Il cappello sopra le ferite

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    L’appuntamento è al casello di Carpi. Ad aspettarci il consigliere nazionale Corrado Bassi. Con lui, Gianfranco Cenni, presidente della sezione Bolognese-Romagnola e Guido Manzini, referente Protezione Civile ANA dell’Emilia Romagna. Arrivi da fuori e sei un po’ impostato. Facce severe, con la dovuta smorfia di malinconia. Mica si va alla sagra, si va a vedere disgrazie, buondio! Ma bastano cinque minuti in loro compagnia per farti nascere una domanda. Ma da dove ha attinto ‘sta gente il Dna della cordialità, della bonomia, della voglia di sdrammatizzare? Quell’accento che ha la musicalità di un brano di Vivaldi, piuttosto che quella cupa di una Messa da Requiem?

     

    La chiacchiera indugia sulle facezie, ma il linguaggio della “bestia” si impone man mano che si va avanti. E sono prima le crepe nelle case e nelle fabbriche. Crepe infilate come lame dentro la carne per farne scempio. E ti viene spontanea una metafora, come se la bestia fosse un tumore, una brutta metastasi che avanza senza che te ne rendi conto e quando te ne accorgi è troppo tardi. Ogni tanto trovi una casa nuova distrutta completamente. A terra come un sacco di pietrisco, senza più nervature che la sostengano.

    Com’è possibile ti chiedi vedendo quei muri dalle tinte ancora odoranti di vernice, dai marmi che sembrano appena usciti dalla fresatura? La risposta la leggo più tardi, in un bar di Finale Emilia, uno dei pochi aperti, che sta facendo affari a gonfie vele. Perché qui la gente si ritrova per esorcizzare la paura e per evitare di stare tutto il giorno dentro le tende che, di questi tempi, con l’arrivo del solleone, non sono il massimo della piacevolezza. Scrive la Gazzetta di Modena che ci sono tre tipologie di edifici crollati.

    La prima è quella dei monumenti, dei castelli, delle torri… Memorie storiche legate alla presenza degli Estensi o le torri dei ducati che si opponevano all’avanzata dei soldati delle truppe pontificie. Altri tempi, finiti oggi sotto le macerie con le loro memorie. La seconda tipologia riguarda prevalentemente le case costruite negli anni Cinquanta. Muri di mattoni pieni, ma troppo stretti per reggere il peso sotto lo sconquasso. Infine gli edifici degli anni Novanta, fatti con laterizi vuoti dentro e perciò fragili come il cristallo sotto le grinfie della bestia. C’è poi il capitolo a parte delle fabbriche, che qui fanno girare l’1,50% del Pil nazionale, mica broccoletti. Giganti dai piedi d’argilla, su cui l’alacrità emiliana sta imprimendo i colpi di un rapido ripristino.

    Considerazioni a bassa voce, mentre siamo diretti a Cento, al Campo nr. 1 dell’ANA nazionale. All’ingresso del paese ci accoglie un cartello: Melissa e Sergio, oggi sposi, 9.6.2012. Il volantino è disegnato a mano, perché di questi tempi, grafici e stamperie sono a leccarsi le ferite, ma il messaggio è chiarissimo: forte più della morte è l’amore. Auguri ragazzi. Dentro il campo ci accoglie uno stuolo di bambini, riuniti per «Estate Ragazzi». Li animano Paola e Annalisa, giovane insegnante di Bari, con loro c’è anche Kaveri, 19 anni dell’India del Sud. Ci sono poi due adolescenti, l’una più carina dell’altro. Si guardano e non si accorgono neppure che siamo arrivati. Buon segno, da far invidia, perché quando i sentimenti bussano con questa forza non c’è terremoto che tenga. Le cucine sono gestite da un gruppo di Verona e la preparazione dei cibi funziona dentro un automezzo adibito ad Unità di emergenza del Comune scaligero. È venuto anche il sindaco Flavio Tosi a salutarli, nei giorni scorsi. Lo ha fatto con assoluta discrezione, per dire grazie a nome di tutti i veronesi.

    Tra gli alpini c’è anche Zerual, un giovane marocchino, che dà una mano in cucina. Ha perso casa e lavoro. Ha 4 figli di cui uno disabile. Dipendesse dagli alpini gli darebbero una medaglia, tanto lo stimano per quello che fa e per come lo fa. Più in là Mariarosa, vedova da pochi giorni, con 200 punti di sutura in una gamba e due figli lontani e gravemente malati, trascina la sua rassegnata stanchezza. «Mi ricordi a Dio», sussurra con grande dignità. E lì capisci che le crepe dei muri sono metafora di quelle nascoste nell’animo, certezze scricchiolanti e fragili come le paure che mordono dentro. Eppure nei campi non c’è posto per la malinconia. Basta un salto nel Campo 3 di Finale Emilia, per verificarlo.

    A far da capofamiglia c’è Giovanni Badano della sezione di Imperia. Ho usato l’espressio ne capofamiglia e non ne trovo una più indicata guardando la sua faccia impastata di equilibrio, intelligenza e capacità di sdrammatizzare. E di quest’ultima dote, Dio sa quanto ce ne sia bisogno. Anche perché nei campi la popolazione islamica tocca quota 50%, con tutto quello che il fatto comporta. A cominciare dalla richiesta di carne proveniente esclusivamente dalle macellerie islamiche, dove gli animali si sgozzano vivi, rivolgendosi alla Mecca. E poi ci vuole il placet dell’Imam e poi c’è il problema del vino e poi… Zanatta Maurizio della sezione di Treviso ci accoglie in cucina e seppellisce sotto un sorriso complice un mini brindisi al prosecco, da non far sapere a nessuno.

    Oggi ha preparato spezzatino di patate per i musulmani perché non è arrivata la carne, polpette per gli altri. Di primo pasta al sugo, oppure alle cipolle e pepe. Roba da portarsene a casa un po’, al posto della razione Kappa. Poco lontano, c’è il Campo Robinson gestito dalla Colonna Mobile dell’Emilia Romagna. Lo dirige Diego Gottarelli. Il piglio è quello dell’imprenditore, ma organizzazione e chiarezza di programmazione rivelano una razionalità d’eccellenza. Si capisce che è uomo abituato al governo e a non consentire divagazioni. Faccio i complimenti per la dignità della gente emiliana. Mi fulmina: «Qui siamo in Emilia Romagna. Io sono di Imola.

    C’è stata la neve ed io ero romagnolo. È arrivato il terremoto e sono emiliano». Incasso la lezione e mi lascio guidare tra le stradine del gioiello che ha messo in piedi. Un ordine e una razionalità topografica da far invidia ad un progetto urbanistico. C’è perfino il canile. Nessun cane dentro, ma se per caso… Consiglio agli amici di Striscia la Notizia di andare a prenderne atto. Per una volta il Tapiro potrebbe trasformarsi in medaglia. Chapeau, amici dell’Emilia-Romagna. Anche se le fatiche non mancano, la stima e la generosità della gente è lì a testimoniare quanta credibilità gli alpini abbiano nell’immaginario collettivo. Entriamo nei centri storici delle zone colpite. Sono il cuore dei paesi dove la bestia ha fatto scempio. Secoli di storia sepolti sotto le macerie, senza che sia dato sapere se mai un giorno torneranno a vivere.

    Chiese e monumenti fanno la parte del gigante nel ruolo sacrificale, ma poi bisogna guardare con attenzione per scoprire le ferite mortali del tumore. Nella vineria dove bottiglie e bicchieri sembrano il day after di una rissa tra alcolizzati… E il negozio d’oculista dove l’affascinante modella su carta patinata guarda sconsolata il soffitto coperta da vetri e occhiali rotti. E poi quel silenzio rassegnato, pieno di fantasmi, di paesi diventati inaccessibili, come se il nemico, la bestia, si nascondesse dietro l’angolo pronta a ghermire. La si esorcizza in tutti i modi come ci racconta il cartello appeso all’angolo della farmacia: “Terremoto, tol in tal c..”. Si chiedevano gli alpini quando sarebbe finito questo impegno. Fino a novembre azzarda qualche ottimista. Dipende dalla bestia, replica qualche altro. Dipendesse dagli alpini e dalla gente del luogo, prima. Molto prima.

    Luca di Stefano