In ricordo di Cesare

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    Mercoledì 23 gennaio la temperatura è rigida, il cielo sereno e nelle stazioni ferroviarie della linea Milano- Como-Chiasso la gente si stupisce di vedere diversi cappelli alpini sulle banchine in attesa dei treni e man mano che ci si avvicina a Milano il numero si ingrossa a dismisura. Che cosa ci fanno così tante penne nere a Milano? Vengono per rispondere ad un richiamo al quale non si può rispondere di no: onorare con la propria presenza le esequie di un grande alpino, che ci ha lasciati tanto immaturamente (54 anni sono veramente pochi!) quanto improvvisamente, stroncato da un attacco cardiaco. Il rito funebre si svolge, secondo il desiderio espresso dai familiari, in modo semplice e senza fiori e corone, in un’atmosfera di profondo raccoglimento, accompagnato nei vari momenti liturgici dal canto sommesso di un coro alpino: Stelutis alpinis, La Tradotta, Signore delle cime… Sono presenti tutti i rappresentanti dell’Ana. Su tutto il territorio nazionale la figura burbera, faceta, decisa, di Cesare e la sua costante disponibilità ad affiancare le Sezioni ed i Gruppi nelle rispettive necessità ha lasciato una traccia profonda nel tessuto associativo. Notevole la sua capacità di instaurare rapporti interpersonali di sincera amicizia, intessuti di semplicità. Egli ha attraversato in lungo e in largo l’intero stivale, portando ovunque la parola di un profondo conoscitore dell’Associazione, parola che ha lasciato il segno negli animi degli alpini. Coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo personalmente conserveranno sicuramente nel proprio cuore il suo ricordo, che non si potrà mai appannare né affievolire. Parlando della nostra Sezione, come si fa a dimenticare il lungo elenco di interventi da lui operati per aiutarla a superare problemi e momenti difficili, sanare incomprensioni e contrapposizioni, proporre indicazioni sapienti e tecnicamente inappuntabili per uscire da certe “impasse”? Sempre pronto al confronto con le diverse situazioni ed i differenti punti di vista, supportando con serenità e fermezza la visione associativamente e concretamente più corretta, non ha mai fatto mancare il suo contributo risolutivo.

    Luigi Marca, Sezione Monza

    Caro Luigi, ricordando il momento dei funerali di Cesare, a nessuno è sfuggita la marea di penne nere presenti. In una grande basilica, una grande e silenziosa omelia alpina.

    Sono un umile trasmettitore del 184º Cansiglio in congedo che il 13 gennaio scorso a Bardolino ha avuto l’onore di sentire e poter parlare con Cesare Lavizzari. Mi è bastato poco tempo per poterne apprezzare e stimare lo spessore umano e militare, quel parlare bene non solo del Corpo degli alpini ma anche di ogni altra arma o corpo dell’Esercito. Mi stringo a tutti voi famiglia alpina, spero un giorno di poter partecipare ad un’Adunata nazionale, sarebbe un sogno, soprattutto in onore di Cesare.

    Alessio Facchinetti

    Il carisma di Cesare era fuori discussione e la piacevolezza del suo raccontare altrettanto acuta e stimolante. Il venir meno della sua presenza ci rende coscienti di quanto prezioso fosse il suo apporto e il suo stimolo per la nostra vita associativa.

    Sono un amico degli alpini, già da 19 anni ormai. Nel luglio 2000 era fissata la mia tanto desiderata partenza a naja, che mai fu tale, perché un maledetto ginocchio non mi dava tregua e non mi rendeva abile per qualcosa che dal mio cuore desideravo tanto. Quando mi scartarono all’ospedale militare per me fu dura: papà ci teneva tanto, mio fratello forse ancor di più. Famiglia alpina, ed io la pecora nera. Conoscevo Cesare Lavizzari, anche bene, mi ha sempre spronato a difendere la categoria di chi ama ma che non ha potuto essere. Forte anche dei suoi insegnamenti non ho mai mollato il mio Gruppo, che lui spesso frequentava, la Sezione, e soprattutto l’Associazione che rimane parte di me. Ho purtroppo avuto momenti di sconforto, di attacchi agli “amici degli alpini”: diciamolo, Cesare ha sempre sostenuto chi vi vuole bene, quindi anche me. Saranno sensazioni ma gli occhi profondi del nostro “Cesarone” sembravano sempre dirmi nel suo accento più che milanese: “Peccato, ci facevi comodo tu!”. Era un attestato di stima di una persona fantastica, di immensa cultura alpina e di grande profondità culturale: degli alpini sapeva tutto, delle tradizioni, dei cori, della storia e della vita. Ora che la vita se l’è portato via, ora che è “andato avanti”, ci lascia un grande vuoto, incolmabile, specie nell’anno del centenario dell’Associazione e nell’anno dell’Adunata di Milano che aspettava più di chiunque altro. Ciao Cesare, alpino, uomo: vola nel cielo e canta agli angeli la nostra “bèla madunina”, che come la cantavi tu…. nessuno mai. Buon viaggio amico mio.

    Lettera firmata

    La tua aspirazione ad essere alpino è una specie di battesimo di desiderio e Cesare ha avuto il merito di fare il pontefice di questo battesimo.