Una ferita aperta

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    Chi conosce il clima del Carso sa che d’inverno ci si può aspettare solo una di queste tre alternative: o la bora, o la neve, oppure la bora con la neve. Ma quest’anno il Carso per il Giorno del Ricordo ha voluto regalarci una giornata senza né bora né neve; una giornata eccezionale, un po’ grigia ma neppure tanto fredda. Ma è stata una giornata eccezionale anche per la partecipazione di rilevanti personaggi politici quali il vice Presidente del Consiglio Matteo Salvini e il Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani che hanno dato maggiore ufficialità alla già importante celebrazione; eccezionale pure per i numeri: oltre 3.000 tra autorità, associazioni d’arma e patriottiche, dei profughi, dei familiari degli infoibati, 460 studenti provenienti da scuole di Caltanissetta, Orvieto, Pisa, Como, Pordenone, Duino e Trieste. L’Ana ha partecipato con 35 Sezioni e più di 700 alpini. Il programma si è svolto secondo i canoni ormai usuali: ingresso dei medaglieri dell’Ana e dell’Associazione dell’Arma di Cavalleria accompagnati dai rispettivi Presidenti, ingresso dei gonfaloni municipali e la lettura della motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla città di Trieste e alzabandiera. Con il picchetto armato del reggimento Piemonte Cavalleria sono stati resi gli onori ai Martiri delle Foibe: hanno deposto corone d’alloro Tajani, Salvini (accompagnato dal prefetto Valerio Valenti), Regione Friuli Venezia Giulia, Lega Nazionale, Ana ed associazioni di profughi. Alla Messa, accompagnata dal nostro coro sezionale, l’omelia dell’officiante arcivescovo di Trieste mons. Giampaolo Crepaldi è stata un accorato appello alla pace ed alla pietà per questi morti che non vanno dimenticati. Dopo la lettura della Preghiera per gli Infoibati scritta da mons. Antonio Santin che fu vescovo di Trieste e Capodistria in quei tragici anni, eccezionali per durezza ed irruenza sono state le allocuzioni in cui si è ribadita con enfasi l’italianità degli esuli e degli infoibati. Senza mezzi termini il sindaco di Trieste Roberto Di Piazza ha condannato il genocidio perpetrato dai soldati di Tito con la complicità dei comunisti italiani ed ha condannato gli attuali tentativi di negazionismo: “Rimuovere il ricordo di un crimine, vuol dire commetterlo di nuovo; il negazionismo è lo stato supremo del genocidio”. Il Presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini ha ricordato che alla fine della guerra Tito, oltre ad aver infoibato alcune migliaia di italiani, ha sterminato decine di migliaia di sloveni e centinaia di migliaia di serbi e croati con le loro famiglie, colpevoli di essere contrari alla sua visione del comunismo: una dittatura basata sul terrore, come quelle di Lenin e di Mao. Dunque – secondo Sardos Albertini – non si tratterebbe di un dramma esclusivamente etnico e italiano, bensì anche politico ed europeo e sarebbe giusto che l’Europa se ne facesse carico. Secondo Salvini non esistono vittime di serie A e vittime di serie B: la Shoah e le Foibe sono due aspetti dello stesso fenomeno e chi li giustifica è un criminale. Queste cose devono essere insegnate a scuola perché verità, giustizia e libertà sono principi per costruire un’Italia migliore cominciando dai nostri giovani. Ancora più fortemente si è espresso Tajani che ha deprecato i decenni di silenzio che hanno coperto queste tragedie ed ha promesso che farà di tutto perché anche a Bruxelles non se ne spenga l’eco. Ha inoltre fatto presente che attualmente in Venezuela è in atto una feroce dittatura simile a quella che Tito aveva instaurato, ed ha finito il suo discorso al grido di viva l’Istria italiana e viva la Dalmazia italiana. Nelle allocuzioni è stato citato anche l’atroce martirio della giovane istriana Norma Cossetto di cui si è parlato tanto dopo l’uscita del film “Istria Rossa”, prima pellicola che documenta con fedeltà e coraggio la prima fase degli infoibamenti nel settembre del 1947. È stata veramente una giornata eccezionale e, come c’era da aspettarsi, i toni ed i contenuti dei discorsi del Giorno del Ricordo a Basovizza hanno sollevato le proteste delle autorità statali di Slovenia e Croazia, e successivamente Tajani si è scusato precisando che le sue parole non intendevano rivendicazioni territoriali. L’Italia si è spesso trovata a chiedere scusa (per le violenze del fascismo, per l’invasione della Jugoslavia, per le leggi razziali, ed altro), ma resta da chiedersi se e quando gli Stati eredi della dittatura di Tito chiederanno scusa all’Italia per le foibe e l’esodo.

    Dario Burresi