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  Argomento: I guerra mondiale, Trento 2018

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Il 12 luglio 1916, nel Castello del Buonconsiglio di Trento, viene impiccato per alto tradimento il tenente degli alpini Cesare Battisti, classe 1875. È un’esecuzione impietosa e macabra: al prigioniero è stata tolta la divisa da ufficiale, sostituita con un abito liso e fuori taglia che lo rende goffo; nella Fossa della Cervara, sul retro del castello, è stato approntato un patibolo rudimentale sul quale sale il boia Josef Lang, fatto venire apposta da Vienna; l’esecuzione viene ripetuta due volte perché il cappio, troppo sottile, si spezza e deve essere sostituito con una corda più resistente; al termine, il fotografo immortala il boia e i suoi collaboratori in posa con sorriso beffardo accanto al corpo penzolante del Battisti. 

Tra i tanti caduti del 1915-1918, la vicenda di Cesare Battisti assume i contorni particolari di un’esecuzione in cui i furori della guerra si mescolano alle ragioni politiche, ai risentimenti nazionali, all’uso propagandistico. Figura insieme nobile e malinconica, Battisti nasce nel Trentino asburgico, figlio di un commerciante agiato, Cesare, e di una donna di origine aristocratica, Maria Teresa Fogolari: dal padre eredita il dinamismo e la determinazione, dalla madre il rigore morale e le curiosità intellettuale.

Dopo aver fatto gli studi classici nell’Imperiale Regio Collegio di Trento, inizia l’università a Graz, dove si lega ad un gruppo di marxisti tedeschi, quindi si trasferisce a Firenze, e qui nel 1898 si laurea in geografia. Austriaco per nascita, italiano per nazionalità, socialista per ideologia: una personalità ricca di slanci, stretta nelle contraddizioni del suo tempo. Dopo la laurea, e sino allo scoppio della Grande Guerra, quella di Cesare Battisti è una vita di battaglie politico-culturali, alla testa del movimento operaio trentino (per migliorare le condizioni di vita dei più deboli), ma anche alla testa del movimento irredentista (per l’autonomia del Trentino e per l’apertura dell’università italiana a Trieste).

Fonda il giornale socialista “Il Popolo”, dirige il settimanale illustrato “Vita Trentina”, scrive saggi di carattere politico-sociale e nel 1911 viene eletto deputato al Parlamento di Vienna, dove porta la voce dell’irredentismo italiano. Nel 1914, quando l’Europa si infiamma nel conflitto mondiale, non ha dubbi: “Ora o mai!”, scrive il 4 ottobre, e, dopo essersi trasferito a Milano, scende in campo tra gli interventisti, tenendo comizi in ogni parte d’Italia. Nel maggio 1915 si arruola volontario, dapprima inquadrato nel battaglione Edolo, quindi, promosso ufficiale, nel battaglione Vicenza del 6º reggimento alpini (dove avrà come subalterno un altro protagonista dell’irredentismo, l’istriano Fabio Filzi). Ed è combattendo nel battaglione Vicenza sul Monte Corno di Vallarsa che Battisti viene catturato nel luglio 1916.

Per gli austriaci è l’occasione per una punizione esemplare contro il deputato “traditore” che ha combattuto contro la sua Patria: di qui un processo lampo, l’impiccagione e le infamie della stampa di Vienna contro il “disertore vigliacco”. Per l’Italia, all’opposto, la sua morte diventa subito martirio, esempio di dedizione celebrato già nell’immediato dopoguerra, ma soprattutto esaltato dalla propaganda fascista (che si appropria indebitamente di un uomo di sicure convinzioni antiautoritarie).

Si può ricordare Battisti in tanti modi. Il più logico, forse, è ricordarlo come un alpino, che ai suoi commilitoni dedica un bellissimo volume pubblicato poche settimane dopo la sua morte, “Gli Alpini”, in cui coglie perfettamente i caratteri distintivi dei montanari in divisa che combattono la Guerra bianca: sicurezza ed equilibrio, resistenza ai disagi e solidarietà, obbedienza e senso del dovere, pur nell’ambito di una guerra accettata con rassegnazione piuttosto che compresa e voluta.

Una citazione per tutte: «Nessun altro soldato ha come gli alpini la virtù della perseveranza. Chi li vede partire dall’accampamento per andare in trincea, a passo lento e misurato, prova quasi irritazione: ma dopo sette, otto, dieci ore di marcia quegli alpini continuano con lo stesso passo, senza ombra di stanchezza. Eguale costanza hanno nell’affrontare il nemico: sono capaci di stare ore aggrappati su un ciglione di roccia, sotto la tempesta del fuoco, per essere pronti ad un attacco improvviso; e quando da una trincea hanno cacciato il nemico, vi si attaccano come le ostriche allo scoglio».

Gianni Oliva

gianni@giannioliva.it

  11/07/2016

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