Quel Natale del ’42, sul fronte del Don

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    Verso metà dicembre 1942 l’operazione sovietica Piccolo Saturno aveva rotto e sconvolto il fronte della grande ansa del Don, dopo aver isolato la 6ª Armata tedesca a Stalingrado. La Divisione Alpina Julia venne tolta dal primitivo schieramento fra Tridentina e Cuneense e spostata di notte a sud, oltre il gomito che il Don compie a Nova Kalitva. Trasferimento eseguito con autocarri per due battaglioni, (L’Aquila 9º e Tolmezzo 8º Alpini) in funzione di primo intervento, mentre gli altri seguirono a piedi, anche se l’urgenza del momento imponeva di arginare in tutta fretta la grande falla e di proteggere il fianco destro dello schieramento alpino pericolosamente scoperto, con Rossosch sede del Comando a meno di 30 chilometri. Lì la Julia si trovò costretta a resistere incredibilmente per un mese, dal 17 dicembre 1942 al 17 gennaio 1943, sotto attacchi continui, in campo aperto e senza protezione alcuna.

    Il terreno, agricolo, era completamente nudo, senza alberi nè arbusti, bianco e gelato per lo spessore di quasi un metro. Scavare ricoveri, trincee e postazioni richiedeva duro lavoro, sempre ostacolato dai continui attacchi. La maggior parte dei difensori era quindi costretta a vivere spesso all’addiaccio, con temperature proibitive. Con il nostro equipaggiamento poco adatto per simili disagi fu elevatissimo il numero dei congelati, fino ai primi di gennaio, quando fu possibile distribuire stivali di feltro di tipo russo, con altre coperte e indumenti. Già al trasferimento e nei primi giorni sulle nuove posizioni gli uomini potevano mangiare solo galletta e scatolette di carne gelata, senza mai una tazza di bevanda calda. Perfino l’acqua era cosa preziosa. In seguito, da dietro il fronte, i pasti potevano essere forniti solo di notte e se non era in corso un attacco.

    Naturalmente pane, cibo e bevande erano quasi sempre da sgelare. Caso raro, il bollettino del Comando supremo tedesco del 29 dicembre 1942 citava …nei combattimenti difensivi nella grande ansa del Don, si è particolarmente distinta la Divisione alpina italiana Julia . Quella zona resta famosa anche per i russi. Infatti la caratteristica collina Mironova gora prospiciente il Don sulla confluenza col Kalitva (per noi quota Pisello) venne eletta a Sito Memoriale, con un importante monumento a ricordo di quel crudele periodo di scontri proprio con noi italiani. Ciò osservo ora e sempre con infinita tristezza, poichè tutti vogliamo ricordare quei morti russi e italiani, mentre 67 anni dopo ci chiediamo ancora: perchè?

    Stava arrivando il Natale, il generale inverno dettava legge con difficoltà estreme, specie per noi, e quella posizione, nonostante la resistenza dei nostri, stava diventando la trappola catastrofica che portò all’accerchiamento anche del Corpo d’Armata alpino. Allora c’era solo lo scrittura per dire e descrivere, per ricordare, per lenire la lontananza, per confrontarsi con i propri cari. Ed io a casa avevo i genitori, una sorella e sei fratelli, un vero e proprio uditorio cui mi sentivo impegnato a comunicare.

    Così scrivevo il 22 e 25 dicembre davanti a Nova Kalitva, sul Don: … rispondo dalla mia buca profonda appena un metro, coperta con sterpaglia e un telo tenda che lascia filtrare enormi goccioloni diacci e fangosi per neve e terra che c’era sopra. Scrivi presto e pensa a quel che stiamo passando noi alpini tappabuchi, abbarbicati su un campo di girasoli, mentre Natale è qui.

    P.M. 202, 25 dicembre 1942.

    Carissimi, Natale fra spari e scoppi sta per andarsene. In questi giorni scrivendovi avevo incominciato a descrivere un po’, come potevo, tutto ciò che vedevo, che mi succedeva, che facevo, le nostre avventure insomma. Ora vedo proprio che non è possibile continuare: troppe sono le difficoltà, troppi i disagi, gli imprevisti, le emozioni. Non farei che rendere più viva la vostra apprensione per me. Non vi dico la notte Santa che c’è stata qui e il S. Natale da noi passato a oltre 20, nelle nostre buche luride e lordi come bestie. Stanotte durante un attacco davanti alla 6ª, un colpo di artiglieria mi ha ucciso due uomini e due feriti. Solo questi per fortuna… stamane ho assistito alla S. Messa in prima linea, in un calanco ed ho fatto la Comunione.

    P.M. 202, 28 dicembre 1942

    Carissimi, Sporchi ma sani si vive discretamente, adattandosi. Continuo a matita perchè l’inchiostro gela. Stanotte dopo le batoste di Natale i russi sono stati quieti. Il sole si fa ora vedere molto, ancora troppo basso però… P.S. Mi giunge ora una della mamma del 6 dicembre in cui dice chissà che brutto Natale passerai! Veramente Gesù è nato in una stalla migliore del nostro ricovero. Eppure ora ci sembra una reggia…: da alcuni giorni si razziavano pali e graticci nei paesi retrostanti ed oggi abbiamo ricoperto e ampliato il nostro ricovero. Ora con la terra che c’è sopra siamo al sicuro almeno dalle bombe di mortaio; se arriva una granata…pazienza. Baci, Guido.

    La posta che si spediva alle famiglie, con non poche difficoltà, dovendo scrivere da tane sotto terra, al lume di lucignolo a grasso anti congelante ed al freddo permanente, è viva testimonianza di uno spirito variamente espresso e interpretabile, certo straordinario anche in umilissimi soldati.

    Mamma carissima, mentre l’alpino vigila, il suo pensiero vola a chi lontano prega, attende e spera. Anche i reticolati nel giorno di Natale avranno il loro fiore; rivivremo i giorni felici, un palpitar d’ali, un richiamo d’amore .

    Così scriveva nella sua ultima lettera dal fronte l’alpino Lino Berti, classe 1922, di Denno Val di Non, in forza con il compaesano Angelo Conforti al btg. Vicenza, 9º Rgt. Div. Julia. Una lettera commovente, che pare poesia e invece, dati i luoghi e la situazione, è un addio quasi cosciente in vista del sacrificio imminente della vita. Entrambi caddero in combattimento sul Quadrivio di Selenij Jar : Lino il 30 dicembre e Angelo subito dopo la sua ultima lettera di data 7 gennaio 1943. Eccola, semplice e commovente per la spontaneità delle notizie: …io cari genitori mi trovo qua che è quasi un mese e credo mi scuserete se non v’ho scritto prima. Credete che non ho avuto mai un riposo, ma io vi penso sempre, tutti i giorni e le notti… Ho passato le feste abbastanza bene, ma fra la bufera. Però sempre coraggio, che tutto passerà. Di Lino non so niente nè l’ho più visto ma spero in bene. Qui siamo rimasti in pochi, ma speriamo in Dio. Scusate di questo scritto, ma è freddo e sono all’oscuro…

    Certamente quel Natale fu il peggiore della nostra vita, con le mie reclute del 22 , in servizio militare di guerra, in obbedienza al dovere di leva, con pochissima istruzione ma tantissimo spirito alpino, di amor patrio, di resistenza e collaborazione.

    Guido Vettorazzo

    Pubblicato sul numero di gennaio 2010 de L’Alpino.