La Guida nel Ventennio

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    “La vedevamo questa cima, erta sopra di noi, con i suoi denti aguzzi e con i suoi terrazzi di roccia, quasi inaccessibile al piede umano. L’impresa sembrava follia: se difficile poteva sembrare la semplice scalata, pazzesco pareva il conquistarla sotto il fuoco nemico”. Era la fine di agosto del 1916. ANGELO MANARESI narrò con queste parole la presa del Monte Cauriol, presa a cui partecipò come tenente alpino della 65ª compagnia del battaglione Feltre e per la quale venne decorato con una Medaglia di Bronzo. Seguì una Croce di Guerra al Valor Militare nel 1917 nella zona di Rovereto e un altro Bronzo sul Monte Grappa nel 1918. Poi la guerra finì e Manaresi fece ritorno nella sua Bologna dove era nato il 9 luglio 1890. Non compare nelle vicende legate al battesimo dell’Ana né negli anni subito successivi alla costituzione perché impegnato a Bologna tra le file dell’Associazione Nazionale Combattenti. Occorre attendere l’avvento del Fascismo che lo vedrà gerarca con incarichi di medio livello e protagonista indiscusso all’interno dell’Associazione: il 10 giugno 1928 l’allora Presidente Ernesto Robustelli ricevette l’ordine di consegna dell’Ana a Manaresi, nominato commissario straordinario con decreto prefettizio. Da quel momento fu, la sua, una carriera lunga che durò fino alla fine della guerra. La fascistizzazione dell’Associazione sembrò un processo a cui Manaresi certo non si oppose, tuttavia leggendo le carte e il giornale L’Alpino, osservando le fotografie e i filmati d’epoca, è palese come se da un lato la dirigenza favorisse e appoggiasse un processo di militarizzazione associativa, dall’altro si dimostrasse indulgente verso chi non si atteneva alle disposizioni della Sede centrale.

    Era d’obbligo indossare la camicia nera, rispondere al saluto romano, inquadrarsi e marciare con espressione rispettosa e marziale eppure alle Adunate e ai raduni sfilavano alpini in abiti borghesi, con grandi batuffoli verdi al collo i cui volti si aprivano in larghi sorrisi verso donne e bambini. Se nella forma e nella sostanza le ingerenze del fascismo vennero accolte e metabolizzate fino a trasformare l’Ana in un organo del regime e Manaresi in un fedele discepolo, al contrario molti aspetti rimasero ingovernabili, si pensi all’ossessione del tanto agognato traguardo dei 100mila iscritti che si raggiunse solo nel dopoguerra o alle disposizioni che prevedevano il fascio negli emblemi associativi e che tanti Gruppi disattesero. Il suo ruolo di primo piano palesemente allineato e lusinghiero verso il regime distraeva una realtà per certi versi ingovernabile, fuori controllo, perché capillare e per nulla monolitica. Ne è prova l’affetto che gli alpini gli tributarono nel dopoguerra, quando rientrò nei ranghi della Sezione Bolognese Romagnola. Dagli anni Cinquanta collaboratore de L’Alpino, partecipò alle Adunate e alle cerimonie di provincia e di città, sempre bene accolto, esaltò nei suoi discorsi applauditissimi il sentimento di fratellanza, l’amore alla famiglia, la dedizione alla Patria; in un raduno vicino Modena ricordò “le gesta degli alpini in tutte le guerre” e chiuse “con un appello alla concordia di tutti gli italiani senza distinzione di idee e di tendenze unicamente per il bene della Patria”. Alla sua scomparsa avvenuta il 6 aprile 1965, il Presidente Ugo Merlini nella relazione morale del 6 marzo 1966, suo primo anno di mandato, lo descrisse con queste parole: “Notissima figura di alpino che per tanti anni è stato il ‘Comandante’ – allora si diceva così – del 10º Reggimento Alpini, cioè dell’A.N.A., mantenendola in vita senza eccessive interferenze politiche”. Ma è L’Alpino, alla sua morte, a tracciarne la figura e a chiudere la questione. “La famiglia degli Alpini lo saluta reverente e riconoscente, fiera ed orgogliosa di averlo annoverato per tanti anni fra i suoi più fedeli membri. Ma la più ristretta famiglia degli Alpini emiliani che lo hanno più assiduamente avvicinato, più intimamente conosciuto, apprezzato ed amato, vuole ricordarlo agli Alpini di tutta Italia più particolarmente per le qualità morali e spirituali che furono la caratteristica peculiare della sua figura di ‘Uomo Alpino’ dedicato alle attività pacifiche. È questo ‘Manaresi’ che gli Alpini emiliani vogliono oggi ricordare, questo loro amatissimo fratello al quale guardano come ad un modello, ad un esempio di fedeltà assoluta e consapevole alla Associazione, ad un esempio di solidarietà fraterna e generosa, rivolta ad ogni singolo componente di essa”. Ed è a lui che gli alpini della Bolognese-Romagnola hanno intitolato la Sezione.