Un viaggio nella storia

    0
    22

    Dalle pagine de L’Alpino era arrivata la proposta di un viaggio in Albania, terra dell’odissea alpina nella guerra contro la Grecia (1940-1943). All’interno delle adesioni erano rappresentate, con numeri diversi, molte regioni italiane, dalla Valle d’Aosta, alla Sicilia con una forte presenza del Piemonte, del Friuli Venezia Giulia e del Trentino-Alto Adige. Eccetto il direttore de L’Alpino e responsabile del gruppo, nessuno dei partecipanti aveva mai messo piede nel “Paese delle aquile”.

    Tra i partecipanti c’era chi voleva vedere di persona la situazione di un Paese che aveva vissuto prima l’alleanza con il fascismo, poi l’occupazione tedesca, poi la dittatura comunista di Enver Oxa… e che ora chiede di poter entrare nell’Unione Europea. L’impressione di tutti era che finora si fosse studiato troppo poco il travagliato conflitto, che vide l’Albania, alleata dell’Italia, trasformata in teatro degli scontri più cruenti nell’offensiva italiana contro la Grecia. Tra i partecipanti alcuni parenti di alpini che, in quella tragica guerra erano andati, alcuni salvandosi, altri no. Gli spostamenti quotidiani in pullman, la grande cultura e il carisma di don Bruno, accompagnati dall’eccellente Baskim Hyka, guida locale che, diciassettenne, fuggì dall’Albania verso la libertà, per capire in Italia che gli alpini non erano più i “fascisti occupatori”, sono stati i reagenti indispensabili perché le diverse provenienze regionali e culturali si amalgamassero come in un magico crogiuolo.

    Mentre ci si avviava verso il clou del viaggio, lungo il corso della Voiussa, mentre la guida spiegava con passione che il ponte di Perati non era sulla Voiussa, che la località di Perati non esiste più e che il ponte fu fatto saltare dagli italiani stessi, per impedire ai greci di raggiungerli sulla sponda albanese del torrente Sarandaporos che dopo pochi chilometri si versa nella Voiussa, mentre qualcuno mentalmente ripassava le parole della canzone e finalmente le collocava anche sul piano geografico e non solo emotivo, ecco irrompere la commozione che nessuno poteva immaginare… «Mio nonno, il caporal maggiore Attilio Moro, classe 1920, è morto sul Golico, a quota 1.615, il 7 marzo del 1941, senza aver saputo che da una settimana gli era nata una figlia, mia madre…».

    Chi, con grande commozione, ha preso la parola, è un giovane alpino, che raccoglie dei fiori di campo, lungo la strada sterrata che porta a quello che resta del ponte. Don Bruno si accinge a celebrare la Messa in suffragio di tutti i Caduti, di un fronte e dell’altro, mentre un tricolore issato su un ramo preso nella fitta boscaglia, che pare voler soffocare ogni memoria, sventola al sole. Intanto da un’armonica a bocca, vibranti come una preghiera, si levano le note del Silenzio… «Mio padre, sergente maggiore Mario Sasso di Vicenza, dell’11º reggimento, divisione Pusteria, battaglione Trento, ha combattuto in Albania dal 1940 al 1943, è scampato all’affondamento della nave Galilea ed è riuscito a tornare a casa. Io sono qui per testimoniare con fede la sua riconoscenza alla Provvidenza».

    Come in una tragedia classica, le emozioni s’inanellano verso l’epilogo, quando il pathos purificherà ogni dolore. Il programma prevedeva un’escursione al passo Kicoku e a Quota Monastero, chiamata così perché su un’altura che fronteggia il Golico, a 731 metri, esisteva all’epoca un monastero ortodosso. Qualche gregge di pecore, nessun centro abitato, nemmeno una casupola o anche solo un capanno. Giunti dove accumuli di pietre calcinate lasciano intuire i resti di una costruzione, tra buche di granate e lapidi commemorative spaccate e divelte, presumibili tracce di Caduti, convincono il sacerdote a interrare poche povere ossa umane e celebrare una breve, intensa, funzione…

    Il viaggio si concluderà il giorno dopo, nella capitale Tirana, il cui centro reca tuttora evidente il segno del passaggio degli italiani, nelle scelte architettoniche, nell’organizzazione degli spazi, degli ampi viali alberati che dopo essersi chiamati con nomi italiani, ora sono dedicati a personaggi della storia più recente di un’Albania alla ricerca di una dimensione di pace e di democrazia a lungo interdetta.

    Margherita Barsimi