Vittoria mia e del mio cappello

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    Quando mi fu chiesto di portare la mia testimonianza da “infettato” da Covid-19, inizialmente fui riluttante e declinai l’invito. Lo feci sia per mia indole, sia perché ritenevo che trattandosi di un fatto strettamente personale tale doveva rimanere. Mi fu poi spiegato che poteva servire e ripensandoci eccomi qui a “calpestare” i tasti del mio computer. Mettere nero su bianco l’esperienza vissuta non è facile, poiché nessuna parola, frase, concetto, riesce a dare l’esatta visione di quanto mi è accaduto. Quello che poteva sembrare un “banale” malanno di stagione si è trasformato in un incubo. A fine marzo ecco che si presentano le prime avvisaglie: un malessere generale di stanchezza, inappetenza, nessun tipo di sapore, odore. Subentra poi la febbre 38-39,5.

    La Tachipirina non fa nessun effetto! Ma ciò che più impressiona è la dispnea, cioè la “mancanza di fiato”. Ecco, di fronte a ciò, il mio medico curante, non potendomi visitare per le disposizioni impartitegli dalle vigenti normative della Direzione Sanitaria, e vedendo la situazione peggiorare, dispone il mio ricovero in ospedale. L’impatto con il Pronto Soccorso non fa ben presagire: le sedie della sala d’aspetto hanno lasciato il posto alle barelle, barelle anche nei corridoi… medici e infermieri vestono tute, mascherine, visiere, guanti. Sembra un campo di battaglia, si percepisce la tensione alle stelle. La domanda che ti poni è: “Ma sono forse un appestato?”. Effettuata una prima schedatura, vengo fatto accomodare su una sedia a rotelle.

    Si procede con prelievi di sangue, Rx torace; nel frattempo è un continuo susseguirsi di ambulanze dalle quali vengono scaricati i malati. Trascorre la notte e visto il perdurare dei valori non conformi, viene deciso di fare il “tampone”, il cui risultato – mi informano – arriverà tra 24 ore, in quanto il laboratorio per l’esame è presso l’ospedale di Cuneo. Un altro giorno da incubo! Alla comunicazione dell’esito positivo, sgomento, smarrimento totale mi assalgono, il mondo attorno a me crolla, il medico cerca di tranquillizzarmi, ma sono parole vane che nemmeno ascolto.

    La battaglia contro il Coronavirus, iniziata al momento della positività del tampone, ora, entra nella sua fase più critica. Ho detto battaglia, perché per me la lotta contro il Coronavirus è una guerra, anche se qualcuno dissente dall’uso di questo termine, una guerra dove non hai il nemico di fronte da combattere, ma ti trovi a lottare con un nemico che non vedi, che ti colpisce e quando te ne accorgi è tardi! È il 26 marzo. Per liberare posti in Pronto Soccorso, ormai al collasso, viene disposto il mio trasferimento in uno dei tre reparti (ortopedia, medicina, urologia) riconvertiti, al momento, a ricevere malati di Covid-19. Mi viene messa una maschera per aiutarmi a respirare e inizia una terapia a base di compresse, mattino e sera, ma prima devo firmare un nullaosta, in quanto il protocollo non ha il benestare del Ministero della Salute. In altre parole si procede a vista con la speranza che i buoni risultati ottenuti in alcuni altri casi, siano positivi anche per me.

    Mi rendo conto che nella stanza d’ospedale sono solo. Anche se il letto vicino è occupato, nessuno dei due ha voglia di parlare. La maschera per l’ossigeno preme contro naso e bocca e li sigilla. Con il tempo compare una piaga sotto gli occhi per la pressione. Solo con me stesso. Le uniche persone che vedo sono le infermiere o gli infermieri che mi fanno la terapia e il medico durate la visita quotidiana. Degli infermieri stento a capire di che sesso siano perché vedo solo gli occhi attraverso la visiera; li riconosco solo perché hanno scritto in stampatello, con il pennarello, il nome sulla tuta. All’inizio mi conoscono e mi chiamano con il numero del letto che mi è stato assegnato. Con il passare dei giorni mi spronano a reagire, a non darla vinta al virus.

    Qualcuna, si ricorda il cognome e a volte nel misurare la saturazione mi sfiora la mano, sapendo benissimo che deve limitare al massimo i contatti, ma con quel semplice gesto, visto che non posso avere visite, mi fa capire che sono una persona, non un semplice numero. I giorni trascorrono lentamente, formalmente sono di 24 ore; nella realtà le ore si raddoppiano, si triplicano. Non c’è differenza tra giorno o notte. Nella mente passa tutta la mia vita: l’infanzia, la scuola, la naja. Improvvisamente mi chiedo se potrò ancora indossare il mio cappello alpino o me lo appoggeranno sulla… Cerco di pensare ad altro. Il ricordo va al lavoro: già il lavoro, scherzo del destino! Tra qualche mese sarò a casa, non avrò più il vincolo della timbratura. Ora come ora, però, non è sicuro…

    Riscopro la preghiera, nel vero senso della parola. Pregare non è una semplice recita di parole, imparate a memoria in un tempo che fu, ma a volte, è un colloquio, che può sembrarti univoco, principalmente con Lei, Madre di Cristo, che nel silenzio ti ascolta; non sento la sua voce, ma io so che Lei c’è. Tutte le mie certezze, tutta la mia sicurezza, il Covid le ha cancellate. A me non può accadere nulla, è il pensiero che ognuno di noi porta sempre in serbo, ma non è così. Il Covid mi ha fatto capire, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che non sono padrone della mia vita. Mi è stata data, donata e io, sovente, non ho saputo apprezzare, come le cose che ho senza averle sudate. Non vuole essere un sermone – lungi da me – non mi piacciono le prediche e non sono capace e abilitato a farle – ma è una piccola riflessione da tenere dentro e ogni tanto farne memoria.

    In precedenza ho usato il termine battaglia, ecco allora che ai momenti bui ho cercato di contrapporre con tutta la forza possibile, la voglia di voler tornare a vivere, di fare una bella scarpinata in montagna, di rincontrare persone, di rivedere gli affetti più cari, gli amici. E qui scopro quanto vale la parola amicizia per me, ma anche per chi mi circonda. Posso testimoniare che la vicinanza, diretta o indiretta, della Famiglia alpina è stata grande. Un grazie al nostro Presidente Fabrizio Pighin e tramite lui a quanti – e l’elenco è lunghissimo – non cito i nomi per timore di scordarne qualcheduno – hanno dimostrato il loro affetto e mi hanno fatto capire la loro vicinanza. Un abbraccio forte, forte!

    Quando mi viene comunicato la dimissione, che il mio numero passa tra i guariti e non tra i malati, si ripresenta il destino beffardo: il mio vicino di letto quello con cui ho condiviso la stanza, non ce l’ha fatta e come diremmo noi alpini è “andato avanti”. Poter tornare a casa dopo quindici giorni di ospedale è come nascere una seconda volta. Questa volta abbiamo vinto io e il mio cappello alpino, ancora per un po’ l’appoggerò… sul mio testone!

    pdb