Il valore della naja

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    Le cronache dei media ci riportano quotidianamente, oltre agli incessanti numeri della pandemia in corso, tante preoccupanti notizie di tristi avvenimenti che coinvolgono molti dei nostri giovani. È quasi un bollettino di guerra: omicidi, violenze di ogni genere rivolte spesso alle persone più indifese, minori, anziani, disabili e donne. Sono gesti vili, spesso compiuti in gruppo, che denotano nei loro autori, oltre alla predisposizione alla violenza fine a se stessa, l’assoluta mancanza di freni morali e di coscienza. Spesso queste azioni sono conseguenze dell’assunzione di sostanze alcoliche e stupefacenti, ma la vera causa resta una profonda carenza morale ed educativa: l’assenza di modelli e di ideali.

    La domanda che tutti ci poniamo è cosa la società, ovvero noi, possa fare per arginare questo fenomeno, sempre più evidente e preoccupante. Prevenzione e repressione sono doverose assieme alla certezza, che spesso manca, della pena conseguente, ma questo tuttavia non basta. Carenza morale, dicevamo, qualcosa che non si può trovare sui banchi del supermercato! Bisogna crearla nelle giovani menti con l’educazione, con la cultura, con la pazienza, passando attraverso diverse fasi educative, dalla prima infanzia all’età adulta, coniugate con le esperienze di vita che man mano vengono acquisite. Formare una persona è come costruire un edificio, mattone su mattone, e i mattoni sono costituiti dagli insegnamenti, dalle lezioni e dagli esempi, uniti dal legante che sono le esperienze che man mano il bimbo, l’adolescente, il giovane e poi l’uomo e la donna acquisiscono, giorno dopo giorno. E tanti sono gli “operatori” che forniscono via via i mattoni necessari: la famiglia in primis, poi la scuola, l’ambiente e anche i singoli luoghi dove ognuno vive le sue esperienze.

    Nella nostra memoria ci sono tante immagini di questi luoghi: il cortile, la strada, il campo di calcio, l’oratorio, la palestra, le panchine del parco: tutte fonti di piccole esperienze che andavano a sommarsi all’edificio in via di costruzione. E dietro a tutto questo c’era il caldo nido della famiglia che costituisce sempre una rete di protezione per tutti rischi della vita. Purtroppo tanti di questi fattori sono entrati in crisi nel mondo moderno: la famiglia spesso non è un modello di unità, di benessere e di accoglienza, distratta da varie occupazioni.

    La scuola non è più la fucina che si affiancava alla famiglia nel compito educativo, tanti luoghi di aggregazione sono spariti e anche la vita sociale dell’adolescente ha perso quelle caratteristiche di incontro, divertimento, scambi sociali che noi ricordiamo per intraprendere la via della “falsa socialità”, delle “amicizie virtuali” dei social che all’apparenza uniscono, ma nella realtà isolano. Alla fine del periodo scolastico c’era, per chi ormai è addentrato negli “anta”, un “mattone” pesante da mettere sull’edificio di formazione del giovane, quello finale, quale fosse il tetto: il servizio militare.

    Lo temevamo tutti convinti che sarebbe stata una esperienza inutile, un ostacolo per l’accesso al mondo del lavoro. Abbiamo sofferto quando ci siamo trovati allo sbaraglio, soli con noi stessi, privati della protezione familiare, ma abbiamo tenuto duro. “Finirà!” si diceva. Ed è finita. Siamo tornati cambiati e la prova era che anche gli altri ci vedevano diversi. Abbiamo capito che quel periodo, la vecchia naja era stato il vero esame di maturità, il passaporto per l’età adulta.

    Quello sostenuto nelle aule era un investimento per il futuro nel mondo del lavoro, ma l’esame vero, quello vissuto giorno per giorno con la divisa, sarebbe servito per la vita. E anche se sono passati tanti anni, non abbiamo cambiato idea, siamo ancora convinti che quel periodo abbia concluso la nostra formazione, ultimato quell’edificio iniziato nella culla.

    Ci siamo accorti di avere acquisito insegnamenti e doveri che ci hanno accompagnato e ci accompagnano sempre: un patrimonio etico di grande valore. Abbiamo imparato a dire “signorsì!”, che è un grande insegnamento perché nella vita ci sarà, inevitabilmente, qualcuno al quale si dovrà dire signorsì. Abbiamo imparato il sacrificio. Tutto questo è ancora dentro ognuno di noi, e ci motiva; forse abbiamo dimenticato la poesia e la trigonometria, ma nulla della vita in divisa.

    Per questo ancora oggi siamo convinti che l’esperienza della naja, complementare alle altre, sia una grande mancanza per le nuove generazioni, cassata da un’improvvida decisione del nostro parlamento; una società attenta al suo futuro, dovrebbe meditare seriamente su questo.

    La nostra Associazione si è sempre battuta perché non si attuasse il disegno dell’eliminazione di quella che era stata la caratteristica di tante generazioni di eroi (che la nostra Costituzione ancora definisce il “sacro dovere”) e continua instancabilmente a chiedere la reintroduzione del servizio militare, a gran voce, rispondendo ad un preciso dettato statutario. Ne siamo tutti associativamente e personalmente convinti, per il bene della nostra società e dei nostri giovani.

    Giuliano Perini