Ce n'era proprio bisogno

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Caro don Bruno, le scrivo per ringraziare un gruppo di persone di Oliveto di Imperia per avere regalato a mia madre, Elisabetta Beraldi, un momento di forte commozione che forse aspettava da 70 anni. Nel 1941 il suo unico fratello, Rodolfo, partì come tenente del battaglione Pieve di Teco per la Russia. Non tornò più.

Dichiarato disperso fu molto atteso da mia suocera (mio suocero era morto già) e da mia madre. Mia suocera morì e sulla lapide al Camposanto volle che fosse messa, tra la foto sua e del marito, quella del figlio, scomparso a 27 anni. Mia madre si rammaricava molto che i Caduti della Seconda Guerra Mondiale né a Imperia né a Oliveto fossero ricordati uno per uno su una lapide o un monumento. Ecco che a ottobre ricevo una lettera dal Parroco di Oliveto, don Alberto Casella, che mi scrive comunicandomi che con alcuni abitanti si è fatto promotore della collocazione di una lapide ai Caduti nella Piazza del paese di mia madre. Mi invitava a partecipare, portando mia madre. Ancora non saprei dire come abbia potuto scovarci, essendo noi a 200 km di distanza e dopo 35 anni che non tornavamo a Oliveto. Mi aspettavo una breve cerimonia, molto formale. E invece… la strada di accesso al paese tutta imbandierata. Un intero paese, bambini compresi, assiepato in Piazza. E i parenti dei Caduti, fratelli, sorelle, nipoti, tutti insieme in un posto d’onore. E protagonisti non ospiti: lo scoprimento della lapide è infatti avvenuto per mano di tutti loro. Vedere dopo 70 anni il nome di quello zio morto ragazzo e che non avevo mai conosciuto, lì su una lapide al centro del paese, vicino a quello di altri nove ventenni scomparsi a migliaia di chilometri dalle loro case (Etiopia, Grecia, Russia, Austria) mi ha toccato il cuore. Ce n’era bisogno ha detto qualcuno? Quel giorno ho visto piangere mia madre, piangere il fratello di un marinaio fucilato dai tedeschi dopo l’8 settembre, piangere un uomo che era undicenne quando suo fratello maggiore morì in Russia. Ebbene io che ero a Oliveto di Imperia quel 12 dicembre, dico sì, ce n’era bisogno. Lo si deve a quei ragazzi morti nel fiore degli anni. Lo si deve per rispetto ai loro genitori. Lo si deve perché le generazioni future conoscano il loro sacrificio.

Carlo Sommovigo – Sarzana

Il Milite non più ignoto sa parlare più di quanto non si pensi. Se mai siamo ancora capaci di senso di giustizia e di regalarci qualche emozione. E per togliere dall’anonimato questi nostri Caduti non servono competenze straordinarie. Qualche volta basta lo zelo laborioso di un buon parroco, al quale va tutta la nostra gratitudine.