Dal gen. Risi al gen. Federici: avvicendamento tra comandanti alpini alla guida della missione in Kosovo

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Il gen. Federici assume il comando della missione.

Passaggio del testimone tra due generali alpini alla guida della missione Nato in Kosovo, il gen. D. Franco Federici ha dato il cambio al gen. D. Michele Risi nel corso di una cerimonia al Comando Nato di Pristina.
Nell’assumere il nuovo incarico, il generale Federici ha sottolineato l’importanza del lavoro di squadra e della coesione per il successo della missione “non solo nell’ambito di KFOR ma anche con le altre organizzazioni internazionale ie con le istituzioni in Kosovo. Sarà questa la forza racchiusa nel nuovo motto di KFOR, As one we progress”. Non sono pochi gli alpini che fanno parte dello staff del nuovo comandante, in attesa che all’inizio del 2021 si schieri nel Kosovo occidentale il 1° reggimento artiglieria da montagna della Taurinense, brigata che il generale Federici ha comandato in Italia e in Libano tra il 2015 e il 2016.

Abbiamo chiesto al generale Risi di fare un bilancio della missione sotto il suo comando.

Gen. Risi, qual è stato l’impegno del nostro Paese nella missione in Kosovo?
E’ stato un anno intenso speso nel mezzo della pandemia per contribuire alla sicurezza e alla stabilità del Kosovo e della regione, in continuità con il mandato della risoluzione ONU 1244 del 1999, che fissa il mandato della missione NATO KFOR, condotta oggi da 3.500 militari di 27 nazioni, circa 540 dei quali appartengono alle Forze Armate italiane. Negli anni il Kosovo ha conosciuto un notevole sviluppo, grazie alla comunità internazionale e alla missione della NATO, la cui presenza imparziale è essenziale per la stabilità della regione. L’Italia detiene ininterrottamente il comando della missione dal 2013 ed è il secondo Paese contributore dopo gli Stati Uniti. Si tratta di un riconoscimento importante del ruolo di primo piano dell’Italia in seno alla NATO, ed anche il riflesso del modus operandi dei nostri militari, sempre attenti alla popolazione locale, che è il centro di gravità di ogni missione di peacekeeping.

Nell’ultimo anno che risultati si sono raggiunti per la stabilità dell’area?
Il giorno del mio insediamento scelsi come motto “Enduring Stability”, per sottolineare che il nostro compito nel corso di quella che è la missione più longeva della NATO sarebbe stato quello di resistere a qualunque sfida alla stabilità e alla sicurezza del Kosovo. Le parole chiave sono state cooperazione e dialogo: con la popolazione, le istituzioni locali, le organizzazioni nazionali ed internazionali, i partiti politici e i rappresentanti delle diverse etnie e religioni in Kosovo. In questi ultimi dodici mesi si sono registrati alcuni importanti progressi, anche grazie alla mediazione del sottoscritto in qualità di comandante di KFOR e al ruolo propositivo dell’Ambasciatore d’Italia. Posso citare la collaborazione avviata dai responsabili della sanità di Pristina e Belgrado nel facilitare la risposta al Covid-19, e più di recente il compromesso raggiunto tra le Istituzioni in Kosovo e il Monastero Serbo-Ortodosso di Decane per tutelare il patrimonio culturale locale e al tempo stesso favorire lo sviluppo economico dell’area. Si tratta di un importante passo avanti nel costruire fiducia tra le comunità serba e albanese, riconosciuto dalla comunità internazionale e reso possibile attraverso la forte azione diplomatica dell’Ambasciata italiana che KFOR ha sostenuto lungo tutte le fasi in cui si è sviluppata.

Che impatto ha avuto l’emergenza sanitaria sulla missione?
KFOR ha saputo reagire prontamente allo scoppio della pandemia e abbiamo continuato la missione regolarmente, mantenendo la presenza sul campo e adottando tutte le misure di prevenzione raccomandate dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità, per proteggere i nostri militari e proteggere anche i cittadini. KFOR ha aiutato le istituzioni sanitarie in Kosovo a rispondere al Covid-19 grazie a numerose donazioni di dispositivi di protezione individuale e la sanificazione di numerose strutture pubbliche ad alta frequentazione. La missione ha anche facilitato l’arrivo e la distribuzione di aiuti da parte di Paesi Alleati e partner della NATO, attraverso i meccanismi di coordinamento dell’Alleanza. La situazione attuale impone di rimanere vigili e di lavorare insieme alle istituzioni in Kosovo, alle organizzazioni internazionali e a tutti i partner per la sicurezza perché questa crisi sanitaria non impatti sulla stabilità di una regione di importanza strategica per l’Europa, l’Italia e l’Alleanza Atlantica.

E qual è stato il contributo dell’Italia?
 La Difesa italiana è stata disponibile e generosa, ed ha fornito innanzitutto una squadra specializzata NBC dell’Esercito che ha bonificato decine di edifici in tutto il Kosovo. Importante è stata anche l’opera di sanificazione di diverse scuole condotta dai militari italiani del Comando Regionale Ovest. Grazie alla partnership tra il Ministero della Difesa e la Farnesina promossa dall’Ambasciatore d’Italia a Pristina, negli ultimi due mesi ha operato un team sanitario composto da medici e infermieri di tutte le Forze Armate, che ha messo a disposizione delle autorità e dei colleghi in Kosovo tutta l’esperienza accumulata in prima linea contro il Covid-19 in Italia. Si è trattato di interventi utilissimi e molto apprezzati dalla popolazione, oltre che dalle istituzioni sanitarie locali, e soprattutto un bell’esempio di sistema Paese.

Il dialogo interreligioso, alla base della convivenza tra popoli.
Un team di collegamento e monitoraggio a Pristina.