Tranquillo, vecchio ghiacciaio, gli alpini sono quelli di sempre

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    Un migliaio di alpini all’Altare del Papa per il 42 pellegrinaggio in Adamello

    DI CESARE LAVIZZARI

    È un’emozione profonda quella che si prova ricevendo il tesserino ufficiale con l’immagine di Giovanni Paolo II, Pontefice tanto caro agli alpini. Il 42º Pellegrinaggio in Adamello è stato dedicato proprio a lui, al Papa che amava la montagna e che su questa montagna era salito due volte: con gli sci ai piedi nell'estate del 1984 e in occasione del 25º Pellegrinaggio nel 1988. Con l’elicottero dell’Esercito sorvoliamo il grande ghiacciaio e in pochi minuti siamo in vetta. Ci sono tantissimi alpini e le colonne di quanti il Pellegrinaggio l’hanno fatto a piedi stanno per arrivare. Il paesaggio è incredibile.

    Il ghiacciaio sembra un vecchio stanco pieno di rughe. Ma incute un rispetto ed una venerazione del tutto speciali. Raggiungiamo l’altare del Papa, salutiamo i tanti amici, volgiamo lo sguardo tutt’intorno ed il fiato ci si ferma in gola. Aveva ragione don Franzoni: è la più bella cattedrale del mondo! L’ultimo elicottero lascia il Pian di Neve e quello che resta del grande ghiacciaio torna avvolto dal silenzio di sempre, quel silenzio particolare e assordante che solo a queste quote si può sentire. Nonostante previsioni inclementi il tempo è bello e circa un migliaio di alpini hanno risalito il ghiacciaio per trovarsi all’altare del Papa a rendere omaggio ai Caduti della guerra bianca .

    Nonostante la folla, stupisce il fatto di sentirsi soli, sprofondati in un’incredibile malinconia. Soli con il vecchio ghiacciaio e la storia che custodisce. Si chiacchiera, in attesa della cerimonia, ma quel sentimento di malinconia non ci lascia mai. Si è soli, con il ghiaccio, con la roccia e con la storia. Una storia che racconta imprese al limite delle umane possibilità, fatta di sofferenza, di sangue, ma soprattutto di senso del dovere e di amore. Di un amore purissimo perché privo di speranza: chi saliva in linea quassù era perfettamente conscio che le possibilità di far ritorno a casa erano assai scarse. Eppure saliva. E ci si chiede come tutto ciò sia stato possibile. Cosa ha spinto quei ragazzi, quegli uomini di novant’anni fa a resistere per tanti mesi in un ambiente così duro, reso ancor più ostile da una guerra feroce? È impossibile comprenderlo razionalmente e occorre fidarsi del cuore. E allora tornano alla mente i racconti dei nonni, quelli dei veci e le grandi opere letterarie che hanno fissato su carta l’epopea della guerra bianca. Tutto torna alla mente senza rendersene conto.

    È il ghiacciaio che ci parla e, come un vecchio saggio che ha visto molto più di chiunque altro, ci sussurra anche le risposte. È stato un atto di amore immenso della gente di montagna avvezza al sacrificio e votata alla propria comunità. Un atto di amore purissimo. E il ghiacciaio va anche oltre e ci sussurra che ovunque ed in qualsiasi epoca gli alpini si sono comportati nelle stesso modo: in Africa, nella Grande Guerra, in Albania, nelle sconfinate steppe di Russia ed anche oggigiorno. Perché gli alpini, come ebbe a dire qualcuno, non sono semplicemente una specialità militare, quanto piuttosto una categoria dello spirito. Sono una forma inimitabile di vita morale. E qui, a questa quota, tutto sembra così evidente, così ovvio. La gente di montagna sa che deve vivere e lavorare assieme per raggiungere qualunque risultato. Sa che la via giusta è quella di tenersi per mano, di legarsi l’un l’altro per superare il crepaccio.

    Sa che da soli non si arriva da nessuna parte, che ognuno deve fare la sua parte senza chiedere sconti o cercare scorciatoie. E allora si comprende che questa memoria di dolore e di virtù, di dovere e di amore deve essere preservata dalle amnesie del tempo. Gli alpini sono qui per questo. Ci vengono ogni anno, su questa montagna, così come vanno al Colle di Nava ed in Ortigara: semplicemente per non dimenticare, come ha giustamente osservato, nel suo intervento, il presidente Corrado Perona. Sono qui per rendere omaggio ai Caduti proprio in questo luogo consacrato dal sangue degli alpini, uomini semplici e perbene che hanno semplicemente compiuto il loro dovere perché così doveva essere fatto, perché sapevano che dal loro comportamento quassù dipendeva la sorte dei loro fratelli. Non importa stabilire se ciò sia vero o meno, non aggiunge nè toglie nulla all’immenso valore di questi uomini. Non importa nemmeno da quale parte abbiano combattuto. Ciò che importa è il sentimento che hanno mostrato, che non può e non deve essere dimenticato.

    A dimostrazione di tutto ciò una delle colonne che hanno risalito il ghiacciaio era costituita da alpini italiani e da Gebirgsjäger tedeschi del battaglione di Mittenwald. E mentre, quasi inconsciamente, questi pensieri scorrono, il suono struggente della campana dei Caduti richiama l’attenzione di tutti verso l’altare del Papa ove sta per iniziare la S. Messa. Viene spiegato il Labaro Nazionale che, scortato dal presidente Perona, dal vice presidente Sonzogni e da alcuni consiglieri, prende posto sul sacro suolo dell’Adamello. Quando l’ultimo rintocco di campana si perde nel vento, lo squillo della tromba dà inizio alla cerimonia. Il rito religioso, presieduto da monsignor Bressan arcivescovo di Trento insieme a monsignor Beschi, vescovo ausiliario di Brescia e monsignor Bonicelli ordinario militare emerito, si conclude con gli interventi ufficiali dei presidenti delle Sezioni Vallecamonica Ferruccio Minelli e Trento, Giuseppe Dematté, del sottosegretario di Stato Luciano Gasperini, dei generali Bruno Iob e Ivan Resce e naturalmente del presidente Perona. Particolarmente commoventi gli interventi dei generali Iob e Resce, che si sono appena avvicendati al comando delle Truppe Alpine (il gen. Iob è ora comandante delle Forze terrestri) e che qui, al cospetto dei Caduti, rinnovano simbolicamente il passaggio di consegne.

    È un momento di intensa emozione che si manifesta improvvisa sul volto dei due alti ufficiali. Si vede che sentono il peso della Storia, della Tradizione e che lo comprendono appieno. Con voce rotta dalla commozione il gen. Iob, in questo luogo sacro agli Alpini e alla Patria, consegna il comando delle Truppe Alpine al suo successore e sul volto del gen. Resce si può leggere l’emozione e l’intima comprensione per la gravità e la sacralità del momento. E quando un uomo mostra queste emozioni, quando lascia scorrere quello che comunemente chiamiamo Spirito Alpino, ci fornisce la certezza della continuità delle tradizioni del Corpo e ci infonde la necessaria tranquillità. Le Truppe Alpine sono in buone mani. Caro generale Resce, lei ha assunto un impegno importante in uno dei luoghi più sacri della nostra storia e siamo certi che lo o­norerà a qualsiasi costo. E ne siamo felici . Questo il commento di Perona al termine del suo intervento.

    Finita la cerimonia, il ghiacciaio lentamente si svuota. Le colonne iniziano la discesa e gli elicotteri riportano a valle tutti gli altri. Nel viaggio di ritorno soffermo l’attenzione sul grande ghiacciaio o, meglio su quel che ne rimane. Ogni anno si ritira, diventa più piccolo e rugoso. Sembra quasi che si contragga per proteggere quel tesoro di valori che custodisce da una società che diventa ogni giorno meno comprensibile votata, com’è, al più sfrenato e vuoto individualismo. E questo non piace al vecchio ghiacciaio che si attesta su posizioni sempre più alte e lontane. Tranquillo vecchio ghiacciaio, un alpino ci sarà sempre. Ritirati pure, riposati. Fino a quando ci sarà un alpino il tuo tesoro di valori sarà ben custodito. Ce lo hanno insegnato i nostri padri e noi lo insegneremo ai nostri figli.

    E questa riflessione sembra materializzarsi la mattina della domenica quando una vera e propria folla di alpini sfila lentam
    ente ed ordinatamente lungo le strade di Edolo sino al piazzale della stazione, quello stesso piazzale dove i soldati, novant’anni or sono, giungevano per andare in linea. E qui il Pellegrinaggio si conclude, sotto una pioggia fitta e battente, con la celebrazione di una S. Messa officiata dal vescovo emerito di Belluno.
    Tranquillo vecchio ghiacciaio, gli alpini dell’Adamello sono tornati sul piazzale dal quale tanti anni fa erano partiti e sono quelli di sempre.