Un po’ come volare

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    A vederli non ci si crede. Si sta ai lati del percorso con il timore che preme sullo stomaco. E loro giù con lo sguardo che alterna terreno e orizzonte, con le gambe che si srotolano come andassero da sole. Questa è la corsa in montagna, per lo più su sentieri irregolari e polverosi, a tratti su strade asfaltate. Un percorso che alterna discesa e salita, dove è necessario mantenere in ogni istante il controllo del proprio corpo.

    I piedi poggiano su spuntoni di sassi, su pendii scivolosi, sulle insidie naturali e impreviste delle alture o sul piattume dell’asfalto che batte sul meccanismo perfetto di ginocchia e caviglie. I volti segnati dallo sforzo hanno sguardi assenti, rubati dalla concentrazione per la gara che rappresenta il punto d’arrivo di ore d’allenamento, che sia estate o inverno. Ecco in poche righe quanto abbiamo visto a Cervasca, piccolo centro montano di origini medievali. Atleti divisi in due categorie, veci e bocia, in gergo tecnico master e senior.

    Per i primi un percorso di 7,5 km con un dislivello di 447 metri, per gli altri 11 km e un dislivello di 470 metri. Un’unica partenza, due arrivi e una tappa in comune: il Santuario di san Maurizio di Cervasca posto sull’omonimo colle. Un capolavoro mistico oltre che architettonico. Sopra a un piccolo panettone d’erba affiorano steli e croci donate da Gruppi e Sezioni, in memoria degli alpini Caduti in Russia. Una in particolare, collocata all’interno del Santuario, veglia sulle spoglie dell’alpino Antonio Isoardi rientrato in Patria in una cassettina, nel maggio del 2008. Questa lastra in marmo bianco di Carrara è un fine bassorilievo offerto dai familiari del tenente Maurizio Meinero, reduce di Russia, scomparso nel 1987.

    Domenica, gli alpini lo hanno abbracciato così: correndo. Poi di nuovo giù, nell’ultimo tratto tutto in discesa, fino all’arrivo nel centro di Cervasca. Fino al traguardo tagliato per primo da Daniele De Colò della sezione di Belluno. E poi da tutti gli altri, anche da Manfredo Bendotti classe 1932, 145 campionati ANA alle spalle. Che tempra! In gara oltre cinquecento atleti, giunti da tutta Italia. Una competizione individuale che diventa esperienza collettiva. Quella di un popolo convinto che sia la fatica a premiare sempre.