Verso la santità

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    È il 17 agosto 1979. Sperandio Aldeni, artigiano ed elettricista, è al lavoro come tutte le mattine. Quel giorno si trova ad Orsenigo, in provincia di Como (oggi Lecco), a pochi passi dallo stabilimento della Cartotecnica. Intorno alle ore 16, entra nella cabina di trasformazione da 15 mila volt per collegare l’interruttore primario alla linea che arriva dall’Enel. 

     

    Chiama Giuseppe Crotta, direttore della commessa, e gli chiede di togliere la corrente. L’altro armeggia, poi torna indietro e avvisa il tecnico: è tutto a posto. Aldeni può procedere: toglie la barriera che protegge la linea in tensione e prende un tordino di rame per collegarlo al gancio di sostegno. Operazione di routine, effettuata chissà quante volte in precedenza. È in piedi, su un armadio di lamiera, che contiene l’interruttore da 15 mila volt, ad un paio di metri da terra: l’ambiente misura, ad occhio e croce, tre metri per quattro.

    Improvvisamente a una quindicina di centimetri dai suoi occhi vede un fulmine e sente un tuono. Il tuono che porta la morte, ma ormai è troppo tardi per tentare una qualunque fuga. La scarica lo investe in pieno: penetra dalle braccia, passa attraverso il corpo, scende giù fino ai piedi. Poi, finalmente, lo abbandona. Il poveretto cade.

    Trema come un grattacielo quando c’è il terremoto. E in effetti è quella la sensazione che squassa il suo corpo: il terremoto. Violentissimo. Devastante. Aldeni si accartoccia su se stesso e rimpicciolisce tanto quello schiaffo lo ha schiacciato. «Sentii una tremenda vibrazione in tutto il corpo – afferma nella relazione allegata agli atti del processo diocesano – con una forte attrazione verso il basso e un forte rumore come un terremoto, il mio corpo si è raggruppato in 40 centimetri, come una molla compressa, la fronte ha picchiato sui codoli che avevo fra i piedi….». Quindicimila volt nella carne. E tre visioni in rapidissima successione: il tuono, il fulmine, il terremoto. Il terremoto non vuole finire.: lo sfortunato elettricista continua a vibrare. Come una foglia. Piccola. Sempre più piccola. Come risucchiata da una forza interna invisibile. È rannicchiato su se stesso. Gli occhi chiusi, immersi nel buio più profondo.

    Eppure la mente continua a girare: «Rimasi lì credo qualche minuto, aspettando la morte, sempre con la mente lucida, mi ripetevo che avevo preso una scarica di 15 mila volt, ormai mi consideravo spacciato, la sedia elettrica per la pena capitale è 6 mila volt. Ripetevo dentro di me: Adesso muoio, adesso muoio». Passano i secondi. Scorrono i minuti. Un timidissimo istinto di sopravvivenza fa capolino nella mente dell’uomo: prova ad aprire gli occhi. Ci riesce. Vede sangue ovunque. Però capisce che gli occhi funzionano. E si accorge di sentire anche un nauseante odore di carne bruciata: la sua. «Cominciai a gridare! Chiamavo il Signore, la Madonna, supplicai don Gnocchi di aiutarmi perché non sentivo più le gambe, pensai che sarei rimasto in carrozzina per sempre come i suoi ragazzi che portavo in giro».

    Sì, perché Aldeni nel tempo libero va a Inverigo, alla Rotonda, al Centro della Fondazione Don Gnocchi: saluta il personale, prende i bambini handicappati e li porta in gita, al ristorante, a giocare, o casa sua a Villa D’Adda. «Erano scappati tutti convinti che fossi morto. Sisto e Firmino sono stati i primi ad avere il coraggio di entrare in cabina, si sono avvicinati ma non sapevano come prendermi, perchè continuavo a gridare dal dolore, mi sembrava che la corrente non mi lasciasse più, il mio corpo continuava a vibrare».

    «Prendemmo Aldeni e lo portammo fuori – raccontano i primi soccorritori -. Ricordo che aveva un buco in fronte. Colava sangue. Si vedevano bruciature sul petto, sullo stomaco. Era tutto raggrinzito e gridava: “Non sento più le gambe, non ho le gambe”. E si lamentava… Allora, gli dissi, per confortarlo: “No guarda che le gambe le hai ancora” e dicendo così presi la scarpa per toglierla e mi venne via insieme la scarpa e la carne cui essa si era attaccata…». Quella mattina è a Orsenigo c’è anche Marzio, figlio di Sperandio: «Mi affacciai alla cabina e vidi in alto sulla cabina mio padre che gridava per il dolore. Fu un istante e mi bastò: preso dal panico scappai, dietro una pigna di cartoni e mi misi a piangere…».

    Marzio scappa, il padre lo invoca, ma lui resta lì, inebetito, dietro quegli imballaggi: «Ricordo ancora mio padre che si lamentava per il dolore. Non erano frasi complete. Erano lamenti. E poi le invocazioni al Signore, alla Madonna e a don Carlo Gnocchi. Era comprensibile: mio padre era molto vicino alle opere di don Gnocchi». Sperandio, classe 1934, ha 45 anni e una famiglia: la moglie Amelia, i tre figli Marzio, Loretta, Alessio. Aldeni arriva finalmente al Pronto Soccorso di Erba. Il suo cuore batte regolarmente, è sempre cosciente, riesce a parlare e ricorda ancora oggi quei momenti: «La dottoressa diceva: “Non possiamo tenerlo qui. È troppo grave”.

    Allora, sentendo questa affermazione, mentre telefonava, le dissi: “Se devo morire, toglietemi l’occhio sinistro”». Aldeni non parla a vanvera: fra le altre cose è anche membro dell’Aido, l’Associazione Italiana Donatori Organi, e anzi ha fondato la sezione di Villa d’Adda. In realtà è ormai evidente che l’uomo ce l’ha fatta: è vivo e sta molto meglio di quel che i dolori gli fanno pensare. Più tardi lo portano alla Clinica di Ponte San Pietro che, peraltro, non è un ospedale specializzato. Da qui viene trasferito agli Ospedali Riuniti di Bergamo, nel Centro Gravi Ustionati. Il primario lo visita e lo trova in uno stato relativamente buono, come confermerà venticinque anni più tardi nel corso del processo diocesano: «Il primo rischio e il problema più grave nelle esposizioni a correnti elettriche elevate è di tipo cardiologico». E il professore sottolinea di «essere stato colpito dal fatto che il paziente al primo soccorso medico si trovasse in condizioni cardiologiche respiratorie discrete». Inspiegabile.

    «Tutto – è la conclusione del primario – si è giocato in quei primi momenti; se è successo qualcosa che il buon Dio abbia dato una mano al signor Aldeni, è stato nei primissimi momenti». Aldeni migliora rapidamente. Il 20 ottobre 1979 viene dimesso e presto ritorna alla vita normale di prima. Il 23 dicembre 1979 è sulla tomba di don Gnocchi. Agli amici ha detto: «Io vado a ringraziare don Carlo». Sulla strada del ritorno si ferma alla Rotonda di Inverigo. Nell’attimo in cui pensava di essere arrivato alla fine della sua esistenza, Aldeni aveva pensato proprio ai bambini di Inverigo e aveva invocato don Carlo: «Come farò a tornare dai tuoi ragazzi?». Don Carlo l’ha accontentato. Rieccolo fra di loro.

    Il 7 aprile 1980 l’Inail lo dichiara clinicamente guarito. Lo stesso anno Aldeni prende la patente C, quella per la guida degli autocarri. Ventiquattro anni più tardi, è il tribunale ecclesiastico ad interessarsi del fatto che la vox populi, almeno a Villa d’Adda, ha sempre definiti “miracolo”. Viene ascoltato Sperandio, vengono sentiti i familiari, i colleghi presenti quel giorno, i medici che l’hanno assistito. Poi viene data la parola a Aldo Pisani Ceretti, endocrinologo e perito del tribunale, che sottolinea l’assoluta «eccezionalità della sopravvivenza immediata all’evento folgorativo, che è rarissima in casi del genere».

    «La scarica elettrica di 15.000 volt ha attraversato tutto il corpo del signor Aldeni, come dimostrano le cicatrici di entrata alle mani, all’addome, e le cicatrici di uscita ai piedi, senza lasciare tuttavia alcuna traccia d sé all’interno dell’organismo». Quel fulmine terribile, alla lunga, ha fatto meno male di un graffio. Aggiunge uno dei periti interpellati nella Causa: «La potenza in gioco è stata sicuramente pari o superiore alla potenza di un motore di un autocarro o, se si vuole, il motore di mezza Ferrari di Formula 1. Questo è l’unico caso, a mia conoscenza, di una persona sopravvissuta a una folgorazione diretta».

    (tratto dal libro di Stefano Zurlo “L’ardimento. Racconto della vita di don Gnocchi”, Rizzoli, 2006).