Sull’Ortigara: perché?

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    Mai, nemmeno lontanamente, i pastori che per secoli avevano portato le loro greggi sui pendii di quell’innominato panettone sospeso sulla Valsugana avrebbero potuto immaginare che un giorno quota 2.105 sarebbe diventata simbolo della determinata e lucida insensatezza della guerra. Paolo Monelli, ufficiale del battaglione Marmolada, presente sul campo nel giugno 1917, scrisse: “Solo chi uscì vivo dalla maciulla del combattimento, solo chi strisciò all’attacco e sbiancò d’orrore sotto il bombardamento e pregò di morire nella notte di battaglia premuto dal freddo e dalla fame; solo quello sarebbe giudice competente. Non quelli laggiù, cimiterini col robbio, barba fatta, letto con lenzuola pulite e guerra ricordo dei manuali di scuola”.

    Mezzo milione di giovani sui vent’anni, migliaia di ordigni bellici micidiali a riversare su quegli aspri pendii proiettili di ogni genere, esplosivi che trasformarono in una gruviera la bucolica serenità dei tappeti di rododendro suscitano anche nei visitatori più distratti la sensazione di essere “cimiterini di robbio”. Molti degli oltre quarantamila volumi pubblicati sulla Grande Guerra hanno stigmatizzato comportamenti, decisioni e ambizioni responsabili di quella carneficina. Lassù, gran parte della “meglio gioventù” non è finita sotto terra, è stata semplicemente “dispersa”.

    Nel Sacrario del Leiten ad Asiago riposano oltre cinquantamila Caduti; di questi solo poco più di diecimila hanno un nome. Una follia di Cadorna, un’inadeguatezza di Mambretti, una responsabilità di Brusati? Possiamo dire sicuramente che la mancata ottemperanza alle disposizioni del Comando Supremo da parte di chi era al comando della Prima Armata – creare una serie di opere difensive in grado d’inchiodare l’avversario sul formidabile costone del Portule – ebbe conseguenze nefaste sugli sviluppi della guerra sull’Altipiano. Lì purtroppo, a differenza di quanto accadde sul Pasubio, nessuno scrisse: “Di qui non si passa”.

    Nella strategia di Francia e Inghilterra, coinvolgere l’Italia in guerra a prescindere dalla conclamata impreparazione del Regio Esercito italiano, aveva un preciso obiettivo: creare un cuneo micidiale a sud dell’Impero autro-ungarico. A Cadorna spettava quindi il compito di attaccare con tutte le risorse di cui disponeva sul Carso. Lì, come sempre nella storia, c’era l’unica via per Lubiana e Vienna. Di conseguenza l’arco alpino e soprattutto l’Altipiano dovevano garantire la sicurezza del fronte con opere di difesa e attacchi di alleggerimento. Brusati, comandante della Prima Armata, interpretò il suo ruolo sognando Trento e non apprestò le opere necessarie a neutralizzare qualsiasi attacco.

    Fu silurato, ma intanto Conrad, capo di stato maggiore austriaco, che da tempo aveva un’idea fissa per risolvere la partita con l’Italia, poté sfondare sull’Altipiano e minacciare la pianura vicentina mettendo sotto scacco la Seconda e la Terza Armata. Fu fermato per un soffio, ma riuscì a spostare il fronte da Vezzena sulla linea Ortigara – Zebio – Roana sfruttando abilmente le creste più facilmente difendibili e garantendosi una base avanzata per un’eventuale offensiva sulla pianura veneta. A Cadorna quella spina nel fianco era insopportabile e riportare la linea del fronte sul Portule s’imponeva prima come una priorità strategica. Mambretti, comandante della neo costituita Sesta Armata dell’Altipiano, fu incaricato dell’operazione ed ebbe a disposizione forze e mezzi ingenti. Sappiamo com’è andata. E qui entrano in scena gli alpini.

    A loro fu assegnato l’obiettivo impossibile: l’Ortigara. E sull’Ortigara ci arrivarono. Il resto non è più storia, è leggenda. Ora su quella pietraia martoriata svetta una Colonna Mozza, eretta cento anni fa dai Padri fondatori dell’Ana. Il vento l’accarezza a seconda degli umori. Gode di un orizzonte senza limiti ma allo stesso tempo suscita un senso di sgomento. Impossibile sbarazzarsi dell’intrigante domanda: perché?

    Vittorio Brunello