Nel segno del cambiamento

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    Un grande affresco storico, dipinto attraverso cinque incontri, dal 2015. Un’opera di sintesi e critica sotto il titolo “Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai…dalla storia al mito. Gli Alpini nella Grande Guerra”: l’epopea delle penne nere nella Prima guerra mondiale, premessa genetica alla nascita dell’Ana, a Milano nel 1919, poco dopo la fine del conflitto. Il quinto e ultimo incontro (dopo Torino, Milano, Padova e Roma) si è tenuto proprio a Milano, dove nacque l’Ana, nella Sala Conferenze di Palazzo Moriggia, sede del Museo del Risorgimento. Il tema, a logica conclusione del percorso, “1919. La nascita dell’Associazione Nazionale Alpini”.

    A confrontarsi tre storici, Mario Isnenghi, già ordinario nelle Università di Padova, Torino e Venezia; Nicola Labanca, Ordinario all’Università di Siena e Presidente del Centro Interuniversitario di studi e ricerche storico militari; Gianni Oliva, storico e giornalista, docente di Storia delle istituzioni militari alla Scuola di applicazione dell’Esercito a Torino. Stimolati dalle domande del giornalista Rai Massimo Bernardini, i tre hanno disegnato un quadro affascinante dell’Italia del 1919 e della nascita dell’associazionismo, dopo un conflitto devastante che cambiò per sempre i termini del confronto sociale. Isnenghi ha definito il 1919 “anno carico di rancore”, pervaso “da confusione ma anche da dinamismo”, in cui muovono i primi passi anche il Partito Popolare e i Fasci di combattimento: la spinta degli ex combattenti ad “unirsi fra simili” avvia il fenomeno associazionista “grande soggetto politico da intercettare”, tanto che lo stesso Mussolini su L’Avanti! parlerà di “trincerocrazia”.

    Fu il grande “disordine intellettuale” a sporcare l’immagine di una vittoria – ricorda Isnenghi – che non fu solo “mutilata”. In tale contesto l’associazionismo supplisce alla mancanza di welfare – ha evidenziato Labanca – tra italiani che non sono solo ex combattenti, ma anche popolari, liberali, ecc. Gli alpini hanno una peculiarità unica: il reclutamento territoriale, che ne fa un universo coeso, che parla la stessa lingua e difende le contrade sui monti, a legittimare il mito del “villaggio in armi”. Ma l’Ana nasce in una grande città, Milano, allora vera capitale d’Italia. E non a caso, sottolinea Oliva, perché si riprende a scrivere e dibattere dopo tre anni di censura: perciò sono gli ufficiali sentire l’esigenza di valorizzare la memoria identitaria nata dalla guerra. All’inizio i soci dell’Ana erano solo l’1% degli alpini combattenti: perciò, con lungimiranza, si decise di aprire l’Ana a tutti gli alpini, non solo ai combattenti.

    L’alpino in guerra ha messo le doti della gente di montagna: resistenza, pazienza, umiltà e senso del dovere, valori assunti dall’Ana come messaggio da tramandare; la gente perciò ama l’alpino, perché in esso vede il proprio figlio. La Prima guerra mondiale ebbe dunque una forza rigeneratrice – ha aggiunto poi Isnenghi – e da lì gli alpini han continuato la corsa, ma come passisti, non come velocisti che bruciano le tappe. Così l’Ana è cresciuta, trasformandosi più volte, come è accaduto, ad esempio, anche per le canzoni degli alpini. Perciò, ha concluso Labanca, “oggi l’Ana è troppo grande per non cambiare ancora, seguendo la memoria storica, uscendo dai miti ed indagando su cosa sia realmente accaduto”.

    Il Consigliere nazionale Mauro Azzi, che del ciclo di incontri è stato il motore, ha poi chiuso il lungo percorso, ringraziando i relatori per avere «analizzato le motivazioni dell’Ana, pulendole dalla retorica. Abbiamo una grande reputazione – ha concluso – quindi dobbiamo lanciare messaggi chiari sul futuro, consci della grande responsabilità affidataci dai nostri 350mila iscritti».

    Massimo Cortesi