Una corona per ricordare quei mille alpini morti sul Cimone

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    DI RENATO ANGONESE

    Ossario del Cimone. Nel silenzio del luogo sacro, in una mattinata primaverile illuminata dal sole, gli alpini salgono il sentiero che si snoda fra gli alberi e le trincee austriache coperte da arbusti verso l’Ossario che si erge al termine d’una lunga scalinata. Sotto gli archi della cuspide quasi la punta anomala della montagna che non c’è più c’è una grande urna di marmo: conserva quanto è stato recuperato di mille alpini saltati in aria con la vetta, dopo che una mina austriaca aveva sventato la montagna.

    Il Cimone, formidabile osservatorio naturale, s’incunea fra le valli dell’Astico e del Posina protendendosi verso l’alta pianura vicentina: nel maggio di novant’anni fa, con la Strafexpedition scatenata dagli austriaci per punire l’Italia d’esser passata dalla Triplice all’Intesa, iniziarono una serie di operazioni militari che avevano lo scopo di sfondare il fronte e puntare su Venezia.

    Il Cimone era un baluardo da superare, difeso dagli alpini che respingevano ogni assalto. Non restava che far saltare la montagna. Novant’anni dopo questi Caduti non sono dimenticati. Per deporre una corona, è salita sul Cimone una delegazione dell’Associazione guidata dal vice presidente nazionale Gian Paolo Nichele.

    C’erano il comandante del 7º reggimento col. Maggian con un picchetto in armi, i gonfaloni della Provincia e dei Comuni del territorio, numerosi alpini, fra i quali una pattuglia di penne nere dell’operazione Zaino per i bambini del Mozambico , che percorrevano a piedi il sentiero dei Sacrari, e dal Pasubio erano diretti al Leiten.

    Poi la cerimonia di rito: l’alzabandiera al canto dell’Inno di Mameli, la deposizione d’una corona portata da due alpini del gruppo di Tonezza, il Silenzio suonato dal trombettiere del plotone. Analoghe cerimonie si svolgevano, contemporaneamente, sul Grappa e sul Pasubio. Per non dimenticare.