Io avrei risposto così

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    Sono preoccupato. Perché? Perché ultimamente leggo sul nostro giornale lettere di alpini che, francamente, mi lasciano perplesso (ed è un eufemismo). E anche le Sue risposte non mi hanno convinto. E mi spiego. Qualche numero fa un lettore lamentava che l’Anpa avesse portato in piazza giovani di colore, bollando l’iniziativa come pura propaganda. Risposta Sua: hai ragione. Io avrei risposto: ci sono cittadini italiani di colore, piaccia o no. Ed essi hanno diritto di aderire all’Associazione Partigiani e di scendere in piazza con gli italiani di nascita. Dov’è il problema? Numero di novembre 2018: un lettore lamenta che in una manifestazione davanti ad un monumento al partigiano si sia suonato “Bella ciao”, affermando che il canto è “abbastanza di sinistra” (piuttosto risibile come definizione). Risposta Sua: hai perfettamente ragione (e titolando oltretutto la lettera “Quelle note stonate”). Di fronte alle rimostranze di altri lettori Lei se la cava dicendo che sarebbe stato meglio suonare il “Silenzio” per non disturbare la sensibilità di qualcuno, poiché il canto è stato fatto proprio dalla sinistra. Io avrei risposto: “Bella ciao” è stata suonata per celebrare i Caduti partigiani, protagonisti di quella Resistenza da cui è nata la nostra Costituzione (vedi il famoso discorso di Calamandrei) e sulla quale è impostata la nostra Repubblica. Informo chi non lo sapesse che “Bella ciao” è stata cantata (e lo è ancora) in diverse parti del mondo dove mancava (o manca) la libertà, unico valore presente in quel canto. Se è stato lasciato alla sinistra è colpa di chi ha smesso di cantarlo dimenticandosi di tutti i morti (di diverse parti politiche) che gli hanno permesso di vivere in libertà. Quindi benissimo il “Silenzio” per tutti i Caduti e benissimo (e intonatissimo) il “Bella ciao” per i Caduti partigiani. Se poi turba qualche neofascista non è un mio problema, gli altri non hanno motivo di essere turbati. E non tiriamo fuori, per favore, la questione che, fra i partigiani, ci sono stati anche delinquenti (pochissimi) che hanno commesso nefandezze: lo so anch’io, ma i primi a dolersene sono proprio i partigiani. Ci sono state vendette: certo, non bisogna scusarle, ma prima c’erano stati vent’anni di fascismo. Questo non autorizza in nessun modo ad equiparare fascisti e partigiani, come qualche storico revisionista vorrebbe. Però queste lettere (e le altre che Lei ha dovuto censurare perché “non farebbero onore agli alpini”) ci pongono degli interrogativi: dove vanno gli alpini? dov’è finita la loro tanto sbandierata solidarietà?

    Attilio Riva, Sezione Padova

    Caro Attilio, leggendo la tua lettera, mi veniva spontaneo pensarti seduto davanti a me per discutere guardandoci in faccia, quando il non detto si capisce dagli occhi oltre che dalle parole. Quando, con garbo intelligente, dici di vedere nelle mie risposte una sorta di tentativo di… galleggiamento, in realtà questo trova spiegazione nella domanda finale che tu poni: dove vanno gli alpini? Io credo che attualmente anche gli alpini, come tutta la società in generale, siano fortemente spaesati (termine improprio ma che spero renda l’idea) da un bombardamento culturale e partitico che produce più frantumazione che coesione. Basterebbe leggere le lettere che arrivano sul mio tavolo, per rendersi conto come il momento istituzionale, fatto dai Gruppi, dalle Sezioni e dall’Ana nazionale, a volte si discosti molto dal sentire soggettivo dei vari iscritti, dove troviamo di tutto e di più. La cosa cui dobbiamo stare attenti è proprio quella di non trasferire in ambito istituzionale una certa tendenza alla contrapposizione, che oggi si percepisce tra tanti iscritti. È allora che un direttore deve inventarsi a fare il pompiere, ma non per salvare la pelle, quanto per evitare di accendere altri fuochi. Sperando che tempi migliori ci aiutino a stemperare gli animi trovandoci tutti uniti intorno al nostro patrimonio ideale, di cui abbiamo bisogno noi e la società tutta.