Storia di un’amicizia

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    Prima la guerra, poi la prigionia. La moglie Nora e il figlio Bruno non ebbero notizie per molto tempo, non sapevamo se fosse vivo o morto. LUIGI REVERBERI fece ritorno a casa un giorno di ottobre del 1945. Due anni più tardi fu costretto a lasciare l’Esercito, lavorò allora nella ditta del suocero, la A. Bertelli & C. che produceva il celebre cerotto Bertelli contro i reumatismi, la catramina, i profumatissimi saponi e le insuperabili ciprie per il belletto femminile. Una mansione che poco si addiceva a un uomo che aveva speso la sua vita al fronte, dalla Libia alla Russia. In casa, della guerra, non parlava mai. Dovette attendere otto anni prima di vedersi consegnare la Medaglia d’Oro guadagnata in Russia e appuntatagli al petto a Brescia in occasione dell’anniversario di Nikolajewka nel gennaio 1951. “Non è stile degli alpini quello di gonfiarsi e di far monopolio della gloria militare. Ma a Nikolajewka hanno vinto i nostri poveri morti accatastati a migliaia tra il colle e il bastione ferroviario, hanno vinto i superstiti, i feriti, i congelati, i muli trascinati di corsa, i pezzi spinti a braccia, la massa di armati e di inermi che s’è gettata disperatamente in quel tragico tramonto, urlante e gemente sulle invincibili posizioni russe e le ha sommerse. Ma ha vinto soprattutto il generale che ha ideato e guidato questo epico e disperato groviglio di uomini e di cose che nessuna penna saprà mai descrivere”. L’amore che gli alpini dimostrarono sempre verso Reverberi rappresentò senza alcun dubbio la ricompensa più bella. E fu in qualche modo l’unico sollievo e l’unica cura per il dolore e il senso di colpa che il Generale si portava dentro. Solo lui sapeva. Con questo peso tornò dalla Russia e si dedicò all’Associazione, stretto intorno ai suoi alpini. Reverberi, infaticabile e impavido. Energico, schietto e severo Comandante. Indole allegra la sua che la vita, meglio la guerra, aveva cambiato: i suoi occhi cerchiati di malinconia, impressi sulle fotografie che lo ritraggono a Edolo durante una cerimonia ufficiale il giorno prima di morire, non lasciano dubbio. Migliaia dei suoi ragazzi erano rimasti laggiù: migliaia di passi impressi nella neve si erano interrotti per sempre. Non avrebbero più fatto ritorno. Questa immagine come la ripetuta melodia di un disco rotto aleggiava in lui, ancora e ancora. Era la sua nuova Russia. Una Russia che egli taceva, incapace di condividere. Non scrisse mai nulla sulle vicende che lo videro protagonista. Forse semplicemente non ne ebbe il tempo. Solo qualche lettera alla famiglia durante la prigionia. È in queste righe che traspare lo stato d’animo del detenuto, costretto lontano dai propri cari: “So che i miei stanno bene, che mi aspettano e che il mio Bruno si prepara a superare lo scoglio non lieve della licenza liceale. Ho pensato di scrivere qualcosa in questo periodo per portarlo poi a mio figlio il giorno del mio rientro in Italia, ma i pensieri sono così dominati da una nota di malinconia, che ho deciso di rimetterlo a dopo, quando, nella quiete ritrovata del mio spirito e nella serenità della mia casa, dovrò rioccupare il tempo che una volta dedicavo con tanto entusiasmo e tanta passione ai miei soldati’. Continua: “Questi mesi di dolori, dopo la grande tragedia, hanno fortemente inciso sia sul fisico, sia sul morale. Non basta più la primavera per risollevarmi… nel mio cuore persiste il freddo inverno, il gelo e il grigiore, tutto sembra dimenticato… non verrà il giorno nel quale debba scriversi la parola fine a questa inaudita tragedia che insanguina e distrugge il mondo?”. Il destino talvolta è beffardo e riserva una morte misera a uomini dal vissuto valoroso. Al generale Luigi Reverberi accadde così: morì a sessantuno anni, il 21 giugno, giorno del suo onomastico. Domenica 20 era a Edolo all’inaugurazione del monumento all’alpino; nel paesino della Valcamonica, sotto la Cima Adami e il Monte Aviolo, c’erano tutti i “suoi”: Bonaldi, Valsecchi, il generale Lazzaro de Castiglioni, gli alpini bresciani e quelli camuni, le penne nere dell’Edolo. Della sua vita con le stellette lasciò pochi ricordi: qualche fotografia, una immagine che lo ritrae sorridente insieme a don Gnocchi sul treno diretto in Russia, nell’estate del 1942.

    E una Bibbia che il Beato regalò al suo Generale dopo la guerra. Reverberi e don CARLO GNOCCHI rimasero sempre legati. Il cappellano alpino, l’imprenditore che trasformò l’operosità e l’ingegno delle genti lombarde in generoso, caparbio, instancabile slancio verso i bisognosi. Il santo con la penna, un esempio di come la grazia possa entrare in chiunque sia disposto ad accoglierla e a tradurla in semplici gesti quotidiani di carità e amore. Don Carlo Gnocchi fu oltre a tutto questo, forse il più profondo conoscitore degli alpini: aveva condiviso con loro i giorni di guerra e, una volta a baita, li aveva ritrovati uniti nell’Associazione. Le sue doti spirituali gli concessero di apprezzare l’essenza del loro animo, “gli alpini non dicono nulla. Marciano, lavorano e tacciono. Quasi ostinatamente. Non chiedono nulla. Anche l’eroico è per loro normale. Lo straordinario è ordinario”. Il giorno prima di morire, don Carlo Gnocchi ricevette la visita di Giuseppe Novello che nell’andarsene, fece con la mano un cenno accompagnato da queste parole: «Don Carlo, tutti gli alpini anche quelli che non sanno pregare, pregano per te». Parole che ogni alpino avrebbe sottoscritto. Lo conobbero e lo amarono fin dall’Albania quando partì volontario come cappellano della Julia per portare Dio in guerra. Tra morte e disperazione, don Carlo pregava, celebrava la Messa, poi un giorno in Russia una voce lo chiamò. Era un uomo, prossimo a Dio: «Il mio bambino… Lo raccomando a lei, signor cappellano». «Stai tranquillo, ci penserò io». Fu il seme di quella promessa che silenzioso cominciò a crescere nel cuore di don Carlo, fino a diventare suo granitico intendimento: darsi agli altri, a ogni uomo percosso dalla sofferenza. Agli orfani, ai bambini segnati per sempre dalla guerra. Quel seme sbocciò e divenne la Fondazione Pro Juventute per minori e invalidi di guerra, oggi Fondazione don Carlo Gnocchi. Questa fu la sua vita. Una manciata di anni dopo che la straordinaria macchina si mise a girare, il 28 febbraio 1956, don Carlo morì d’un male incurabile. Ma non fu una partenza. I grandi uomini, coloro che hanno lasciato un ricordo di bene negli altri, sono sempre con noi.