Una festa sugli sci

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    Prima di parlare della gara, vorrei accennare a quanto la precede, a quella fase di preparazione che si misura in mesi e non in ore e minuti e pensare che i vincitori hanno tagliato il traguardo in 1 ora e 8 secondi, sono Walter Trentin e Fermo Maiolani della Sezione Valtellinese. Voglio prima parlare della fase in cui qualcuno avanza la proposta di ospitare la gara, delle discussioni che ne seguono, della domanda, dell’attesa, dell’esultanza per l’assegnazione e del trovarsi di fronte all’incognita della buona riuscita.

    Trovato chi si occuperà della località di gara e del tracciato, devi trovare chi si occuperà della logistica, ovviamente volontari che si faranno buone sfacchinate e che, forse, saranno ricordati “en passant” in qualche discorso prima della premiazione. Poi c’è la fase che precede di pochi giorni la gara, ma questa non si disputerà su un tracciato disegnato su una pista di fondo o di discesa, ben collaudato e preparato; è una gara che si disputa in montagna, quella vera, al naturale, quella con un sacco di problemi anche relativi ad una precarietà del manto nevoso che, se non c’è, non si può “sparare”.

    A me hanno chiesto di occuparmi della sicurezza relativa al pericolo valanghe. È un incarico che, per più di tre mesi, mi ha tenuto agganciato ogni mattina al computer, a registrare le condizioni nivometriche e meteorologiche del Passo del Monte Moro (2.860 m), la località di gara. Ai tracciatori tocca l’ingrato compito di raggiungerlo per le 7 del mattino e tracciare nuovamente il percorso; per dar loro un poco più di tempo si posticipa la partenza di quindici minuti, si partirà alle 9.15. Alle 17 del sabato, inizia la cerimonia di apertura della manifestazione: la sfilata per le stradine delle antiche frazioni, tra le case walser in pietra e legno, sulle note della fanfara alpina Ossolana, poi lo schieramento nella grande piazza del Municipio, lo squillo di tromba che ricompone tutti durante l’alzabandiera e l’accensione del tripode tricolore.

    Seguono la Messa, celebrata nella chiesa parrocchiale e il briefing, con illustrazione tramite diapositive delle condizioni nivometeorologiche presenti e previste, seguito dal consiglio di mettere la “maglia di lana”, quindi le immagini del tracciato e l’illustrazione delle difficoltà. Infine, variante al programma, tutti a cena nella nuova sede del gruppo alpini di Macugnaga, una serie di splendidi locali rimasti in abbandono per oltre trent’anni e rimessi a nuovo in meno di due settimane dai “soliti volontari”. Alle 5.30 della domenica guardo il cielo. Lassù, nell’azzurro di un cielo terso, un bagliore lontano annuncia il sole, neppure un filo di vento.

    In funivia e nella zona di gara è un continuo di esclamazioni di stupore, di meraviglia, da parte di atleti e di accompagnatori che, per la prima volta vedono la parete est del Monte Rosa, un colosso di 2.600 metri di dislivello, una fantastica cattedrale di roccia e di ghiaccio che sfolgora nella luce di un sole sincero.

    Per non far attendere i concorrenti al freddo (la temperatura è vicina ai –17°) la partenza viene anticipata di quasi cinque minuti. Ecco che vedo uno spettacolo che ho sovente ammirato quando, bambino, trascorrevo le serate invernali vicino alla stufa e vedevo qualche contadina del paese del Monferrato in cui era sfollata la mia famiglia che filava la lana: un pizzico di lana che partiva dalla massa fissata alla rocca e passava tra le dita di una mano che ne regolava il flusso, e quel batuffolo si allungava ed assottigliava mentre le dita dell’altra mano lo torcevano e il prillare del fuso ne stringeva le spire.

    Qui è lo stesso spettacolo: un filo di concorrenti che si spiega dalla massa, si distende e si assottiglia quando affronta la prima salita, si torce in molti tornanti, s’interrompe e riprende, ora più fitto ora sottile, “come zampe di rana” diceva la vecchia contadina osservando il filato di qualche ragazza alle prime armi con rocca e fuso. E poi la prima discesa: chi fila via veloce, chi frena ma scende sicuro e chi, per frenare, oltre agli sci usa il c… Beh, non tutti i concorrenti sono veramente padroni dell’arte dello sci. Già sulla seconda salita i distacchi si fanno evidenti e nella lunga discesa che porta al giro di boa si allungano ancora. La salita finale, con la tratta veramente ripida da percorrere senza sci è decisamente selettiva. Dopo una mezz’ora di gara la coppia Trentin-Maiolani conclude il primo giro. Il sole è offuscato da stracci di nuvole che ingombrano il cielo e questo, purtroppo, non attenua il freddo.

    I concorrenti continuano ad arrivare ed è divertente sentire l’avvicendarsi del suono dei diversi dialetti con cui accompagnatori e spettatori incitano i loro pupilli. Il transito dei concorrenti prosegue a singhiozzo, poi, mentre stanno transitando gli ultimi del primo giro, gli applausi si fanno più intensi, TrentinMaiolani hanno raggiunto la coda dei concorrenti e, dopo aver doppiato alcune altre coppie, tagliano il traguardo. Immediatamente dopo un altro rafforzarsi di applausi e grida di entusiasmo, dal tono e dall’accento dei suoni capisco che sono voci della Valle Anzasca che incitano due ragazzi: Yari Lanti e Walter Tognetti, e questi sono veramente ragazzi perché, rispettivamente, hanno 18 e 17 anni.

    Hanno partecipato “fuori gara” e non entreranno in classifica, ma sono giunti secondi, a brevissima distanza dai primi. E gli applausi si rinforzano ancora poco dopo, quando una seconda coppia di “abusivi” giunge al traguardo: sono Gabriele Imberti e Alessio Olzer, di 16 e 18 anni, anch’essi dello Sci club Valle Anzasca, e sarebbero diciottesimi. Sì, forse c’è un poco di favoritismo nel parlare di loro, ma mi sembra giusto far osservare quali risultati si possono ottenere dai giovani d’oggi se si propone loro un obiettivo, un programma per raggiungerlo e si fornisce loro l’assistenza necessaria. Inutile dire che nello Sci club la presenza di alpini ha il suo peso.

    Abbiamo portato a termine il nostro 44º campionato nazionale di sci alpinismo, che è stata una festa riuscita per tutti: alpini, aggregati, simpatizzanti e volontari di numerose altre associazioni hanno faticato e sono stati appagati dal loro faticare. Qualcuno non ha ancora terminato di faticare: c’è chi ha ripulito le sale in cui si è tenuta la cena, altri hanno lavato padelle e pignatte, ma alcuni stanno adesso smontando traguardi e gazebo, transenne e palchi, tutto quello che è stato necessario allestire per la buona riuscita di una gara che è durata esattamente 2h13’19,35″, il tempo della coppia ultima arrivata. Bravi anche loro!

    Qualcuno, che non fa parte del nostro “giro”, osservando chi lavora per sistemare quanto è stato allestito, potrà dire ancora una volta che «Gli alpini sono proprio dei masochisti: ho visto un mucchio di gente che ha faticato per far faticare quelli che hanno disputato la gara!». Lasciamoglielo dire: chi non è dei nostri, non può capire.

    Renato Cresta