Un canto divenuto incanto

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    “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern ci aveva storditi e incantati. Avevamo quindici anni. Dieci anni dopo, “freschi di naja”, abbiamo pianto con le “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi. Per il mio Coro del Cai di Arzignano appena inventato scrivevo canti sul modello ideale trentino, innamorato delle trasparenti armonie di Luigi Pigarelli e della trascinante forza poetica di Silvio Pedrotti.

    Intonavo le storie guardandomi intorno nella Valle del Chiampo, la più a ponente della terra vicentina. Così vicino al Monte Pasubio, bomborombom! Le Teresine e le Manuele che sorridevano ricordandomi le melodiose devozioni dei Fioretti di maggio. La montagna soffriva i primi abbandoni e le contrade dell’acqua chiara perdevano le memorie operose dei boschi, dei prati, dei fiori ai balconi, dei giochi dei bambini. Mi emozionava il canto gregoriano che avevo tanto studiato per suonare l’organo. E gli amici dicevano giustamente che gregorianeggiavo.

    Da molti anni, ormai, troppi! i reduci della guerra e i sopravvissuti dei campi di concentramento tedeschi, trattenevano la voce nel silenzio impaurito: la contumacia della primavera del 1943 con le minacce anche alle famiglie in caso di rivelazioni sulle atrocità naziste in Russia; lo sgomento e il dolore per i patimenti dell’internamento in Germania dopo il drammatico armistizio di settembre. Ecco arrivare il nuovo Capogruppo degli alpini di Arzignano, il notaio Mario Pagani, subito generoso Presidente del coro. Ecco la prorompente creatività narrativa di Carlo Geminiani, romagnolo di Vicenza, che conosceva Giulio Bedeschi. I Bedeschi venivano da Sant’Arcangelo di Romagna. Ma Giulio era nato al mio paese nel 1915, quando il papà era direttore didattico; il fratello Beppe, anch’egli futuro ufficiale alpino in Russia, era nato in Romagna due anni dopo. Romagna mia!

    “La notte di Natale calò sulla distesa bianca; era patetica e struggente come solo i soldati in trincea la sentono, lontani da ogni bene, dispersi nel silenzio, prossimi alle stelle”. L’alpino ufficiale medico Bedeschi raccontava la Messa di Natale del 1942 in prima linea, sulla riva destra del Don. “Poi abbiamo camminato per settimane e settimane, la- Un canto dive sciando nella neve tanti fratelli. Roma ci aveva mandati laggiù senza una ragione, accodati ai tedeschi, e ci aveva dimenticati”, confidava a Geminiani negli incontri sempre più frequenti. E Carlo mi propose i suoi versi piani. Decasillabi, endecasillabi, un turbinare di accenti tonici da sistemare per le simmetrie melodiche. “Era la notte bianca di Natale… silenzioso come frullo d’ale”.

    La Russia, la follia della guerra già perduta, il gelo, la fede, la casa lontana, la famiglia; chissà il Natale sulle montagne di casa, le campane. Le lacrime. “Cammina, cammina, la casa è lontana”. Per i dodecasillabi ci voleva un altro ritmo, ecco, una specie di ritornello. Il mio inizio sapeva di Giuseppe Verdi: cinque note a salire in modo minore con l’intervallo di quarta. Sono sempre stato un verdiano. Il papà di mia mamma, nonno Luigi, artigiano milanese di Porta Genova, aveva un posto riservato alla Scala. Mia mamma si chiamava Edmea, come il titolo di un’opera di Alfredo Catalani.

    Carlo Geminiani, che ispirato dalle Gavette di ghiaccio già pensava agli endecasillabi di Joska la rossa, suggerì il melodioso nome I Crodaioli per il coro: “Come i primi giovani scalatori vicentini che si allenavano sulle roccette vicino a San Giorgio in Gogna, sotto Monte Berico”. Forse era stata una informazione di Gianni Pieropan, il più illuminato e documentato storico delle vicende montanare del Vicentino, soprattutto nella Grande Guerra.

    Carlo aggiunse anche la terza strofa al mio Monte Pasubio e siamo andati insieme a fare l’esame di poeti professionisti a Milano per la Società degli Autori. “Ma gli alpini non hanno paura, bomborombom!”.

    Bepi De Marzi

     

    L ’ultima notte degli alpini

    Era la notte bianca di Natale
    ed era l’ultima notte degli alpini,
    silenzioso come frullo d’ale
    c’era il fuoco grande nei camini.
    Nella pianura immensa, sconfinata,
    e lungo il fiume – parea come un lamento –
    una nenia triste e desolata
    che piangeva sull’alito del vento.
    Cammina cammina, la casa è lontana,
    la morte è vicina e c’è una campana
    che suona, che suona, din, don, dan,
    che suona, che suona, din, don, dan.

    (recitato)
    Mormorando, stremata, centomila
    voci stanche di un coro che si perde
    fino al cielo, avanzava in lunga fila
    la marcia dei fantasmi in grigioverde.
    No, non è il sole che illumina gli stanchi
    gigli di neve sulla terra rossa.
    Gli alpini vanno come angeli bianchi
    e ad ogni passo coprono una fossa.

    (cantato)
    Tutto ora tace. A illuminar la neve
    neppure s’alza l’ombra di una voce,
    lo zaino è divenuto un peso greve,
    ora l’arma s’è mutata in croce.
    Lungo le piste sporche e insanguinate
    son mille e mille croci degli alpini,
    cantate piano, non li disturbate:
    ora dormono il sonno dei bambini.
    Cammina cammina, la guerra è lontana,
    la casa è vicina e c’è una campana
    che suona, ma piano, din, don, dan,
    che suona, ma piano, din, don, dan.

    (Testo di Carlo Geminiani, musica del maestro Bepi De Marzi)