Un secolo di lucida memoria

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    Quando ci stringiamo la mano nel suo studio vicino al Santuario della Madonna dei Campi alla periferia di Bergamo, faccio fatica a credere che l’uomo che mi sta davanti sia prossimo ai 95 anni. Più che l’aspetto fisico di questo vescovo in pensione, colpisce la lucidità mentale, la memoria e la dialettica. Impressionanti, incredibili, sono gli unici aggettivi che ti vengono spontanei.

    Eppure è proprio il 1924 l’anno che gli ha dato i natali. Quell’anno, il 13 dicembre, neppure santa Lucia, che nella bergamasca è la santa che porta i doni, deve aver pensato a quanto prezioso fosse quel fagottino arrivato in casa Bonicelli. Era il secondogenito e lo chiamarono Gaetano. A Vilminore in Val di Scalve, un Comune di 1.500 anime a 61 km dal capoluogo delle Orobie, gli stimoli culturali non erano molti a quei tempi, se non fosse stato per una qualche forma di novità che portavano i villeggianti che scappavano dal caldo, durante l’estate.

    Gaetano, col primo fratello divenuto poi cappuccino di san Francesco, insieme alla sorella minore, erano figli del fornaio del paese. Ma non sempre era stato così. Negli anni Venti il loro papà aveva cercato fortuna nella Costa d’Oro, oggi Ghana. C’erano le miniere del prezioso metallo da quelle parti, che necessitavano della mano d’opera di emigranti in cerca di fortuna. Ma le miniere, che davano ricchezza, quasi sempre toglievano in salute, obbligando a far ritorno in patria. Così fu per il padre. Gaetano è un ragazzo sveglio e resta affascinato dal suo curato. Decide di incamminarsi anche lui nella stessa strada. Diventa prete e data l’acutezza intellettuale vince una borsa di studio che lo porta dritto a Roma.

    Ci pensa la guerra a farlo rientrare anzitempo. Lo aspetta la parrocchia, dove un improvviso malanno lo obbliga a lasciare. Ha perso completamente la voce e visto che la testa non gli manca lo mandano a studiare a Milano. Scienze politiche. Padre Gemelli lo adocchia e lo manda per qualche anno a Parigi alla scuola di un luminare del tempo. È alla Sorbona che incontra i grandi del nuovo umanesimo, che lasceranno un’impronta fondamentale nella sua esperienza di vita.

    Il rientro in Italia lo vede da subito come vice assistente nazionale delle Acli. Una esperienza ecclesiale ma anche sociale che lo caratterizzerà per sempre, portandolo a frequentare i vertici della Chiesa e della società, fino all’episcopato, vissuto in una varietà differente di esperienze.

    Eccellenza, come vede oggi i cattolici nel sociale?

    Male. Non li vedo. Dove sono? Il cattolico non può non reagire, ma non per ragioni di potere, semplicemente per ragioni di libertà. Siamo fagocitati da idee balsane che non hanno nulla di originale. E viviamo tutto questo come se niente fosse.

    E i vertici ecclesiastici?

    Con la scusa di non compromettersi con la politica, hanno perso la capacità di influire sulla politica, proponendo modelli di valore su cui essa dovrebbe essere indirizzata. Alla mia età ho l’impressione di assistere ad una degenerazione.

    Lei è stato anche direttore di Migrantes, la Fondazione della Cei, cosa pensa del fenomeno migratorio attuale?

    È un fenomeno che va preso con serietà e responsabilità, senza mai dimenticare che abbiamo davanti delle persone. Ma è anche un problema che deve farci guardare in contemporanea a ciò che andrebbe risolto e di cui non parliamo mai. Penso alla denatalità dei nostri Paesi europei, con in testa l’Italia, e allo sfruttamento dei Paesi africani senza che si faccia nulla perché la gente del luogo senta di stare bene a casa propria.

    Dopo essere stato ordinato vescovo lei viene preposto alla diocesi di Albano, dove c’è anche Castelgandolfo, la residenza estiva dei Papi.

    È proprio a Castelgandolfo che san Giovanni Paolo II mi avvicina. «Gaetano, posso darti del tu? Certo santità. Senti Gaetano, mi hanno detto che tu potresti fare bene l’Ordinario militare». Detto fatto il nostro si trova ad essere il responsabile di tutti i militari d’Italia, per otto anni dal 1981 all’89 quando diventerà arcivescovo di Siena, Colle Val d’Elsa, Montalcino. Quando ci parla della sua esperienza tra i soldati, si capisce che ci si è trovato bene. Gli chiediamo cosa pensa del fatto che hanno tolto la leva obbligatoria. «Andava corretto il sistema, non abolito. Si credeva di regalare ai giovani la libertà, ma oggi gliela abbiamo rubata in mille altre maniere».

    Pensa come alternativa ad un servizio civile?

    Meglio quello che niente. Ma il servizio deve essere duro. Se non è una cosa impegnativa, seria, avremo inevitabilmente una classe sociale debole».

    E gli alpini cosa hanno lasciato nel suo animo?

    «Ho visitato tutte le loro caserme, tutte. E ogni volta che entravo mi sentivo a casa mia».

    Cosa la colpisce degli alpini?

    «La loro disponibilità. Ci si sente immediatamente bene con loro. E senza scordare il bene che hanno fatto in ogni angolo d’Italia e che continuano a fare. È una delle forze più belle che ci possano essere e per questo bisogna fare di tutto per garantirle un futuro».

    Legge L’Alpino?

    «Immancabilmente. È ben fatto ed è un piacere tornarci sopra». Auguri vescovo Bonicelli.

    Bruno Fasani