Una vita per gli alpini

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    In uno dei passi più toccanti del suo diario di ritirata Mai tardi (Einaudi, 1967), Nuto Revelli racconta di uno sbandato che gli chiede se sulla slitta che sta scortando si trova un ferito grave. Penso che voglia un posto in slitta. Il suo viso è disfatto, le mani avvolte in stracci, i piedi fasciati, cammina a stento, curvo, quasi trascinandosi. Gli dico: “sulla slitta c’è il mio comandante di compagnia, col. Giuseppe Grandi, ferito gravemente all’addome”. Quel tizio con voce timorosa gli chiede se è credente. Nell’esodo di disperati che conduce alla battaglia di Nikolajewka si presenta come un cappellano della Julia e vorrebbe confessare Grandi. Nel giovane ufficiale gli animi si confondono, prova pena, diffidenza, riconoscenza. “Chiedo a Grandi se vuol essere confessato. Grandi, con uno sguardo pieno di bontà, di sofferenza, acconsente. Il cappellano si avvicina, si piega in due per parlare meglio, e cammina, cammina a lungo, trascinandosi nella neve con uno sforzo immenso. Non si appoggia, non tocca la slitta. A tratti sbanda, come se dovesse restare indietro, poi si fa forza, si riprende. Si alza infine, affranto dalla stanchezza. Mi ringrazia. Si perde fra gli sbandati”. Quel cappellano era Padre Alfredo Battaglino. Nato a Vezza d’Alba (Cuneo) nel 1914, entra giovanissimo nella Congregazione dei Dottrinari e viene ordinato sacerdote nel giugno del 1937. Giovane dotato di buone caratteristiche morali ed organizzative, oltre ad una spiccata propensione per gli studi, inizia ad assumere incarichi nella Congregazione e si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. Era figlio di una generazione cresciuta ed educata nel fascismo e nel 1940 sceglie di arruolarsi per contribuire all’impresa bellica. Nei giorni della campagna di Francia è cappellano della 309º Sezione di sanità alpina di stanza a Savigliano (Cuneo) ed aggregata al II Raggruppamento truppe da montagna dislocato tra le valli Varaita e Po. Congedato per pochi giorni dopo l’armistizio, nel febbraio del 1941 Battaglino parte alla volta dell’Albania dove la sua formazione sarà aggregata alla Divisione Julia. Nelle valli a ridosso della Grecia il giovane cappellano impara a conoscere gli alpini e ben presto ne apprezza la dedizione e lo spirito di sacrificio. Ottenuto l’armistizio resta in territorio greco per recuperare le salme italiane ed inglesi, dimostrando uno zelo che convince i superiori ad assegnargli l’incarico di supervisore degli altri cappellani della Divisione. Conosce così don Carlo Gnocchi, il futuro padre dei Mutilatini. Lo scrupolo nel lavoro lo porta a rimandare la partenza della sezione, destinata a salpare sul piroscafo Galilea affondato poi dagli inglesi. Rientrato a Gorizia nell’aprile del 1942, padre Alfredo trascorre i mesi che precedono la partenza verso il fronte russo dedicandosi allo studio ed ai rientri a Vezza e Torino. Sono settimane di preparativi febbrili ed un viaggio lungo ed insidioso, che il cappellano ricostruisce in cartoline spedite ad ogni tappa: Brennero, Monaco, Berlino, Varsavia, Minsk. Assolve al suo lavoro con dedizione, consapevole di rappresentare il riferimento non solo spirituale di quei coetanei di montagna e collina. A Natale manda a casa una lettera, in cui racconta la commozione provata il giorno dell’Immacolata, quando “ho fatto delle bellissime funzioni dentro il rifugio che serve per sala medicazione e anche per cappella. I soldati hanno eseguito dei cori a due voci che io gli avevo insegnato e così la festa è riuscita molto bene. A sera Rosario e benedizione. Sono intervenuti tutti ed hanno pregato con molta fede. Nelle lunghe serate sto preparando altre lodi da cantare per Natale. Sarà certo una funzione molto suggestiva, celebrare la Messa proprio in una grotta accompagnata dai canti religiosi degli alpini!”. Ma il Natale lo vede ormai lontano, schierato con la Julia a supporto del settore tedesco. Giorni di furia, che precedono una ritirata straziante che lascia nell’animo del sacerdote ferite mai risanate. Padre Alfredo rientra a casa e indossa nuovamente la divisa di cappellano del Battaglione Dronero con cui affronta oltre un anno di prigionia in Germania. Tornato a casa terminerà gli studi e diventerà preside e professore di italiano e storia in alcuni istituti in Valsesia. Ammalatosi di un male incurabile nel 1977, Alfredo si appresta ad una morte prematura che accetta con rassegnazione e spirito cristiano: nell’ultima visita con i parenti giunti da Vezza avvicina la nipote Bruna e le chiede di non venire più la settimana successiva, perché sarà lui a tornare per riposare nel cimitero del paese. Alfredo afferma di essere felice di ritrovare finalmente i suoi alpini rimasti là nel gelo russo.

    Roberto Savoiardo