L’alpino Umberto Cicigoi

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    “Tutto muta, nulla perisce” dice un famoso passo. Un giorno si è e un altro non si è più, ma i sentimenti che abbiamo dispensato lungo il nostro percorso rimangono. Ne è un esempio l’alpino Umberto Cicigoi, “andato avanti” lo scorso gennaio a 101 anni.

    Era nato l’11 dicembre 1919 a Drenchia, un piccolo paesino di montagna delle valli del Natisone in provincia di Udine. Il 2 febbraio 1940 ricevette la chiamata alle armi e venne inviato in Albania via mare, destinato al Gruppo di artiglieria alpina Conegliano della Julia, 14ª batteria, dislocata a Scutari in occupazione del territorio albanese dall’aprile del 1939. Le reclute del 1919 e del 1920, quasi tutti ragazzoni della provincia di Udine e Treviso, vennero subito prese da parte e assegnate ad un incarico; un sergente, suo conterraneo, Vogrig di San Leonardo, lo prese in simpatia e gli chiese che incarico volesse, lui rispose qualsiasi, purché non conducente, così lo assegnò al 3º pezzo della batteria insegnandoli con pazienza a fare da puntatore, tanto che in una esercitazione a fuoco colpì il bersaglio meritandosi l’attenzione e il benvolere del comandante, il capitano Baldizzoni.

    Il 28 aprile 1940 scoppiarono le ostilità con la Grecia e la sua batteria avanzò sulle aspre montagne del Pindo, ma ben presto la Julia fu accerchiata e così la 14ª fu costretta a ritirarsi per la mulattiera tra Armata e Pades dove fu sorpresa da un bombardamento dell’artiglieria greca che fece numerosi morti e feriti: andarono persi quasi tutti i pezzi e numerosi muli con le dotazioni. Quando riuscirono ad uscire dall’accerchiamento passando per la sella Cristobasile, tenuta dagli alpini del btg. Vicenza, i resti della sua batteria si radunarono a Konitsa, era il 10 novembre. Allora il capitano Baldizzoni chiese ad Umberto: «Cicigoi, in quanti siete usciti?». Umberto rispose: «87 artiglieri, 24 muli e la sua cavalla, signor capitano!».

    A sentire queste parole il capitano ebbe un singhiozzo: aveva perso la capacità operativa della sua batteria, oltre a 200 artiglieri caduti, feriti o dispersi. Cicigoi ricordava spesso le pene patite sui monti d’Albania: la fame, il freddo, il fango e la neve. Nel mese di dicembre la linea pezzi del Conegliano era ridotta a solo tre pezzi efficienti sui 12 di dotazione e gli artiglieri di ogni batteria si alternavano con turni di una settimana, mentre gli altri erano impegnati a rifornire la linea portandosi almeno 4 proietti nello zaino (circa 30 chili), o a creare reparti improvvisati di fucilieri per cercare di tamponare le falle di uno schieramento immenso sulle montagne di Albania.

    A febbraio del 1941 le batterie del Conegliano furono ricostituite e ritornarono con la dotazione di 4 pezzi per batteria e alla fine del mese la Julia tornò in linea sui monti di Tepeleni. La 14ª batteria si portò sul Beshishtit e sparava per appoggiare gli alpini dell’8º che combattevano sul Golico. Lassù era un inferno, il Golico era tutta una vampa di esplosioni e la neve era diventata nera. Nei giorni tra il 7 e il 10 marzo spararono senza sosta, consapevoli di rischiare di colpire i propri amici e paesani che combattevano corpo a corpo sulla quota 1.615 del Golico, presa, persa e ripresa ripetutamente in quei giorni.

    Alla metà di aprile del 1941 i greci si ritirarono e la Julia si portò in territorio greco per il periodo dell’occupazione; la 14ª fu sistemata in quel di Argos, dove giunsero i complementi della classe 1921 e il tempo passò in un intermezzo di pace durante cui ci si dedicò all’addestramento. Poi, il 27 marzo 1942, l’imbarco verso l’Italia con un convoglio di una decina di navi, funestato dall’affondamento del piroscafo Galilea che trascinò in fondo al mare oltre mille uomini, tra questi i fratelli del battaglione Gemona. A Gorizia fu ricostituita la batteria e con gli organici della classe 1922 e partì per il fronte russo verso la metà di agosto del 1942. Del fronte russo Umberto ricordava le lunghe marce sotto il sole infuocato per raggiungere il Don e la linea creata a ridosso del fronte con gli osservatori in prima linea. Il 17 dicembre 1942, a causa di un cedimento del fronte, l’intera Julia fu spostata di una sessantina di chilometri a sud e la sua batteria si schierò sulle alture del Kalitwa piazzando gli obici allo scoperto con una temperatura che raggiunse nei giorni di Natale anche i -48º. Umberto comandava il primo pezzo e con i compagni sparavano quasi ad alzo zero per respingere gli attacchi russi contro gli alpini del Tolmezzo.

    Poi la ritirata, il 17 gennaio 1943, in ordine, i pezzi caricati sulle slitte; il 19 e il 20 gennaio ecco che nei pressi di Nowo Postojalowka la sua batteria fu schierata contro i carri armati russi che avanzavano schiacciando uomini e pezzi sul posto: fuoco a volontà! E poi via, di notte, aggirando l’ostacolo insormontabile, portando sulla slitta i feriti, gli amici e i paesani che non si volevano abbandonare, come Tomasino di Taipana che aveva perso un braccio.

    E il bravo artigliere Guerrino Poles da Giavera del Montello che durante la Ritirata era sempre abilissimo nello scovare qualcosa da mangiare per i compagni della sezione. Il 26 gennaio Nikolajewka; il massacro della Tridentina e quell’assalto disperato al calar della sera: la loro salvezza. In cammino per giorni e giorni fino ad uscire dalla sacca a Scebekino il 1º febbraio: della sua batteria erano rimasti in 50. Rientrato in Italia fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

    Finita la guerra, si sposò, lavorò presso la Zanussi e presso gli uffici regionali e fu sindaco del suo paese. In ambito associativo ha ricoperto la carica di Capogruppo di Drenchia per 30 anni e ha fatto parte del Gruppo Cividale Città della Sezione di Cividale dove fu anche Consigliere sezionale.

    Guido Aviani Fulvio