Vi racconto una storia…

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    Il 23 febbraio 1879, nel piccolo paese di Mezzane, nacque Luigi Erbici di Francesco e Venturi Massimilla, un bambino destinato a diventare protagonista di un fatto che gli sarebbe accaduto qualche anno dopo. Luigi, chiamato da tutti Giovanni, dopo le scuole e il lavoro nei campi, si trovava con gli amici e, con la sua simpatia e allegria, un giorno fece innamorare Emma che divenne poi sua moglie. Dal loro amore nacque Tarcisio.

     

    Erano anni felici per loro, ma ben presto una grave malattia si portò via Emma e il bimbo che aveva in grembo, lasciando così soli Luigi ed il piccolo Tarcisio. Erano anni difficili, ma Luigi non perse mai il sorriso e la forza di andare avanti. Nel 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale e l’Italia chiamò tutti i suoi uomini a combattere. Mezzane diede il suo contributo per la difesa della Patria e dal paese partirono giovani, uomini e padri di famiglia. Luigi fu uno di loro. Lasciò il piccolo Tarcisio a sua madre Massimilla, che lo crebbe come un figlio.

    Nell’abbracciare il bambino, alla partenza per il fronte, Luigi pensò che quella forse sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto. Fu arruolato nel 6º reggimento alpini, 73ª compagnia del battaglione Verona. Durante i combattimenti, in trincea, fece amicizia con altri soldati e si legò particolarmente a un commilitone di nome Luigi. I due erano legati da una forte amicizia e, per uno scherzo del destino, avevano lo stesso nome e i cognomi molto simili: Luigi Erbici e Luigi Erbice. Prima di una battaglia che si annunciava particolarmente pericolosa, l’amico si confidò con Luigi: temeva di non tornare più a casa. Luigi lo rassicurò e gli diede un goccio di grappa per sconfiggere sia la paura sia il freddo.

    In quel combattimento però l’amico cadde sotto il fuoco nemico e di lui non si ebbero più notizie. Così il 4 febbraio 1916 il comandate della 73ª compagnia del battaglione alpini Verona, capitano Giacomo Barucchi, inviò un telegramma per comunicare la morte del militare Luigi Erbici, ma, a causa “dell’omonimia” tra i due amici, commise un errore e lo mandò a Celeste Venturi, Sindaco di Mezzane di Sotto, e zio di Luigi, che dovette avvisare la madre Massimilla e il figlio Tarcisio. Disperati alla notizia della morte del loro caro, nonostante il corpo non fosse stato recuperato, decisero di celebrare il funerale, al quale partecipò tutto il paese. Nel frattempo, il capitano, accortosi dell’errore, il 13 febbraio 1916 scrisse una lettera a don Giuseppe Venturi (cugino di Giovanni), nella quale comunicava che il soldato morto in battaglia, per un errore di “omonimia”, non era suo cugino ma un altro soldato.

    Il capitano, contravvenendo alle leggi di guerra, decise di mandare a casa Luigi per un breve periodo di licenza, senza però spiegargli l’esatto motivo di quel premio. Luigi, stupito, prese la via di casa e, dopo giorni di cammino, arrivò a Verona. Era l’alba e decise di fermarsi in un’osteria gestita da una sua compaesana per rifocillarsi un po’ prima di raggiungere i suoi cari. La signora Maria, che aveva partecipato al funerale, appena lo vide entrare nella locanda, urlando, si rifugiò nel retrobottega convinta di aver visto un fantasma. Luigi, stupito, credette che la compaesana fosse diventata matta. Ma poi parlando davanti ad un bicchiere di vino, Maria gli spiegò il motivo di tanta emozione, così anche Luigi si diede una risposta al perché aveva ricevuto dal Capitano una licenza premio.

    Si recò a questo punto alla parrocchia di Santa Chiara per chiedere consiglio e aiuto al cugino don Giuseppe (in seguito sarebbe stato nominato vescovo di Chieti, diventando un eroe per aver salvato con la sua diplomazia la città dai bombardamenti tedeschi). Don Giuseppe con tatto avvisò Massimilla e Tarcisio e spiegò l’errore. Alla notizia inaspettata la madre e il figlio non credettero alle parole del prete, ma quando videro arrivare nella corte di casa il loro Luigi, Massimilla svenne dall’emozione. Fu organizzata così una grande festa in paese: amici e parenti festeggiarono il ritorno di Luigi.

    Luigi forse anche per ricordare l’amico morto in guerra, non perdeva occasione per rivivere l’accaduto e nelle cene con amici e parenti concludeva la serata dicendo: «Ora vi racconto una storia…».

    Tarcisio Solfa

    Questa storia è tratta dal volume “L’Albo d’Oro dei Caduti di Mezzane”, curato da Giorgio Sartori.