Vicenza un grande concerto: Bepi De Marzi dirige… il pubblico

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    Nella sua singolarità nessun’altra serata avrebbe potuto essere più appassionata e partecipata di quella svolta al Salone Palladio della Fiera di Vicenza venerdì 4 novembre scorso. Una serata che aveva come tema di fondo il Pasubio, ma anche i simboli della nostra storia recente, il Tricolore, l’Inno di Mameli e il significato del 150º dell’Unità d’Italia, che trova ancora tanti distratti e indifferenti. Narratori d’eccezione e dal grande impatto emotivo, Luigi Girardi, direttore della Fanfara Storica della sezione di Vicenza e coro dei Crodaioli diretto dal maestro Bepi De Marzi, cui dobbiamo le più belle cante alpine.

    Sono stati proprio il coinvolgimento del racconto e la magia di De Marzi che hanno trasformato le centinaia di persone che gremivano il teatro da spettatori in attori, che con tanto di libretto in mano hanno cantato, diretti dal Maestro, appassionandosi e commuovendosi di volta in volta. Il concerto era iniziato con il saluto del presidente della sezione di Vicenza Giuseppe Galvanin, che ha spiegato il percorso della serie delle serate programmate per celebrare il 150º: per ciascuna un tema, il Pasubio, l’Ortigara, l’Adamello…, per visitare idealmente i luoghi della memoria e recuperare il senso dei sacrifici compiuti dai nostri Padri. Infine, a conclusione del ciclo, un concerto in montagna del coro e della fanfara storica, per onorare la memoria dei Caduti.

    Con questo spirito è stato osservato un minuto di silenzio, in piedi, mentre venivano scanditi i nomi dei quattro alpini della Julia uccisi in un agguato in Afghanistan: Sebastiano, Francesco, Gianmarco e Marco. Poi la narrazione dell’epopea del Pasubio, monte del sangue, dove correva il confine battuto dalle artiglierie, il più alto campo di battaglia della guerra, cimitero di migliaia di uomini da una parte e dall’altra. Italiani d’ogni regione: veneti e siciliani, piemontesi e sardi. L’Italia intera.

    Sul Pasubio si impara a pregare , ha scandito il narratore… A questo punto De Marzi ha invitato il pubblico ad aprire il libretto dei canti a pagina 10, e ha diretto quel canto friulano Ai preât che abbiamo imparato dai nostri nonni. Si cantava a una sola voce, come cantavano i nostri soldati in trincea, secondo uno stile caro a De Marzi. È stato lui stesso, un giorno, a spiegarne il motivo: fu Giulio Bedeschi a chiederglielo, perchè così avrebbe potuto cantare anche lui. La narrazione è continuata, con episodi della tragedia su questa che è divenuta montagna della pace , a difesa dei nostri valori ( Di qui non si passa , recita una targa posta sul vecchio confine italiano) e il cielo sa quanto abbiamo bisogno di recuperarli, questi valori, ad una società confusa e distratta. Il racconto è continuato, e sono continuati i canti, il Trentatré, Stelutis alpinis, Sul ponte di Perati

    È finita con la Preghiera dell’Alpino, recitata dal coro e dalla platea, e con Fratelli d’Italia, che aveva il significato di un saluto e di una conferma. Erano trascorse quasi tre ore, senza accorgersene. Lentamente, in silenzio come se uscisse da una chiesa, il pubblico si è riversato sul piazzale e ciascuno ha preso la via di casa, con le sue sensazioni e i suoi pensieri. (ggb)

    Pubblicato sul numero di dicembre 2010 de L’Alpino.