Biografia Don Gnocchi (1902-1956)

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Carlo Gnocchi, terzogenito di Enrico, marmista, e Clementina Pasta, sarta, nasce a San Colombano al Lambro (Milano) il 25 ottobre 1902. L’esperienza della morte del padre, ancora in tenerissima età, e la successiva scomparsa dei due fratelli lo segnano profondamente. Gli rimane la madre come solo sostegno e unico rifugio affettivo. Sulle sue ginocchia apprende i rudimenti della fede cristiana. Al suo seguito impara a camminare nella via dell’attenzione ai poveri. Al suo esempio si rifà durante tutto l’arco della sua esistenza, nello stile di vita, nella capacità di ascoltare e di cogliere i bisogni degli altri, nella finezza dei tratti e nella rettitudine dei comportamenti.
Trascorre gli anni giovanili come alunno dei seminari milanesi negli ultimi anni dell’episcopato del cardinale beato Andrea Ferrari, anni contrassegnati da importanti iniziative pastorali. Il giovane chierico ha la possibilità di accostare e di seguire luminosi testimoni e maestri spirituali della Chiesa ambrosiana che segneranno la sua vita e alcune delle scelte future: oltre al cardinal Ferrari, preti interamente votati alla carità verso i più poveri come don Luigi Guanella, don Luigi Orione, don Giovanni Calabria, madre Francesca Saverio Cabrini…

Sacerdote tra i giovani

Nel 1925 viene ordinato sacerdote dall’Arcivescovo Eugenio Tosi e celebra la sua prima Messa a Montesiro, in Brianza, dove abitano gli zii presso i quali trascorre le vacanze estive. Egli matura un modo preciso di concepire e di vivere il ministero sacerdotale: lo definisce come un farsi «carne e sangue con la propria gente».
È inviato come assistente d’oratorio, prima a Cernusco sul Naviglio, poi, dopo solo un anno, a Milano, nella popolosa parrocchia di San Pietro in Sala. Qui si fa apprezzare per la sua intensa attività e soprattutto per le sue capacità educative. Convinto che sia la famiglia a costituire il quadro primario e fondamentale nel quale è possibile promuovere un’efficace azione pedagogica cristiana, cerca di coinvolgere anche mamme e papà nelle varie iniziative dirette ai ragazzi: il libro, Andate ed insegnate, del 1934, è frutto di alcune conferenze tenute proprio a genitori.
In Arcivescovado non tarda a giungere notizia della stima e dei consensi di cui egli gode presso la sua gente. Il cardinale Ildefonso Schuster, nel 1936, lo nomina direttore spirituale di una delle scuole più prestigiose di Milano: l’Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane. In questo periodo studia intensamente e scrive brevi saggi di pedagogia, poi raccolti in un famoso e fortunato volume dal titolo Educazione del cuore, del 1937.

Cappellano degli alpini

Nel 1940 l’Italia entra in guerra e molti giovani studenti vengono chiamati al fronte. Il forte desiderio di essere non solo un maestro di dottrina, ma soprattutto un testimone di vita, e la matura convinzione che soltanto il mettersi in gioco rende autorevoli e autentiche le parole, spingono don Carlo a seguire i suoi ragazzi fin dentro le durissime prove della guerra. Cappellano volontario, prete “in” guerra ma non “di” guerra, affronta con cuore di pace, intruppato nella Julia, le montagne fangose dell’Albania e della Grecia e poi le lande gelide della steppa russa con gli alpini della Tridentina per custodirne le speranze, raccoglierne le lacrime, curarne le ferite e benedirne la morte, il vero “dies natalis” del cristiano.
La terribile esperienza bellica, il dramma della ritirata di Russia, da cui si salva per miracolo, fanno emergere in lui anche l’incontro scontro con il mistero del male, di fronte al quale ogni facile risposta suona vuota e ingiuriosa. A stretto contatto con i suoi giovani alpini, va forgiandosi in lui quella “milizia dello spirito” che sboccerà in una forte disposizione al sacrificio e in uno straordinario senso di condivisione che soltanto l’esperienza della sofferenza può far sorgere e temprare. Scrive dal fronte all’amato cugino Mario: «Sogno dopo la guerra di potermi dedicare per sempre ad un’opera di Carità, quale che sia, o meglio quale Dio me la vorrà indicare. Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i suoi poveri. Ecco la mia ‘carriera. Purtroppo non so se di questa grande grazia sono degno; perché si tratta di un privilegio. Cerco di rendermene sempre meno indegno e prego ogni giorno Dio che mi scelga a questo ufficio. Allora avrei trovato la mia via definitiva».

Padre dei mutilatini

L’Italia dell’immediato dopoguerra è un Paese devastato dalle distruzioni e ridotto a una povertà estrema: è allora che suona «l’ora della carità», come ripetono i vescovi ai loro sacerdoti. Dopo il doloroso “pellegrinaggio” tra le valli alpine alla ricerca dei famigliari dei commilitoni caduti nell’inferno bianco della Russia e l’attività clandestina per salvare vite umane dagli strascichi della guerra civile (imprigionato dalle SS nel carcere di San Vittore, viene liberato grazie all’intervento del cardinale Schuster), è la Provvidenza ad indicare a don Carlo in quale specifica “vigna” avrebbe dovuto impegnare il resto della sua vita. Assume la direzione dell’Istituto Grandi Invalidi di Arosio dove accoglie i primi orfani di guerra. Nella sua mente è rimasta la forte impressione di un’infanzia sconfitta, violata, abbandonata. Lì, una sera, una giovane donna disperata gli affida il proprio figlio, mutilato a una gamba: fulminato dai tratti sfigurati di quel piccolo, vittima degli orrori della guerra e dei “soldati più intelligenti” che sono le mine, don Carlo matura la sua personale e audace risposta alla tragedia del dolore innocente. Una risposta attinta dalla frequente meditazione del mistero della Croce, cifra di quell’amore che non solo restituisce la vita, ma la dona in abbondanza.
In pochi anni l’Opera di don Carlo cresce prodigiosamente, con collegi in ogni parte d’Italia: Cassano Magnano, Parma, Pessano, Torino, Inverigo, Roma, Salerno, Firenze…

Precursore della riabilitazione

Don Carlo deve far fronte a centinaia di bocche da sfamare, gambe tronche alle quali ridare forza per camminare, moncherini cui insegnare a scrivere e a lavorare, sofferenze da guarire e riscattare, cuori smarriti da rigenerare. Sente l’esigenza di qualcosa di organico, che non si limiti a rispondere alle necessità primarie. Concepisce il collegio in maniera nuova: non puro e semplice ricovero, ma luogo teso a favorire la maturazione affettiva e intellettuale, ricreativa e occupazionale degli assistiti, con cure mediche e chirurgiche, un’istruzione scolastica e professionale. Insomma, si tratta di offrire a questi ragazzi l’esperienza di una nuova e profonda paternità: «Si direbbe che la lotta e la vittoria contro il dolore è una seconda generazione, non meno grande e dolorosa della prima e che chi riesce a ridonare a un bimbo la sanità, l’integrità, la serenità della vita, non è meno padre di colui che, alla vita stessa, lo ha chiamato per la prima volta».
Don Gnocchi apre i recinti in cui è chiusa la scienza medica, la unisce alla carità e alla giustizia per redimere l’umana sofferenza e restituire, così, dignità ai soggetti curati.

Imprenditore della carità

Don Gnocchi sostiene la necessità di un’azione dove la carità non sia disgiunta da una preparazione specifica ai più alti livelli; intuisce che la perfezione della carità implica cercare il meglio, non sopporta dilettantismi o pressappochismi. Di più, non si può separare la carità dalla professionalità, pena il ridurla a beneficenza paternalistica; d’altra parte, l’assistenza a chi si trova nel bisogno non è pienamente professionale se non è in relazione con la carità, al livello più profondo e radicale.
È in questa prospettiva che trova ragion d’essere un’opera dopo gli orfani e i mutilatini è la volta dei poliomielitici e di altri bambini sofferenti che, pur inserendosi nel solco di iniziative assistenziali analoghe, intendeva in assoluta novità porsi al servizio di una “restaurazione” piena della persona umana, di una sua rigenerazione e di una sua piena integrazione sociale.
Il suo progetto, mirante a un recupero globale della persona, è assolutamente nuovo in Italia e fa una certa fatica a inserirsi nelle strutture assistenziali dell’epoca, obsolete, frammentate, circoscritte in ambiti ben definiti e specifici. Carità e giustizia si devono dare la mano: egli ritiene che lo Stato debba finanziare e controllare, ma lasciar gestire ai privati.
L’ultima grande impresa di don Gnocchi è il Centro Pilota per poliomielitici di Milano, vera e propria sintesi della sua metodologia riabilitativa. In uno dei rari documenti sonori che ci regala la sua viva voce, don Carlo descrive i contorni di quest’opera, che egli immagina come un progetto innovativo per l’assistenza e la riabilitazione dei bambini poliomielitici: «Vorremo fare una casa tipica per questi ragazzi; cioè una casa pensata al servizio di bambini non sufficienti, non autosufficienti; quindi, dove tutto, dalla sedia, al banco, al letto, al servizio, al campo da gioco, ai pavimenti, alle pareti, alle porte che devono essere larghe per il passaggio di carrozzine, sia pensato in funzione di una comunità non deambulante con i propri mezzi, non autosufficiente…».
Nel settembre del 1955, alla presenza dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, partecipa alla posa della prima pietra del Centro “Santa Maria Nascente”, nel quartiere di San Siro.

Profeta del dono d’organi

Cinque mesi dopo, aggredito dalla malattia e consumato dalla fatica, don Carlo si spegne alla Clinica Columbus di Milano. È il 28 febbraio 1956: ha solo 54 anni.
Indomito nello spirito, vuole però porre l’ultimo sigillo a una vita donata fino all’estremo: regalare i propri occhi a due mutilatini, un ultimo atto d’amore, financo una provocazione a una società spesso cieca, tarda, lenta e sonnacchiosa davanti ai bisogni e alle sofferenze dei più indifesi.
Il gesto, fuorilegge in quegli anni, solleva grande clamore non solo tra l’opinione pubblica, ma anche nel mondo dei giuristi e nei circoli dei moralisti e dei teologi. È grazie a don Carlo che il Parlamento vara le prime norme sui trapianti d’organo. E sul versante morale, papa Pio XII, nell’Angelus della domenica successiva alla morte, avalla il generoso gesto del padre dei mutilatini, ponendo a tacere qualsiasi osservazione contraria o dubitativa.

L’addio a un santo

I funerali sono grandiosi per partecipazione e commozione: quattro alpini a sorreggere la bara, altri che portano a braccia i piccoli mutilati giunti da tutta Italia, oltre centomila persone a gremire il Duomo di Milano e la piazza, la città listata a lutto e l’Italia intera a piangere la scomparsa dell’apostolo della bontà, un “piccolo, grande santo” come si legge dalle colonne del Corriere della Sera di quel giorno.
La cerimonia è officiata dall’Arcivescovo Montini, grande amico di don Carlo e futuro papa Paolo VI. Durante le esequie, viene data la parola a un bambino. «Prima ti dicevo: “Ciao don Carlo” sono le parole, semplici e commosse, del piccolo Domenico, ospite del Centro di Inverigo dell’allora Fondazione Pro Juventute Oggi ti dico: “Ciao san Carlo”».