con il calibro 22. Siamo in Valdidentro comune sparso a occidente di Bormio. Nevica lento. Alle 9 parte la prima di undici batterie formate da quattordici atleti; per tutti il percorso è di 2 chilometri sugli sci di fondo quindi prova unica di tiro a terra: bersaglio di 11,5 centimetri con 5 colpi. Ogni errore pesa una penalità di 30 secondi. I quattordici atleti con i tempi migliori si classificheranno per la fase finale, ovvero 2 chilometri e tiro a terra quindi altri 2 chilometri e tiro in piedi. Si parte. La Pista Viola, sulle rive del torrente che le presta il nome, è come una piazza dalla quale è possibile osservare tutta la gara, un anello che circonda il poligono di tiro e passa sotto alti boschi di conifere. Una partenza grintosa propria dello stile pattinato, spinge gli atleti fino alla prima salita che impone a ognuno il proprio ritmo, quindi una breve discesa conduce alle postazioni di tiro, l’una in fila all’altra. Si spara da sdraiati trattenendo il fiato per limitare l’errore. Cinque colpi per cinque bersagli. L’entusiasmo del pubblico, le esortazioni, gli applausi spontanei decretano l’alto gradimento di questa bella novità. Il ritmo è incalzante e in un paio d’ore la gara è conclusa. In quindici si giocheranno la finale poiché due atleti hanno totalizzato lo stesso tempo con le stesse penalità. A conquistare il posto sui primi due gradini del podio sono i padroni di casa Saverio Zini, primo classificato e Mirco Doddi, secondo. Marco Gaiardo della Sezione di Belluno conquista il Bronzo.

E SIAMO ALLO SLALOM GIGANTE - Eccola la Pista Stelvio. Una china insidiosa che dopo il primo tratto in ripida discesa confonde lo sciatore, indugia di qualche metro nella pendenza e poi torna a volare paurosa verso valle. Sono le due del pomeriggio e pronti, al cancelletto di partenza ci sono gli alpini nati per primi, dal 1929 al 1934. Sono Italo De Candido per Conegliano, il past presidente Corrado Perona per Biella, Attilio Ducly per Aosta, Liliano Romio per Pisa Lucca Livorno e Attilio Lanfranchi per Bergamo. Tempre eccezionali non solo nell’essere atleti, ma nell’affrontare con serenità la trasferta, i piccoli disagi e la prova sugli sci. Sentimento condiviso dai più giovani e da quelli che stanno nel mezzo. Tutti hanno sfidato l’insidioso muro bianco affacciato su Bormio mettendosi in gioco senza paura, dimostrando che c’è qualcosa di grande oltre al vigore della muscolatura, oltre alla tecnica e alla prudenza necessarie. C’è il tifo per i compagni e gli avversari, c’è lo stare insieme che vince sulle categorie e persino sulle classifiche che trovano ancora una volta al primo posto la Sezione Valtellinese con Maurilio Alessi. Argento per Stefano Belingheri della Sezione di Bergamo e Bronzo per Mauro Dionori della Cadore.

LO SCI DI FONDO CHIUDE I GIOCHI - Si torna in Valdidentro sulla Pista Viola per la competizione che chiuderà questa seconda edizione delle Alpiniadi. È la gara di sci di fondo a tecnica libera cronometrata, con partenza in linea e percorso di 15, 10 e 5 chilometri a seconda delle categorie. Gli sci privi di lamine larghi mediamente 4,5 centimetri si agganciano a scarpette avvolgenti fissate solo in punta, in questo modo il tallone si solleva e spinge libero sulla neve. Lo sparo rompe l’attesa; il gruppo avanza compatto fino alla prima salita, poi i più veloci si staccano e vanno in fuga lungo l’anello. La quasi totalità degli atleti sceglie lo stile pattinato per via della pista e della neve dura. Lo sforzo è significativo. Qualcuno cade ma non si arrende, ritorna a pressare in gara nella spinta coordinata di bastoncini e sci. Il silenzio prende il ritmo del respiro che accelera, si distende poi torna veloce fino a trattenersi negli ultimi metri, quando il traguardo si avvicina. Ormai è lì. È finita. L’accompagnatore in attesa si fa largo tra il pubblico, raggiunge il suo atleta e lo stringe in un abbraccio d’orgoglio. Al di là delle classifiche, oltre lo sport. Lo scivolare cadenzato sulla pista ha condotto dritti sul podio l’atleta della Sezione di Bergamo Fabio Pasini, dietro a lui Rudy Zini e Saverio Zini, rispettivamente al secondo e terzo posto.

INSIEME SI VINCE - La classifica finale segna una vittoria per tutti. Ha vinto la generosità della Magnifica Terra. Ha vinto il Presidente Gianfranco Giambelli e il suo sorriso senza limite. Hanno vinto tutti gli alpini valtellinesi impegnati nei posti di ristoro sulle piste, nella preparazione e nella logistica. Medaglia d’oro alla Commissione sportiva nazionale, agli infaticabili tecnici Giampiero Bertoli, Roldano De Biasi, Tonino Di Carlo, Mauro Falla, Ivan Mellerio e Guglielmo Montorfano, squadra d’eccellenza supportata dai professionisti volontari della Federazione Italiana Escursionisti. Una vittoria per gli atleti alpini arrivati da ogni parte e per i loro accompagnatori. Per Alberto Canclini responsabile dello sport della Sezione Valtellinese che si è speso senza misura. E per il Presidente della Commissione sportiva nazionale, Mauro Buttigliero che ha diretto con capacità e fermezza, una macchina perfetta già pronta a nuove sfide. Il grido di felicità nell’ultima fotografia è la copertina del libro di queste Alpiniadi. Una favola vera che celebra lo sport, ma più di tutto ciò che dovrebbe essere sempre la vera essenza dell’Alpino.

Mariolina Cattaneo

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  14/03/2016

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