L’Italia degli alpini

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    Bartolomeo Mana di Cavallermaggiore in provincia di Cuneo, morì sul Monte Rombon nel settembre 1916. Nacque il 28 maggio 1892, cresciuto all’ombra del Monte Viso, sulla strada che da Torino scende verso Cuneo, attraversò l’intero arco alpino, oltre mille e duecento chilometri di vette ininterrotte, per giungere in territorio austriaco a Plezzo-Flitsch, oggi Bovec in Slovenia nell’Alta Valle dell’Isonzo. Quel fiume e le cime che lo cingono, bastioni del gruppo montuoso del Canin, oggi sono gli ultimi testimoni rimasti.

    La natura con i suoi alberi secolari, i sassi mangiati dal tempo, i fianchi ripidi ed erbosi a sud e le pareti verticali, selvagge, inospitali che precipitano verso nord videro uomini e battaglie. Sopportarono la guerra. Sul Rombon, Bartolomeo combatté con il battaglione Bicocca del 2º Alpini; la sua Medaglia d’Argento rimase riposta in un cassetto insieme al diploma di concessione firmato dal ministro della Guerra. Ferito ad una gamba e ricoverato in infermeria, impossibilitato a combattere, quando seppe che il suo Capitano era stato colpito e giaceva sul campo, abbandonò il letto e si spinse verso la trincea. Riuscì a raggiungere l’Ufficiale, ma venne colpito a morte e cadde al suo fianco.

    Si fa memoria anche di Bartolomeo Mana il 4 Novembre, giorno che ricorda quei sacrifici. Ricorrenza nazionale istituita nel 1919 (pochi mesi dopo la costituzione dell’Ana), a un anno dall’entrata in vigore della firma dell’armistizio a Villa Giusti. Cento anni fa si celebrava la Vittoria dell’Italia contro l’Austria Ungheria; al termine della Seconda guerra mondiale venne rivista la denominazione e da allora è la festa dell’Unità d’Italia e delle Forze armate italiane. Eppure per molti il 4 Novembre è un giorno qualunque, nessun pensiero rivolto al passato, nessuno sguardo, nemmeno di sfuggita, al monumento ai Caduti che in ogni paese ricorda i tre anni e mezzo di guerra.

    Tra coloro che conoscono la storia, alcuni preferiscono non ricordare, demonizzando insieme alla guerra tutti coloro che la combatterono, la subirono, in ogni caso ne furono vittime, in nome dell’osservanza di un pacifismo estremo che limita il pensiero fino a tramutarlo in vacuo formalismo. Perché a fronte delle ragioni giuste o sbagliate ci sono i morti. E i morti si rispettano tutti e sempre. E allora quali sono i motivi che spingono un’Associazione d’Arma apartitica, che vive nel presente ed è proiettata nel futuro a ricordare? È un tratto caratteristico della storia e della tradizione degli alpini; è scritto sulla Colonna Mozza, “Per non dimenticare”. Ma quanti moniti incisi nel marmo richiamano a doveri che vengono puntualmente disattesi perché giudicati anacronistici, superati e forse persino noiosi? Dunque, perché?

    È un quesito complesso che racchiude molteplici risposte. Perché gli alpini sono uomini semplici, “dal ministro al mandriano” sanno che ci sono doveri che diventano valori, e tra questi uno è proprio il ricordo. Perché raddrizzati dalla naja che li ha resi uomini, insegnando loro la fratellanza, la generosità, l’ubbidienza. Perché gli alpini sono genuini, come ama ricordare in ogni occasione Beppe Parazzini, autentici nelle loro virtù e nei loro limiti. Il 4 Novembre, davanti al monumento ai Caduti, andavano con il nonno o il papà, i più vecchi con la maestra o il maestro e oggi ritornano insieme ai nipotini e accompagnano i bimbi delle scuole.

    Lo hanno fatto e continuano a farlo per Bartolomeo Mana e per quelli come lui. Così, se un giorno le ricorrenze che ci rimandano a un passato lontano, ma vivido e imponente, andranno via via perdendosi, non sarà perché inadeguate ai tempi moderni, ma perché gli uomini si dimostreranno inadeguati ad esse. Non finché ci saranno gli alpini.

    Mariolina Cattaneo