Trasmissione generazionale

    0
    10

    Semplificando, potremmo definire il 19º Convegno Itinerante della Stampa Alpina come il trionfo del contenuto sulle informazioni tecniche. «Il far pensare è fondamentale per una stampa alpina che oggi supera abbondantemente il milione di lettori », sottolinea il direttore de L’Alpino Bruno Fasani in apertura dei lavori del congresso, organizzato dalla Sezione di Como nella bella sede dell’Associazione Costruttori. «Siamo abituati ai mass media che ci propongono un’informazione aggressiva ma non dobbiamo sentirci una stampa minore – ammonisce – perché c’è un’opinione comune della gente che ha bisogno di alimentarsi di cose serie e credibili». 

     

    Per saper leggere il futuro occorre capire il passato. Ma nei nostri giornali «non si deve essere degli storicisti che parlano di crudi fatti e date, bensì degli eredi pronti a dire che dobbiamo fare qualcosa oggi per il nostro Paese e dobbiamo tornare a dire cose importanti per la nostra società. Sono lo spessore e la qualità dei valori e dei principi che rendono grande un tessuto sociale e fanno uomini speciali. Questo sentimento di responsabilità e di solidarietà si evidenzia nei nostri lettori con la coscienza di alpinità che chiede di essere protagonisti con il proprio pensiero», conclude la presentazione Fasani.

    Risponde a quest’esigenza l’ambizioso tema del convegno di quest’anno, “La responsabilità dell’Ana davanti alle nuove generazioni e al futuro della società”, sviluppato grazie agli illuminanti interventi dei professori Stefano Quaglia, dirigente dell’Ufficio scolastico Territoriale di Verona che è Provveditore di 150mila ragazzi e ha passato una vita nella scuola, e Maurizio Zangarini, ricercatore di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Verona.

    Nella sua analisi il prof. Quaglia ha scelto di partire dai valori della comunità alpina, elencati nell’articolo 2 dello Statuto dell’Associazione, che si possono riassumere nella fratellanza, nel rispetto dell’ambiente, nel volontariato e nella gratuità delle prestazioni. La fratellanza è un concetto complesso strettamente collegato a quel “Liberté, Égalité, Fraternité” della Repubblica Francese che rimanda a sua volta ad una visione laica e illuministica dell’uguaglianza delle persone. La visione alpina ci dice quindi che non c’è diversità di dignità delle persone perché esse sono allo stesso livello in tutte le posizioni nelle quali si presentano. Non c’è dunque una superiorità di posizione umana, ma una differente responsabilità di conduzione e direzione. Questo concetto affiancato al dovere verso la Patria, indica la responsabilità verso gli altri dell’appartenenza ad una determinata comunità: «Deve essere una terra accogliente, ma non deve perdere la sua identità di accoglienza». «La coscienza alpina può dire qualcosa sull’importante tema della montagna e dell’ambiente naturale?».

    È l’interrogativo che propone il prof. Quaglia portando l’esempio dell’Albania che chiede aiuto per cercare di trasmettere ai giovani nelle scuole una sensibilità sul rispetto ambientale, perché teme che l’indiscriminata espansione edile nel turismo la releghi alla stregua di Shangai, la metropoli più inquinata del mondo. Il volontariato e la gratuità sono un altro valore aggiunto del mondo alpino: «Si agisce per il bene comune, senza un tornaconto personale». Questa visione segue il solco di una grande e nuova tradizione filosofica che abbandona il concetto hobbesiano dell’homo homini lupus (ogni uomo è lupo per l’altro uomo) e abbraccia l’idea della politica del dono come principio di rivoluzione del sistema.

    «La coscienza alpina diventa quindi antidoto alla dimensione del lupo perché si basa sul concetto del dono che è la chiave del modo in cui gli uomini possono relazionarsi. In questo il modello alpino è di grande consapevolezza ed equilibrio: donarsi senza perdere la propria identità, servire gli altri senza essere schiavo, mantenere la propria autonomia ed essere a disposizione di quanti hanno bisogno». Potremmo dire che il “dare per avere” diviene “dare per essere”. «Questi concetti sono assolutamente attuali per i giovani che hanno bisogno non solo di una formazione al lavoro, ma di una formazione alla cittadinanza. E la visione alpina della vita può essere la visione di una nuova cittadinanza». Ma come è possibile trasmettere l’essenza dei valori alpini ai ragazzi? «Come è possibile far capire che c’è più gioia nel dare che nel ricevere, nel servire che non nell’essere serviti?».

    Il prof. Quaglia suggerisce che occorre conquistare i giovani non con le prediche ma con la comunicazione attraverso le discipline: con la storia e la conoscenza dei fatti e degli eventi che ci hanno cambiato, con la letteratura e la lettura degli autori della Grande Guerra che parlano di esperienze di vita che portano messaggi reali e concreti, con le scienze che portano ad una conoscenza migliore dell’ecosistema e dei problemi ambientali. E nella Legge 107 ravvisa un’opportunità straordinaria per i ragazzi che può essere utilizzata dall’Associazione. Si tratta dell’alternanza scuola-lavoro: i ragazzi potrebbero stare con gli alpini nelle loro occasioni di lavoro, ad esempio nel campo della Protezione Civile e tutte le svariate attività di tutela del patrimonio storico che l’Ana realizza. In cambio questo potrebbe attivare un circolo virtuoso di trasmissione dei valori.

    Da storico il prof. Zangarini propone un’interessante analisi tra storia e memoria: «Prima di parlare ai giovani di memoria, occorre parlar loro di storia». Quest’ultima spesso non coinvolge emotivamente l’uditore, al contrario del bel racconto di un fatto che è certamente allettante, ma che è, in fin dei conti, un’altra storia. Zangarini ricorda le pungenti parole del giornalista Tiziano Terzani che su questo è drastico: «Se fai la cronaca racconti balle, perché racconti quello che vedi al microscopio, quando invece ci vuole il cannocchiale». Cita anche lo storico francese Marc Bloch che sostiene che «ogni fase storica lascia traccia di sé in quelle successive, quindi ne diventano in un certo senso il documento migliore».

    «La memoria dei nostri padri di inizio Novecento non è quella della Grande Guerra, ma è quella della politica educativa nazionale precedente a quel periodo». Il passato si comprende mediante il presente. Per contestualizzare e trasmetter più approfondite conoscenze storiche serve passare dalla memoria alla storia, «poiché il fervore memoriale come unico strumento di trasmissione delle conoscenze mette in ombra la storia». Chi ha vissuto una situazione che racconta con emozione, non ha una visione storica e così facendo «il passato diventa spettacolo». In effetti, noi alpini, parlando della nostra storia, siamo abituati a raccontare in modo retorico episodi di eroismo, ma forse per spiegare veramente la storia dovremmo guardare ai perché, alle motivazioni di quello che è accaduto. E come si fa a trasmettere la storia alle generazioni più giovani che sono ostaggio del presente?

    «Occorre parlar loro dei grandi problemi ricorrenti presentati dalla storia: diseguaglianza, i costi e i benefici delle invasioni straniere, il valore della pace… Quando i giovani capiranno a fondo questi grandi temi – conclude il prof. Zangarini – forse la storia riuscirà a parlare anche a loro». «La sfida per gli alpini – incalza e suggerisce il prof. Quaglia – è soprattutto quella di creare un contesto nel quale questo messaggio possa essere veicolato alle giovani generazioni, attraverso la scuola, le famiglie, i parenti, gli amici. Dovrebbe dunque essere interlocutore dello storico che con onestà ricerca i fatti e dare allo storico il nutrimento per motivarsi nella sua ricerca».

    All’esposizione è seguito il dibattito in due differenti gruppi di lavoro, moderati dai relatori. Un momento in cui le tante sfaccettature degli argomenti trattati hanno alimentato un confronto aperto e franco. Nel gruppo diretto dal prof. Quaglia la questione dell’incomunicabilità causata dalla distanza generazionale, dalla poca ricettività e dai differenti ideali dei giovani, è stato l’argomento catalizzatore della discussione, ispirato dal provocatorio pessimismo di Cesare Di Dato, già direttore de L’Alpino. È un dato di fatto che c’è un’interruzione della trasmissione di conoscenze tra generazioni (la cosiddetta traditio), ma è altrettanto vero che esse filtrano attraverso il muro generazionale quando i ragazzi scoprono l’importanza delle relazioni reali al posto di quelle virtuali, comandate da tweet, post, blog, feed e simili.

    L’idea è quindi quella di proporre con fiducia la nostra testimonianza per cui una certa visione del mondo non viene meno e attendere che il seme dia i frutti, anche «se quello di cui stiamo parlando – avverte il prof. Quaglia – è come un seme d’ulivo e i risultati non sono subito visibili. E dove poter fare questo se non nella scuola!». Parlando ai giovani occorre anche non irritarsi perché i ragazzi non ci capiscono, ma trovare le vie per arrivare a loro. «Contando che molti di noi sono immigrati digitali in un mondo di giovani impastati di digitale – interviene Fasani – per arrivare bene a questi ultimi occorre soprattutto imparare il linguaggio dei comunicatori (non tutti hanno le capacità per esserlo) e affinare le tecniche che pretendono rapidità e plasticità, perché la nostra è una cultura visiva, legata alle immagini che dobbiamo saper riprodurre con il nostro linguaggio».

    Il gruppo di confronto diretto dal prof. Zangarini ha focalizzato la discussione sul fatto che molti Gruppi e Sezioni Ana fanno già tanta attività delle scuole, ma essa non sempre ottiene i frutti sperati. Spesso ci si trova davanti ad un dialogo difficile con il personale dirigente delle scuole che non ha un buon rapporto con chi è legato al mondo militare ed è colpito più che da un pacifismo di facciata, da quello che il prof. Zangarini definisce come totale indifferenza. La proposta di lavoro va in diverse direzioni: innanzitutto è importante variare la tipologia del messaggio che gli alpini portano nelle scuole, a seconda dell’età dei giovani che lo ricevono.

    Esso potrebbe essere veicolato più facilmente se i genitori e la scuola avessero la possibilità di leggere la nostra stampa; da qui l’idea di abbonarli ad una rivista alpina che diventi però più incisiva nel veicolare il nostro sentire. Sarebbe anche opportuno non avere una presenza saltuaria nelle scuole ma cercare di dare costanza alla partecipazione alpina con un percorso didattico che proponga motivi di discussione e di crescita all’interno delle classi.

    Su questo tema il professor Zangarini incita ad essere ambiziosi: «Il rapporto con gli insegnanti non deve essere amicale, ma istituzionale. L’Ana può diventare un ente educativo che si offre come servizio pubblico, con un piano educativo globale. Nel momento in cui la proposta arriva alle scuole non in modo estemporaneo, ma dall’alto, d’intesa con il Ministero, si ottiene una via preferenziale per entrare negli istituti».

    Il 19º Cisa, a detta degli oltre cento partecipanti, ha prodotto nuovi stimoli e fiducia, ma più di tutto è stato un gran bel momento di incontro e confronto amichevole delle tante realtà legate al mondo con la penna, a partire dagli addetti all’informazione delle Truppe Alpine, il maggiore Stefano Bertinotti del Comando Truppe Alpine, il ten. col. Umberto Salvador della Julia, il maggiore Filippo Tremolada della Taurinense e il ten. col. Mario Renna, appena nominato direttore del periodico dello Stato Maggiore della Difesa, “Informazioni della Difesa”.

    Senza dimenticare il pungente intervento del past-president Ana Beppe Parazzini, o di quello che, con competenza storica, ha portato il già direttore de L’Alpino Vittorio Brunello, o ancora gli ottimi suggerimenti, dettati dalla lunga militanza sul campo del giornalista Massimo Cortesi. E ancora la presenza delle autorità: i lavori sono stati seguiti con attenzione e partecipazione dal presidente Ana Sebastiano Favero, dal comandante delle Truppe Alpine gen. Federico Bonato e dal prefetto di Como Bruno Corda.

    Su tutto gli uomini della Sezione di Como che con abnegazione, competenza e grande stimolo hanno organizzato quella che il Presidente Enrico Gaffuri ha definito come la loro Adunata nazionale. Sotto alcuni aspetti il 19º Cisa è stato ancora più di un’Adunata perché ha saputo tracciare una direzione di lavoro chiara e ha fatto prendere coscienza che quello alpino può essere veramente un grande e virtuoso movimento di opinione e di idee che incide sulla società.

    Matteo Martin


    I NUMERI DEL CONVEGNO

    Novantatré partecipanti al 19º Cisa hanno dato il loro giudizio sul convegno. La quasi totalità ha dichiarato di essere stata informata sui motivi della partecipazione e sugli obiettivi dell’incontro che sono stati raggiunti per la stragrande maggioranza; in quest’ultimo caso il voto medio è il più alto degli ultimi anni: 4 su una scala da 1 a 5. Il 28% ha conseguito conoscenze utili all’attività associativa, il 22% ha tratto buoni suggerimenti per migliorare la qualità del lavoro, il 20% suggerimenti per migliorare l’efficacia personale, il 20% motivazione ed entusiasmo e il 10% informazioni utili sulle tecniche metodologiche. Per il 47% dei partecipanti i contenuti del convegno sono stati utili; per il 21% e 17% rispettivamente, applicabili o concreti, per il 12% sono stati solo teorici e il 3% ha segnalato altre motivazioni. Sono dati confermati anche dalla valutazione generale sul risultato del convegno con l’83% che dichiara di portarsi a casa tanto e solo l’1% poco o niente. L’organizzazione del convegno è stata giudicata buona con un voto medio è di 3,97 su una scala da 1 a 5.

    FOTO »

    VIDEO »