Voci da Nikolajewka

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    Gennaio 1963. Le percussioni, sulle pelli tirate degli otto tamburi imperiali della fanfara alpina “Taurinense”, ritmano il passo e si sentono ancora, attutite appena dal trascorrere inesorabile del tempo. La città, dalla Loggia al Duomo vecchio, mentre fasci di luce tricolore fendono il velo di nebbia che avvolge le bare di chi, finalmente, ritorna a baita, rende muto il brusio di tanta gente attanagliata, sorpresa, stupita, avvinta da un così composto corteo.

     

    Fasciate dalla bandiera d’Italia, amorevolmente accompagnate dai parenti e scortate da prestigiose rappresentanze militari e politiche, sono le piccole bare di alcuni nostri Caduti, strappati all’oblio dei cimiteri di guerra della steppa russa. Fra questi, numerosi gli alpini della terra bresciana. Gli alpini, appunto, vegliano su queste bare; sopra di esse si abbracciano i nostri dell’ARMIR e i loro dell’Armata Rossa. È un momento di comunione e di confortante sollievo all’intimo, angosciante tormento di chi sopravvisse a Nikolajewka e fece ritorno a casa. Ricordo una voce tra tutte, quella di un reduce. Bofonchiava: “Non è giusto” mentre d’attorno musica e richiami vocianti si perdevano nella moltitudine.

    “Non è giusto che io sia qui: loro sono là, sono rimasti là, senza una croce, senza una preghiera”. “Non è giusto” e affogava tra le lacrime ricordi laceranti in un replicato bicchiere di rosso… Salgono sui pennoni le bandiere delle due nazioni, nel punto più alto della città – la torre Mirabella, culla di storia e di martiri – e si aggrovigliano, frustate dal vento. Vento gelido, mulinante nevischio che ci porta vicine voci lontane. Note e meno note, tutte altrettanto care. Sono le voci che ci giungono dal Don e, via via, fino da Nikolajewka. Sono le voci cui diedero corpo, fin dal 1946, in una piccola bettola, i Baroni, i Panazza, gli Angoscini per sé e per loro. Dando origine a un avvenimento senza fine, raccolto oggi per tutti loro, quanti sono Caduti, quanti sono andati avanti. Il tintinnio delle medaglie sul Labaro, alla scuola per spastici e miodistrofici, all’asilo di Rossosch, in Duomo nuovo, al Vantiniano, ripete un giuramento: non ci dimenticheremo, non si dovranno dimenticare perché, loro, sono un pezzo d’Italia che grida “non dimenticateci!”.

    Il gruppo di voci si ingrossa ogni anno di più, andando ad infittire le fila di Compagnie e battaglioni, di reggimenti. Di Divisioni infine. Il loro canto è diventato sempre più vigoroso, sublime armonia di soldati e comandanti, mentre le lacrime degli ormai sparuti superstiti sono per noi il fiume di riconoscenza che unisce, in un sol Corpo che prega, gli alpini di ieri, di oggi, di domani. Le file di reduci si sono inesorabilmente assottigliate, con il passare del tempo, ma l’Associazione continua a celebrare quegli uomini e la loro epopea.

    Nella giornata intensa e partecipata di sabato 25 gennaio una delegazione ha fatto visita agli studenti delle scuole medie Tridentina e Pascoli poi, autorità, alpini e popolazione si sono ritrovati davanti alla scuola Nikolajewka. Il sindaco della città Emilio Del Bono, Alberto Cavalli per la Regione, il gen. Maggi, comandante della Scuola di Aosta in rappresentanza del gen. Primicerj e altri ufficiali superiori dell’Accademia di Modena, dell’8° Alpini, del 3° da montagna, dell’Esercito Regionale Lombardia, della brigata Taurinense, del 2° Alpini, dell’Ambasciata russa in Roma magg. gen. Prikhodo e il col. Stoljarov, hanno reso gli onori ai gonfaloni della città e al Labaro, scortato dal presidente e da numerosi consiglieri. Il serg. magg. Leonardo Sasselli, reduce della Cuneense, portail suo saluto commosso e riconoscente, precedendo le motivate allocuzioni del gen. Maggi e dello stesso presidente nazionale.

    In piazza Loggia gli onori ai Caduti hanno preceduto la Messa in un Duomo gremito, presieduta e commentata da mons. Angelo Bazzari. “Che cosa è stata ieri e che cosa è per il popolo italiano e per gli alpini Nikolajewka? Arena di una avventura epica ed epocale. Contenitore di una gloriosa ritirata e di una sofferenza furiosamente inaudita. Teatro di gesti eroici e di uomini protagonisti. Mattatoio di giovani vite inconsapevoli. Palcoscenico di una umanità selvaggia e brutale. Campagna del dolore innocente. Laboratorio di solidarietà generosa e sconosciuta.

    Sepolcrale tomba di sogni giovanili, di progetti interrotti, di affetti prematuramente stroncati. Ed oggi capitolo di un libro di storia nazionale gloriosa, scritta con il sangue. Memoria di un evento indimenticabile, di cui non abbiamo struggente nostalgia. Uno scrigno di lavori umani perenni, di ideali etici e morali intramontabili, giacimenti inesauribili di coerenti comportamenti e di compassionevoli condivisioni”. Più tardi, al San Barnaba, nel ventennio dell’Operazione Sorriso la presentazione del libro “Ritorno a Rossosch” per un doveroso ricordo di un’opera di pacificazione internazionale.

    Alessandro Rossi