Zona franca

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    Rubrica aperta ai lettori.

    Un orsacchiotto, a Catania


    Sono una siciliana di 34 anni. Ho sentito forte l’esigenza di scrivervi dopo aver letto il bellissimo libro di Alfio Caruso Tutti i vivi all’assalto , che narra della lunga e dolorosissima epopea della nostra migliore gioventù mandata allo sbaraglio sul Don da Mussolini Per meglio sedersi al tavolo della pace .
    Non si può restare indifferenti al dolore, all’eroismo, al sacrificio e alla disperazione di cui le pagine del libro sono pervase. È vero, la nostra generazione, cresciuta in tempo di pace, di benessere e prosperità, non può assolutamente capire cosa sia stata la guerra, e che cosa essa abbia significato per le famiglie, dove la sorte dei propri cari inviati al fronte era, molto spesso, affidata alla casualità, e l’attesa del ritorno legata ad un filo di speranza.
    Mio marito aveva uno zio che dalla Russia non è più tornato, lasciando nello sgomento la moglie e due bambini di uno e due anni. Ma la moglie non si è abbandonata alla disperazione, si è rimboccata le maniche e ha cresciuto i propri figli, che sono poi diventati stimati professionisti, con quanto le veniva dall’esiguo sussidio statale. Mi sono accostata alla realtà dei reduci l’anno scorso, in occasione dell’annuale Adunata degli alpini che si è tenuta nella mia città, Catania.
    Lì, per la prima volta, ho sentito parlare di Julia, di Tridentina, di Cuneense, vedendole sfilare lungo le vie della mia città.
    È stato un raduno emozionante anche per me, che pure non avevo idea di cosa fosse e che cosa avesse rappresentato e tuttora rappresenti il Corpo degli Alpini per l’Italia. È stata un’occasione per conoscerli e familiarizzare; sembra strano
    come due realtà così diverse per cultura, formazione e mentalità come il Nord e il Sud Italia per quella settimana si siano unite in uno spirito di fratellanza e amor di patria (parola che oggi risuona ‘antica’). Ma il momento più commovente è stato quando li ho visti sfilare, seppur acciaccati nel fisico, ma ancora fieri ed indomiti nello spirito, loro, i reduci delle campagne di guerra. In quel momento mi sono resa conto che la mia ignoranza su quella parte di storia non aveva scusanti, che
    in qualche modo dovevo qualcosa a quelle persone che hanno sacrificato la loro vita per adempiere al loro dovere.
    Il modo più immediato che ho trovato è stato quello di documentarmi, per portare il ricordo di quelle migliaia di persone, spesso senza nome, e raccontarlo agli altri, alle generazioni future, affinché non perdano di vista il senso della vita e dei valori per i quali vale la pena di lottare. A queste generazioni, nelle quali riponiamo le speranze di un futuro migliore, appartiene anche la mia bimba di 20 mesi, alla quale racconterò che in un tiepido pomeriggio di maggio, un alpino
    senza nome, robusto e un po’ alticcio, innamoratosi del suo sguardo innocente di neonata, senza badare a spese, le ha regalato un orsacchiotto di peluche con il suo cucciolo, e all’interno tanti cioccolatini. Un piccolo gesto, ma per me di alto valore simbolico, da parte di uno sconosciuto, al quale mi aggrappo quando ripenso alle manifestazioni di brutalità di cui l’uomo è spesso capace e di cui oggi purtroppo le cronache sono piene per non dimenticare che anche nei momenti più bui dell’umanità ci può essere sempre qualcuno, generoso ed altruista, che ti indica l’uscita del tunnel.


    Livia Gaezza





    Tridentina: il coro degli ex



    Non è notizia di oggi, perché da qualche tempo si sta lavorando con tenacia per ricongiungere i coristi che durante il servizio militare nella brigata alpina Tridentina hanno cantato nel glorioso coro omonimo. Da tempo, dicevamo, qualcuno dei più tenaci e appassionati sta tessendo un lungo e tortuoso percorso alla ricerca dei coristi della Tridentina in congedo, da Courmayeur all’Etna. E ci è riuscito! D’altra parte, chi vive l’esperienza alpina sa cosa significhi il richiamo del ‘cappello’, unico emblema assoluto che solo l’alpino può portare.
    Oggi, tra i cori delle tre brigate attive (Tridentina, Taurinense, Julia), i congedati della Tridentina hanno scelto di non lasciar cadere l’emozione forte e l’esperienza unica vissuta nei mesi di naja, al servizio dello Stato, cantando l’epopea alpina
    e le più belle canzoni del repertorio che tutto il mondo ci invidia. Il fortissimo richiamo di quella esperienza, tutta vissuta con impegno e forte carica emotiva, ha fatto sì che i congedati del coro della Tridentina si ritrovassero per riprovarci.
    Ed è così che già in alcune serate del 2002, il coro dei congedati della brigata alpina Tridentina, forte di oltre 80 elementi (per ora?), ha tenuto alcuni concerti già definiti come ‘storici’. I coristi dei vari scaglioni di naja della Tridentina cantano una ventina di brani, i più noti del repertorio alpino, travolgendo il pubblico con la sonorità possente e la qualità perfetta dell’intonazione del canto giovane, forte e strutturato su una lunga disciplina vocale.
    A distanza di anni (alcuni coristi non hanno più cantato in un coro da 3 o 4 anni!), la qualità assoluta di questa scuola di pensiero, che nella Tridentina si trasforma in disciplina di vita, in educazione globale, è emersa progressivamente a mano a mano che il coro riprendeva fiducia nelle proprie grandi qualità. I
    concerti, giudicati dall’entusiasmo del pubblico, hanno segnato un punto di non ritorno per questa formazione che è completamente volontaria e disseminata sull’intero territorio nazionale. Ma l’entusiasmo delle serate, che ha saputo dare una prima grande ricompensa ai coristi, si tradurrà presto in altre importanti occasioni nelle quali questo magnifico strumento canoro farà sentire la voce
    degli alpini, dal cuore delle caserme italiane, dalle cime delle Alpi, nelle più belle manifestazioni alpine nazionali.
    Per maggiori informazioni, consultare il sito internet
    www.corobatcongedati.it


    Giacomo Pellegrinelli