Zona franca

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    Rubrica aperta ai lettori.

    BANCARELLE INOPPORTUNE ALL’ADUNATA

    Era da poco passata l’alba, quando, certamente senza bisogno della tromba, la sveglia è arrivata nel mio camper sistemato in una delle piazzole predisposte per l’occasione. Del resto, agitato, avevo comunque dormito poco, svegliandomi spesso pensando alla giornata che sarebbe venuta. Il fatto è che, dopo tanti anni di latitanza dovuta a ragioni di lavoro, finalmente, è arrivata l’occasione per partecipare nuovamente all’Adunata nazionale. Comprensibile, perciò, (anche a 71 anni suonati) quella certa agitazione che mi pervadeva. Ho anche voluto tastare la funzionalità del nostro Ospedale da campo, complice un gonfiore che mi si era formato il giorno prima sul petto. Come in un vero ospedale (ma, visti recenti episodi, forse anche meglio) brevemente ho passato la trafila del pronto soccorso e sono stato poi visto da un medico che mi ha diagnosticato il residuo di una puntura d’insetto, facendomi medicare e rilasciando quindi relativa ricetta per la farmacia. Il tutto con una professionalità ed una funzionalità veramente encomiabili. Ne sono stato veramente orgoglioso; lo sentivo il mio ospedale. Ho visto sfilare i nostri bocia in armi (meravigliosa una donna capitano comandante uno dei plotoni di formazione!), ho assistito commosso all’arrivo del nostro Labaro portato dall’amico Guido Vettorazzo, reduce di Russia; meditando su quel luccichio di medaglie d’Oro che ostentava orgoglioso, mi sono venuti i lucciconi col groppo alla gola (finora, frutto forse della professione, mi ritenevo un vecio scafato ed alieno ai sentimentalismi) nel vedere passarmi davanti, tanti giovani, tanti vecchi, tanti reduci. Tutti fedeli alla loro penna nera, tutti contenti di essere lì, tutti ostentatamente orgogliosi della loro italianità, messa in evidenza dal tripudio di tricolori esibiti nelle più svariate forme. Unico neo, in tutto questo: nel passare tra le varie zone ove sulle bancarelle si offriva di tutto, ho anche avuto modo di vederne una che poneva in vendita (ma chi l’ha autorizzata?) tutta una serie di simboli nazi fascisti, con distintivi di ex reparti militari del III Reich e della RSI, con un grande busto di Mussolini a fare da richiamo. Ho pensato, col rammarico dell’affronto che si andava loro facendo, a quei ragazzi rimasti sotto le nevi di Russia, a quelli sotto le sabbie del Sahara, ai trucidati di Cefalonia, a coloro che sono caduti sulle nostre montagne nella guerra di Resistenza. Gettati, i primi, allo sbaraglio in una guerra assurda; morti, i secondi, per riscattare le nazione ed assicurarci un futuro di libertà e democrazia, dove il Tricolore potesse garrire ancora intonso, anche ad un nostra Adunata nazionale.

    Giancarlo Angelini Riva del Garda

    SFILATA PER TUTTI?

    (Pubblichiamo questo intervento in Zona franca dove ciascuno, in un dibattito aperto, può liberamente sostenere opinioni anche se non sono in linea con quelle espresse da L’Alpino e dal CDN).

    C’erano una volta gli alpini, quelli che il cappello lo toglievano solo per andare a dormire; quelli che nelle ore di libera uscita rallegravano le città ed i paesi con la loro giovanile spensieratezza, autodisciplinati dalla divisa che indossavano e sotto l’occhio vigile della ronda; quelli che uscivano dalla caserma con le lunghe file di muli, guardati con simpatia dalla gente che si sentiva rassicurata dalla loro presenza e che vedeva in loro la storia dei loro padri. C’erano gli alpini, dunque. Poi venne il progresso e ci tolsero i muli, togliendoci così anche il sangue. Poi, un altro salto di ‘civiltà’ e la cancellazione dell’obbligo di uscire in divisa: scomparvero gli alpini dalla vista della gente. Infine l’eliminazione del servizio di leva. ‘Sic transit’. Sono finiti i maniscalchi, le lavandaie al fiume, la macchina per scrivere, il regolo calcolatore ed è dunque ineluttabile che finiscano anche gli alpini, quelli di cui ho appena detto, s’intende. Stranamente però dobbiamo constatare che alla diminuzione degli alpini non corrisponde, così almeno sembra, alcuna diminuzione dei partecipanti alle adunate: i simpatizzanti, dunque, rimpiazzano gli inevitabili vuoti e la cosa che istintivamente può sembrare negativa forse non lo è, perchè sta invece a dimostrare quanto grande sia la passione e l’attrazione che l’ANA esercita nella società, soprattutto per coloro che, anche se non più giovanissimi, non hanno avuto la ventura di portare il nostro cappello. Ma c’è un però che non può essere taciuto, ossia lo sbilanciamento sempre più consistente fra gli uni e gli altri, a favore evidentemente dei non alpini, che diventeranno per forza di cose maggioranza, nonostante le varie iniziative dell’ANA pure lodevoli, ma che non potranno incidere più di tanto per cambiare il quadro della situazione. Mettersi in testa uno di quegli orribili cappelli acquistati sulle bancarelle e partecipare alle sfilate o indossare il cappello di parenti o amici è divenuto ormai per molti un fatto naturale, ma che analizzato oggettivamente induce a considerazioni preoccupanti per il rischio che possa venire modificato il comportamento dei partecipanti e il senso stesso delle adunate, quando la maggior parte sarà costituita da chi non ha conosciuta la disciplina delle stellette. Un possibile modesto rimedio potrebbe consistere nel permettere la partecipazione alle sfilate solo a chi risulta regolarmente iscritto alla nostra Associazione, alpino, amico, simpatizzante, uomo o donna, senza distinzione, munito di un apposito contrassegno da esporre all’esterno in modo ben visibile.

    Andrea Zucco

    IL NOSTRO SEGRETO
    (da Monza e Brianza Alpina periodico della sezione ANA di Monza)

    Facciamo una riflessione, non scopriamo l’acqua calda se diciamo che questa ricorrenza cade in un momento in cui il sentimento unitario non gode di ‘sana e robusta costituzione’. Sì il 2 giugno ha ritrovato da qualche anno dignità di festa nazionale nel calendario; la parata ai fori imperiali viene considerata sempre più come una festa di popolo e sempre meno come una anacronistica manifestazione militarista (per il 4 novembre ripassare per favore più avanti, forse…); cantare l’Inno di Mameli è tornato di moda, anche nei convegni di quei partiti che consideravano tale gesto un cedimento a un sentimento nazionalistico; il tricolore sventola sugli edifici pubblici (ma non con la frequenza che ad esempio hanno i nostri vicini svizzeri). Ma la mia sensazione è che tanto trasporto sia stato dettato nell’animo di una parte della nostra classe dirigente più come una reazione al rischio di separatismo, di localismo che si è andato affermando negli ultimi dieci, quindici anni, che per reale convinzione. Per noi alpini è diverso, noi non siamo mai passati di moda, non siamo mai stati identificati con una sola parte del Paese. La gente ci applaude con lo stesso calore a Catania come a Bergamo e sono convinto che a Bolzano tra due anni avremo una accoglienza coi fiocchi. Sì siamo rispettati, amati, ammirati anche da chi ritiene che l’Italia di oggi sia molto lontana da come l’avevano immaginata i padri fondatori e che forse sarebbe meglio che ciascuno prendesse la propria strada. Mi sbaglierò ma la ragione di questo affetto della gente è legata al fatto che gli alpini costituiscono uno degli esempi più evidenti della tanto invocata Italia del fare . Intendiamoci, nessuno qui intende autocelebrarsi, ma alla gente piace il nostro modo di essere: di fare baldoria ma anche di rimboccarci le maniche. Il nostro segreto è tutto qui.

    Andrea Cre
    monesi