Storia d’altri tempi

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    La foto di copertina del numero di novembre con gli alpini genovesi all’Adunata di Roma del 1929 mi ha portato alla mente un lontano ricordo. Non di genovesi, non mio personale, ma di una vicenda che segnarono alpini miei paesani nei giorni di quell’Adunata. Nel 1929 il gruppo alpini di Coggiola era stato costituito da appena un paio d’anni e stava sotto la Sezione di Biella (oggi è della Valsesiana). Alpini della Grande Guerra, forti nel fisico e nei cuori, che segnarono da quell’anno l’inizio delle partecipazioni alle Adunate nazionali.

    “Dodici alpini che tornarono al paese entusiasti delle bellezze vedute e profondamente ammirati dalle autorità ossequiate” attesta il bollettino parrocchiale del paese del maggio 1929. Sugli entusiasmi per le bellezze di Roma pare inutile disquisire. Sull’ammirati dalle autorità crediamo vedervi ragione… C’è però da ritornare indietro di qualche mese. Coggiola era allora grande centro laniero, che nel ’15/’18 produsse migliaia e migliaia di metri di tessuto grigioverde, ma che pure conservava la più antica economia della montagna, in un connubio tra uomo, stagioni, territorio e animali. Anche selvatici.

    Un’immagine rimane a deporre l’alpigiano Giovanni Vercella-Baglion, con i compagni Albino Vercella-Baglione e Angelo Angelino-Giorzet, che si fecero ritrarre in abito da festa con un’aquila catturata sulla montagna. Era stata un’avventura la loro, capitata qualche giorno prima, consegnata alla cronaca dei giornali locali con dovizia di particolari e ripresa nientemeno che sull’ultima pagina della popolarissima Domenica del Corriere con epica di altri tempi: “In un paesino delle Alpi piemontesi alcuni montanari catturano una splendida aquila reale che negli ultimi tempi era diventata il terrore dei pastori ai quali uccideva gli agnelli. Il rapace venne attirato in una tagliola, ma data la sua forza riesce ugualmente a sollevarsi in aria. Un montanaro lo costringe ad atterrare nuovamente afferrando la catena del marchingegno, mentre un amico lo imprigiona in una gerla”.

    Proibitivo pensare al giorno d’oggi ad una simile cattura, così come darne propaganda sulla stampa, ma anche impossibili queste successive vicende. Sul giornale Il Biellese di martedì 9 aprile è la cronaca delle fasi della partenza del numeroso gruppo di penne nere dal centro piemontese per l’Adunata a Roma: “Verso le quattordici e mezzo il Battaglione è quasi in linea di marcia. Ma manca ancora il gruppo di Coggiola, quello che reca l’aquila viva, il dono che Biella offrirà in omaggio all’Ispettore delle Truppe Alpine S.E. il Generale Zoppi.

    La fanfara – poiché la Sezione biellese dell’Ana è riuscita mettere assieme una fragorosa fanfara di una quarantina di strumenti – rende più brevi le attese. Finalmente i coggiolesi arrivano e dalla palestra Pietro Micca di via Ricovero dove è stato fatto l’ammassamento il Battaglione si muove. Poiché Biella ha mandato un battaglione dei suoi figli. Apre la colonna, che passa cantando le canzoni alpine per Biella, il cartello della Sezione di Biella e segue la numerosa fanfara. Dietro vengono la bandiera dei Combattenti, che fiancheggia il gagliardetto dell’Ana, il Comando di Battaglione, la bella aquila reale torva e inquieta, imprigionata in una gabbia di rete metallica, portata a spalla dall’alpino che l’ha catturata il signor Vercella di Coggiola”.

    Le fasi del raduno le lasciamo all’immaginazione di ogni alpino che ha dato vita con la propria passione alla novantina di seguenti Adunate. Conosciamo invece quelle del commiato. Dallo stesso giornale: “Ora gli alpini biellesi sono di ritorno. A Roma, come ieri mattina vollero gentilmente telegrafare al nostro giornale. ‘Aquila et aquilotti biellesi accolti simpatia cittadinanza romana rendono omaggio Quintino Sella et auspice colonia biellese in Roma ricevuti saloni Circolo Artisti battono passo scarpone vie Capitale rendendo devoto omaggio Pontefice Re et Duce’.

    A Roma hanno portato con loro la scolta di una santa invisibile legione alla cui testa era l’Eroe del Pasubio e dei Solaroli, l’Alpino Tenente Mario Cucco”. E non ci togliamo il gusto di sapere come volse in quei giorni nell’Urbe l’avventura del rapace. Da Il Popolo Biellese, 11 Aprile 1929: “L’aquila catturata dal bravo scarpone coggiolese si ebbe, al pari delle venticinquemila ‘Fiamme Verdi’ d’Italia tutti gli onori del trionfo. Debitamente ingabbiata e portata come un trofeo a spalla, a mo’ di gerla, dal suo legittimo proprietario, conobbe il tripudio della folla che, al suo apparire, la salutava, col braccio romanamente teso.

    Dopo aver docilmente presenziato a tutte le cerimonie ufficiali e preso parte alle mille e una peregrinazione, su e giù per Roma, in compagnia degli scarponi simili ad essa in valore e audacia; dopo aver fatto la sua trionfale comparsa al ‘Dreher’ e alla ‘Scrofa’ e starnazzato di gioia negli ambienti più aristocratici dell’Urbe: dal ‘Pastellinaro’ a ‘Gigi il Gobbo’, dal ‘Circolo degli Artisti’ al ‘Faraglia’, l’aquilotto venne lasciato nel garage dell’on. Manaresi, il quale ne fece dono al generale Zoppi, conformemente al desiderio espresso dal catturatore, il bravo scarpone da Coggiola…”.

    Nulla di eccezionale. Dalle parti di piazza Esedra si potrebbe forse recitare «so’ ricordi d’un tempo che nun c’è più…».

    Tiziano Bozio Madè