Futuro associativo

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    Nell’ultimo editoriale che ho letto, scrivevi della presenza alpina alla mostra del cinema di Venezia per il film di Simona Ventura. Non so perché, ma quando ben descrivevi le dive, i divi e i loro ammiratori, mi sono venuti in mente gli alpini che nelle loro, nostre, cerimonie o feste, sembra provino un grande piacere a farsi riprendere e fotografare con i rappresentanti della politica che, sempre invitati e sempre in prima fila, continuano ad elogiare, nei lori discorsi più o meno sinceri, l’operato degli splendidi e fondamentali uomini (e donne) con la penna sul cappello. Oltre ad una buona parte di noi, c’è qualcuno che si rende conto che quello che definisco “vuotismo dilagante”, che hai notato pure alla Mostra, è anche dovuto al fatto che manca l’obbligo di un periodo di servizio al Paese, che preferirei continuare a chiamare Patria? E che la politica ha le sue responsabilità? Tra non molto, a montare in tempi da record ospedali e cucine da campo, a dare una mano a terremotati ed alluvionati, a fare altre mille attività in aiuto alla comunità, non ci saranno più gli alpini ed i loro amici e neanche le altre valide associazioni d’Arma. Probabilmente continueranno le squadre comunali di Pc e qualche altra forma di volontariato, ma dubito che saranno sufficienti.

    Marco Bergagnini, Tricesimo (Udine)

    Caro Marco, la Presidenza nazionale ha istituito anche una Commissione, chiamata “Futuro Associativo” per dare risposta al problema che tu sollevi. Poi sappiamo tutti quanto il nostro Presidente si stia adoperando per portare a casa un periodo di servizio tra gli alpini per tanti giovani italiani. È un investimento di energie nel quale dobbiamo credere. Il futuro prossimo ci dirà con maggiore precisione l’esito delle nostre fatiche.


    Leggendo nel numero di ottobre la lettera di Gianbattista Stoppani sono d’accordo con lui che bisogna fare spazio ai giovani, ma dalla lettera traspare la velata constatazione che esista una certa resistenza a cedere il posto di comando. Devo dire che non è questo il problema salvo forse rare eccezioni, semmai il problema è di avere un ricambio visto che ormai i più giovani hanno passato abbondantemente la quarantina. A questo proposito cito la mia esperienza personale che parte dal lontano 1966. Dopo una decina d’anni di militanza come consigliere mi sono trovato ad essere scelto come capogruppo a 34 anni. Dopo tre mandati ho ritenuto opportuno cedere il posto ad altri ma il Gruppo ha ritenuto di confermarmi come consigliere. In questi anni, fino ad oggi, a turno ci siamo avvicendati come capogruppo passandoci la stecca. La preoccupazione di ogni nostro capogruppo è stata quella di coinvolgere il più possibile i giovani anche se distolti da altre preoccupazioni o hobby contingenti. Quindi allo scoccare dei 56 anni di militanza nel Gruppo mi sento di auspicare che ci ascoltino nella reiterata richiesta di reintrodurre un periodo di servizio obbligatorio che educhi i giovani al dovere e magari porti nuova linfa alla nostra amata Associazione.

    Alberto Valsecchi, Gruppo di Abbiategrasso, Sezione di Milano

    Caro Alberto, va da sé che senza ricambio di giovani non si va da nessuna parte. Ciò precisato, non dimentichiamo che le cose funzionano con le anagrafi che abbiamo a disposizione. Purché attive nell’operare e motivate nell’ispirazione.