Archeologi dell’anima

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    Gentile don Bruno, io e i miei colleghi di ricerca, Federica Delunardo e Mauro Ambrosi, desideriamo ringraziarla per l’articolo che ha scritto su L’Alpino. Sappia che ci ha profondamente commosso. Soprattutto quando ci ha definiti “archeologi dell’anima”. Negli anni siamo stati definiti in vari modi, talvolta anche poco lusinghieri: ma questa è di gran lunga la definizione che oltre ad averci emozionato, più si avvicina a ciò che proviamo e definisce perfettamente la passione che ci spinge a fare ricerche su quei poveri ragazzi della Prima guerra mondiale. Ricordo l’aneddoto che ha raccontato sul palco il giorno della presentazione della ricerca: ai vescovi restii nei complimenti vorrei dire che con le sue parole lei riesce a raccontare e cogliere sfumature preziose, come nel nostro caso. Grazie per averci toccato il cuore. Un fraterno abbraccio.

    Silvia Musi, Federica Delunardo e Mauro Ambrosi

    Gli amici che mi inoltrano questa bellissima lettera fanno parte dell’equipe che ha indagato e scoperto l’identità del milite, ora non più ignoto, il cui corpo, nel 1916 fu travolto e sepolto dalla neve al Vallon della Popera, nel Comelico e di cui abbiamo scritto nel numero di dicembre. Siamo noi, cari amici, a dirvi grazie. Senza la vostra tenace ostinazione, oggi Carlo Cosi, sottotenente medico originario di Napoli, sarebbe ancora senza nome.