Un bagliore nel buio

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    L’Arnaldo periodicamente mi telefonava. Riconoscevo subito la voce catarrosa e cavernosa del vecchio capitano degli alpini «Vénn scià che gó da cüntàt sü vergótt e da fàtt vedé ‘n quài càarti!» ed io non perdevo tempo. Mi affrettavo ad andarci e come di consueto mi accoglieva rabbonendo con secchi ordini in tedesco il suo inquietante doberman, quindi mi faceva sedere di fronte a lui nello studio avvolto da penombra.

    Tutto era accuratamente ordinato tranne il piano della scrivania; lì polverosi fascicoli, taccuini zeppi di conti, cancellature e lembi di fogli incollati, quaderni logorati dall’uso e fogli sparsi non facevano presagire discorsi lineari né facilità nel trovare i documenti cercati. L’Arnaldo era così. Apparentemente burbero, talvolta sanguigno, passionale nel ricordo e nel racconto si perdeva in breve tempo nel dedalo delle sue memorie e dei temi che l’appassionavano. Una lingua maligna, un po’ gelosa della nostra amicizia, mi aveva sussurrato: «guarda che anche in Russia lo chiamavano Capitan casino!».

    Ciò che cercava sul tavolo non lo trovava, quello che voleva raccontarmi si disperdeva tra impronunciabili luoghi russi, commilitoni a me sconosciuti ed episodi non proprio cronologicamente a posto. Ma gli volevo bene, avevo guadagnato la sua fiducia e stima, e il suo glorioso vissuto da combattente voleva dire per me rispetto, dovere e pazienza per ascoltarne i ruggiti da vecchio leone. Anche quella volta il racconto si frantumò tra il calvario di Russia, invettive ai politici ed al Governo, al sistematico imbroglio dei conti delle aziende idroelettriche in valle e la cortese esigenza de «béef inséma ‘n cichètt!».

    Solo allora scorsi in un angolo un piccolo albero addobbato con palline e nastri dorati: stava per arrivare il Natale. «Arnaldo, cùsa ‘l te póorta el Bambìn?» chiesi cercando di riportare nel suo cuore in subbuglio la letizia dell’evento. Non mi rispose subito. Tamburellò le ossute dita sulle carte sparse, ingollò quel dito di Braulio che si era versato, socchiuse gli occhi e si appoggiò allo schienale dell’austera sedia.

    La voce si schiarì: «Càru mìu, el mè Bambìn l’è pìscen. Adèss cùme ilùura. Quàndu, ‘n del dicèmbri del ’44 s’éri ‘n del càmp de cuncentramènt de Sandbostel, per tücc’, el perìudu pü brütt l’éra li fèsti de Natàal. Sentìss seràt sü lì, in quìli cundiziùn, frècc’, fàmm e piöcc’, e pensà a cà, ai nòss! L’éra impusìbil vìif! Epür me regòordi che da piàcch, piàn piàn, limàndo el mànech di cügiàa in modo da fàcch un fil cùme ‘n curtèll en ghe séra rivàat a tàia gió, ‘n di pùnti püsè piacàat de li gàmbi déi lècc’ a castèll, quàai pìculi zìpuli! Guài a vèss scupèert! Cun li S.S. i cünt i éra tremèndi! I te cupàava per niènt! Si pròpi, cun en pügn de quìli zìpuli, ma fàcc’ sü en presépi. La cüna, el Bambìn, la Madòna, el marìi, l’asnìn, el….».

    A quel punto l’Arnaldo spalancò gli occhi, bellissimi occhi cerulei immersi in una foresta di rughe e cespugliose sopracciglia, mi fissò e tacque. Vidi il suo volto incresparsi e rigarsi di due argentee lacrime. Nel momento più basso e più buio del secondo conflitto mondiale quel minuscolo presepe di zìpuli aveva donato a quei dannati un alto e luminoso bagliore di speranza, di vita.

    Il racconto, quello sguardo fisso, quelle lacrime furono per me una straordinaria, irripetibile lezione di storia. L’emozione dell’Arnaldo mi trafisse. Anche il Natale è storia, e da quella volta questo episodio aggiunse senso alla natività. Ritrovai più vero, più intimo e più caro il mio Natale.

    Marino Amonini