Zona franca

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    Rubrica aperta ai lettori.

    Perché Bassano sì

    Nella rubrica de L’Alpino sono apparse alcune lamentele (pacatamente espresse e pacatamente riscontrate) per l’assegnazione a Bassano dell’Adunata del 2008 nonostante i disagi di Asiago 2006 non certo attribuibili agli alpini dell’Altopiano. È giusto che i nostri soci, anche quelli che non conoscono a fondo la realtà bassanese, esprimano il loro parere sulla scelta di un avvenimento che scuote e coinvolge il piccolo universo alpino (e non solo). Ritengo però che nel nostro caso siano d’obbligo alcune precisazioni. Premetto che chi scrive ha al suo attivo 51 Adunate nazionali consecutive, e che quindi si è fatto sul campo una certa esperienza acquisendo due principi fondamentali: ogni Adunata, anche se ripetuta nella stessa città, non è mai uguale ad un’altra, perché molte e diversificate sono le variabili in gioco; ogni Adunata nazionale ha avuto le sue difficoltà, i suoi piccoli o grandi inconvenienti, le sue traversie. Entrando nello specifico, chi conosce la situazione dei luoghi sa che Bassano, rispetto ad Asiago, può contare su una ben diversa orografia; una più estesa capillare ed accessibile (anche se non ottimale) viabilità di avvicinamento e penetrazione; una linea ferroviaria che, sia pure nella sua alternante funzionalità (stiamo cercando di portarla al massimo almeno per l’occasione) può veicolare nel cuore vivo e pulsante dell’Adunata i soci in arrivo dal Trentino, dalla bassa trevigiana, da Venezia, Padova e Vicenza; una dimensione urbanistica a misura di alpino , considerato che con il suo hinterland, fatto di piccole città e grossi paesi, costituisce un unicum che può dignitosamente reggere il confronto con qualsiasi altra città di medie dimensioni. Tra l’altro, non è sempre valida l’equazione: grande città = grande Adunata. Anzi, esperienze largamente condivise hanno dimostrato che, quasi sempre, dalle grandi città abbiamo portato a casa grandi delusioni. In attesa quindi del luogo ideale per l’Adunata perfetta (chissà se almeno mio figlio riuscirà ad incrociarla) ritengo di poter ribadire che Bassano, forte anche della sua storia, della sua alpinità e delle sue offerte culturali, ha tutte le carte in regola per affrontare dignitosamente la grande sfida.

    Bortolo Busnardo Casoni (VI)

    Ancora sull’obice da 105/14

    Queste mie note vogliono essere un’aggiunta allo scritto di Mario Gallotta, che forse non era a conoscenza della fase iniziale della 33ª batteria gruppo Bergamo; infatti il Gallotta afferma che: … il nuovo pezzo di artiglieria fu sperimentato nel 1958 presso il 5º rgt. art. montagna. Il primo esemplare fu affidato alla 33ª batteria del gruppo Bergamo comandata dal capitano Luigi Cavallari, che ebbe il compito di effettuare numerosi ed impegnativi esperimenti, con particolare riguardo al someggio e al trasporto dell’obice. Ecco, qui mi corre l’obbligo di aggiungere che i primi quattro pezzi da 105 furono sì affidati alla 33ª btr. del gruppo Bergamo , ma che la stessa era stata costituita nei primi di marzo del 1957 ed era comandata dal cap. Gusmeroli (meglio noto come il GUS ) mentre il sotto comandante batteria era lo scrivente dal 3/3/1957 al 10/4/1957, allorchè fu trasferito al 6º art. mont., con sede a Belluno, comandato dall’attuale decano delle Truppe da montagna col. Franco Andreis. Iniziammo subito la sperimentazione del sistema di someggio e lo studio del servizio al pezzo per stabilire i muli occorrenti e la taglia (furono necessari undici muli di prima taglia dato che tutti i carichi superavano i 110 kg), il numero di serventi e i loro precisi movimenti per il servizio stesso. Nelle carte della Batteria, se fosse possibile reperirle, dovrebbe esserci la documentazione relativa a quegli esperimenti, parte anche a mia firma. Infine un ultimo ricordo: la 33 era acquartierata non nella caserma Druso, sede dei gruppi Bergamo e Sondrio con le rispettive batterie (31 32 41 42), ma in una caserma nella parte bassa di Silandro.

    Gen. D. (ris.) Giuseppe Farinelli Gazzola (PC)

    La linea Cadorna, a Viggiù

    Le cronache degli editoriali dei quotidiani della provincia di Varese ci consegnano uno scempio avvenuto nel luinese nel territorio di Voldomino Superiore: la distruzione di circa 90 metri della Linea Cadorna sacrificati ai fini di una scellerata speculazione edilizia. Per fortuna, non tutto il mondo è paese. La famosa Linea di demarcazione voluta dal generale di Pallanza, che parte da Ornavasso ed arriva sino a Colico, al confine tra la provincia di Como e la Valtellina, a Viggiù è motivo di orgoglio per il locale gruppo Alpini. Viggiù, è adagiato ai piedi del massiccio del monte Orsa e Pravello, le cui cime sono collegate da postazioni e camminamenti della Linea, facendo da confine naturale tra l’Italia e la vicina Confederazione Elvetica. Nell’arco dell’anno, sono soventi gli interventi di pulizia e rifacimento delle mura a secco, effettuati dal gruppo Alpini locale e dalla protezione civile ANA della sezione di Varese. Il far bene premia sempre, la conferma viene dai vari istituti scolastici della provincia di Varese, i quali hanno inserito nel loro programma didattico lo studio della Linea Cadorna e su come e perché Cadorna decise di fare costruire la Linea di demarcazione. Per questo motivo è stato richiesto al gruppo alpini locale di effettuare delle lezioni in aula e sul posto. Si riscontra un forte interesse da parte degli studenti, che richiedono sempre materiale informativo. Il locale gruppo alpini ha messo a loro disposizione un DVD realizzato interamente da loro, con una ricca raccolta di fotografie (circa 250) che illustrano l’intero percorso, diviso in due parti: la cannoniera bassa, che in caso di conflitto avrebbe coperto un eventuale intervento dal Mendrisiotto, e la cannoniera alta, per coprire un eventuale attacco sul lato del Ceresio. Tutto ciò per il gruppo è un’isola felice ai fini turistici storici e culturali, ed è ben lontano il pensiero di far intervenire ruspe o altro.

    Beniamino Zambardi Viggiù Clivio (VA)