Vita alpina sul Tricorno

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    Sul fondo di un cassetto, nella casa di famiglia, Antonino Beltrame ha riscoperto un racconto olografo del 1930, scritto dal papà Argo, sottotenente degli alpini (scuola Auc di Verona e servizio come sergente Auc ad Aosta), inviato ai reparti in prima nomina presso l’Ottavo. Il sten. Beltrame era un appassionato arrampicatore, aveva in attivo parecchie scalate e qualche nuova via aperta nella zona delle Prealpi carniche: Valcellina, Valcolvera, Valmeduna, ecc.

    Significativa è una citazione, riportata sulla guida Berti delle Dolomiti orientali, che lo vede protagonista di una nuova – forse mai ritentata – via sul Campanile di Val Montanaia: dal pulpito Cozzi, al luogo del percorso sulla cengetta rientrante – di cui evidentemente ignorava l’esistenza – si arrampicò in verticale per quindici-venti metri su una roccia friabile e insicura, con passaggi di quinto superiore. Con tali precedenti va da sé che durante i momenti liberi della sua vita militare si dedicasse alle ascensioni e così, durante un campo estivo nei pressi del Monte Tricorno, la cui vetta segnava il confine di allora fra Italia e Jugoslavia, si era fatto carico con un amico di raggiungerla.

    A quel tempo l’unica via conosciuta per raggiungere la vetta prevedeva la parte finale dell’ascensione sul versante di nord-est in territorio jugoslavo, al di là del confine. Il sten. Beltrame volle tentare una via lungo la parete di sud-ovest, ricadente tutta in territorio italiano: ci riuscì, individuando un canalino di difficile percorrenza; una sua relazione inoltrata ai superiori lo vede in missione, a capo di un drappello di dieci alpini, incaricato di eliminare gli ostacoli in modo che la via individuata potesse essere più comodamente percorsa anche da eventuali reparti armati, nel caso si dovesse presidiare la vetta. Il preambolo della lettera di 90 anni fa, nella quale chiedeva la pubblicazione su L’Alpino, precisa: «Non è, lo so, la storia della guerra vissuta e fatta da tutti i ‘veci’ raccontata dai ‘principi’ Monelli o Tomaselli, ma è uno squarcio di vita alpina dei nostri giorni fatta, come sempre, di fatica, di allegria e di brontolate. Se la pubblichi, oltre che a me farai un piacere anche agli ufficiali e quei bocia del 1907, testardi e cocciuti, ma con tanto amor proprio, che due anni fa formavano gli ‘Alpinaz’ dell’Ottavo».

    ***

    A due anni di distanza la si può raccontare senza tema di arresti o di “cicchetti”! Dopo il campo estivo del 1928 andammo due mesi ai lavori sul Tricorno attendandoci alla testata della valle Saduizza: battaglioni Gemona, Tolmezzo e Cividale e un distaccamento del Bassano, al comando del tenente Galiffi. Compito di quest’ultimo: riparare la capanna Morbegno (quota 2.510) sotto la vetta del Tricorno, in territorio italiano, che doveva servire da ricovero agli operai che l’anno successivo avrebbero cominciato la costruzione di un rifugio in quei pressi.

    La zona era ricca di selvaggina, specialmente di camosci, che solleticavano, con le loro frequenti ed audaci apparizioni, i nostri istinti venatori e le nostre qualità di tiratori. Ma c’era l’ordine di non sparare e c’erano anche i guardiani dalla piuma ricurva sul cappello e dallo sguardo diffidente. E gli alpini, che le sanno tutte, asserirono che il tenente Maraglino il giorno prima si era preso gli arresti… senza prendersi il camoscio, sebbene fosse ferito; l’indomani, con l’alpino Aris, andai giù nel canalone del forame con la speranza di trovarlo. Ne scorgemmo uno che stava beatamente a guardare i sassi che le mine facevano rotolare; convinti che si trattasse di quello ferito e certi di prenderlo con… le mani, ci avvicinammo cauti. Però quando fummo a dieci metri e quasi allungavamo le braccia… ci piantò con quattro salti senza il prescritto saluto con relativo passo indietro. Ritornammo beffati all’accampamento!

    Il tenente Galiffi, che mangiava alla nostra mensa, era un gran buon ragazzo con noi… ma ce l’aveva con gli jugoslavi: «Alla notte vengono sempre di qua del confine a vedere cosa facciamo e a prendersi gioco di noi», protestava e chissà se per la mente non gli ventilasse una spedizione punitiva giù per la “Vrata Tall”, magari fino a Mojastrana e Dovje. Nel suo lavoro poi non voleva contrattempi e fastidi si che gli feci “prendere cappello” quando gli dissi che l’indomani avrei dovuto insediarmi alla capanna Morbegno con otto-dieci uomini, quella Morbegno che conteneva tutti i suoi attrezzi nonché il motore per lo sbancamento e che lui era costata tante corvèes su per la via Kughi, millecinquecento metri di dislivello, per trasportare il materiale tutto a spalla perché quel benedetto “Genio” aveva costruito una teleferica che non funzionava neanche a chiedergli per favore e che, a sentire gli alpini, avrebbe funzionato meglio con le loro corde “maniglia”.

    All’indomani salimmo tutti carichi di attrezzi da mina, di chiodi da roccia di coperte di paglia e di legna da ardere; strada facendo ridiamo dell’ansare e del brontolare di due teleferisti del Genio che ho “sequestrato” e caricato di legna mentre già si compiacevano, sorridendo sornioni, nel vederci partire con certi zaini: ah naja naja! E intanto si arriva su con due preziosi fasci di legna oltre il previsto. Si trattava di attrezzare la parete sudovest del Tricorno, fatta una ventina di giorni prima dal tenente Tessari e da me, una via che il colonnello Nasci voleva percorribile anche da reparti armati, tanto più che era la prima e unica via italiana per la vetta. Arrivati alla capanna Morbegno portiamo fuori e copriamo con tavole tutto il materiale del tenente Galiffi e ci insediamo dentro. Rancio, poi subito a lavoro ad assaggiare la roccia. E si lavora così tutti i giorni!

    È un martellare furibondo sui pistolotti, una gara continua fra le coppie per finire prima il buco, e si piantano legni e chiodi e si tirano corde metalliche che il Genio ci ha dato (o che abbiamo rubato perché servano almeno a qualcosa!). Sentiamo tutta la bellezza di questa rude vita di lavoro quassù, in alto, al sole. Lontani dalle miserie del basso qui nulla ci turba, lo spirito gode intimamente e lo sguardo passeggia di cima in cima, tranquillo, estatico, ammirato! Qualche volta vediamo sporgersi dalla cresta nere facce di Jugoslavi saliti “al loro monte” e richiamati dai colpi di mazza. Pensano che si lavori per ripetere forse le gesta del Col di Lana?! Alla sera si scende contenti sulla paglia a fare una partita alla morra e, tra un sorso e l’altro, una cantata o si pensa un po’ alla “bella” lontana e poi si dorme tra ulular del vento e talvolta il grandinar della tempesta. Arriva domenica: lavoriamo fino a mezzogiorno e poi riposo.

    Io chiamo i cugini Aris e propongo loro di andare in cerca di un camoscietto per… rinforzare il rancio che quassù… è un altro paio di maniche! Di camosci ne vedevamo spesso! È vero che il maggiore Cobelli proprio il giorno prima mi aveva mandato un biglietto per la “spesa”, avvertendomi di stare attento con certe tentazioni, e che la zona era riserva privata di un tenutario di quelli che non scherzano. Ma penso io, quassù non vi è anima viva all’infuori di noi e se viene il guardiano dalla piuma ritorta gli faremo osservare che la piuma ce l’abbiamo anche noi (e per di più dritta): faremo sicuramente amicizia porgendogli un po’ quella bottiglia nel mio angolo, su cui puntavano desiderosi gli sguardi dei miei alpini.

    Partiamo, questa volta con i moschetti, e da una alta rupe non tardiamo a scorgere una decina di camosci che pascolano laggiù, a sinistra della via Cornar. Vorrei avvicinarmi di più ma i cugini Aris non possono trattenersi. Sono due appassionati che in vita loro non hanno fatto altro che tender lacci alle volpi e calarsi giù per le pareti a picco a rapinar nidi di sparvieri. “Signor tenente, sparo!”. “Sta fermo Aris!”. E un colpo parte, poi un altro, e allora tutti spariamo sui camosci storditi! Le valli rimbombano e l’eco corre di parete in parete ed a basso, penso io, ci avranno certamente sentito. Appendiamo per le zampe ad un moschetto il magnifico maschio ucciso e poi via a fatica fino alla capanno dove si erano già preparati a riceverci con… le pive nel sacco!

    Lo appendiamo poi alla capanna e De Toni lo squarta, gli altri corrono a seppellirlo nel vicino nevaio che funziona da ottimo frigorifero: così ad ogni pasto il cuoco ne usa un pezzo giù a bollire con la “congelata”. Ne risulta un ottimo brodino di cui mandiamo una tazza anche al capitano della teleferica con la speranza che la faccia funzionare e non si accorga di nulla. E così passano i giorni, i lavori stanno ultimando con il sentiero per la vetta libero da impedimenti, attrezzato e quasi finito. Una sera sciroccosa ci addormentiamo presto, lasciando Silverio che continua a raccontare le fiabe di Paularo, e all’indomani ci accorgiamo che siamo quasi sepolti dalla neve che è caduta durante la notte e trasportata dal vento a ridosso della capanna.

    Nevica ancora! E dire che eravamo in settembre, quando in basso infieriva la canicola. Velocemente racimoliamo tutto quello che abbiamo e poi armi e bagagli e giù! Non ci preoccupiamo dei resti del camoscio tanto, pensiamo, quassù nessuno ci viene per quest’anno. Si procede a stento nella nebbia preoccupati di non andare a finire sulle famose strapiombanti pareti nord del Tricorno, presso le quali si snoda il sentiero. In una improvvisa schiarita vediamo la squadra della spesa che, smarrito il sentiero, salendo, si era andata a incrodare su per un roccione e non riusciva più a proseguire. Grido loro a tutto fiato di ridiscendere! Mi si risponde con un grido di gioia!

    Arrivati giù tutti inzuppati, ma contenti, ci si asciuga al fuoco della “sistematevi” del capitano Zannier. Quaggiù la neve è appena comparsa e all’indomani c’è un sole che è una meraviglia. Dopo tre giorni la neve è quasi sparita anche in alto e il tenente Galiffi approfitta per salire con i suoi ad invernare i preziosi attrezzi e il motore. Alla sera quando ritorna siamo tutti alla mensa del circolo nella nostra capanna a Tolmezzo, dal maggiore Cobelli a tutti i suoi subalterni e c’è anche quel brontolone del dottor Mercati che, da quando l’hanno messo direttore di mensa, non si faceva che tirare cinghia. Giunge Galiffi, saluta e poi fila con l’aria di giustificare il suo pessimismo: «Vede signor maggiore se non ho ragione io: ieri gli jugoslavi sono venuti alla Morbegno a mangiarsi un camoscio e ci hanno lasciato le ossa!». Scoppia una risata!

    A me il cuore dà un balzo ma poi rido anch’io e gli faccio osservare che si tratterà delle ossa della “congelata”. Però lui è sicuro perché le ha riconosciute per ossa di camoscio ed insiste: «Loro ridono ma questa mattina quando sono arrivato su, si è levato tutto un nugolo di uccellacci neri», altra risata che lo sconcerta. Caro e ingenuo Galiffi, anche se fossero venuti niente di irrimediabile! Del camoscio abbattuto nessuno ha mai saputo e potuto provare niente di certo… ma io tutte le volte che alzo gli occhi e vedo le sue ricurve corna appese di fronte al mio tavolo di lavoro ritorno col pensiero nostalgico a quei bei giorni di rude vita alpina.

    Sottotenente Argo Beltrame, bocia dell’Ottavo