Scritti… con la divisa

    0
    22

    Questa volta gli “scritti” ci portano indietro nel tempo, siamo negli anni della Grande Guerra. Sono appunti con nomi, azioni e situazioni di Luigi Rossi, classe 1886, e Giacomo Calderini, classe 1890. Luigi, friuliano, era nato a Interneppo, frazione di Bordano, paese sovrastato dal Monte Festa, dal cui cucuzzolo si scorge l’intera valle del Tagliamento con i suoi numerosi resti di caserme e fortini, costruiti e utilizzati durante la guerra ’15/’18. Giacomo, piemontese, invece era originario di Colla, un pugno di case ora abbandonate, nel piccolo comune di Cravagliana, “caput vallis” secondo la storia locale della vallata del Mastallone, tributario della Valsesia. L’alpino Rossi, dopo il servizio di leva nel battaglione Gemona (dal 21 ottobre 1906 al 12 settembre 1909), venne richiamato alle armi nell’agosto 1911 ma era all’estero per lavoro; rientrato in Italia rivestì la divisa per un corso d’istruzione nei mesi di febbraio e marzo 1914; il 14 agosto 1915, a guerra già iniziata, fu di nuovo richiamato ed aggregato al 4º Alpini Val d’Orco e inviato sul fronte Monte Nero-Vodil. Questo settore fu teatro di sanguinosi combattimenti di cui sono visibili ancora le tracce, ma le truppe italiane non riuscirono a conquistarne il crinale, trincerandosi perciò a breve distanza. Nel novembre 1915 Luigi era in prima linea: «Il giorno 18 verso sera ecco di nuovo un perfido ordine di cambiare posizione e portarsi in un posto ancora più terribile che si chiamava il Vodil. […] Verso le 9 di sera arrivo al posto. La posizione era tutta rivesiata (rovesciata, sconvolta, n.d.r.) dai colpi di cannone, ci stava un po’ di bosco tutto straziato, le trincee erano formate a buchi sotto i sassi che (ci) stava solo che uno per buco. Io appena arrivato, essendo buio di notte, mi fruii (usufruii) subito d’un buco, la quale sulla porta di questo buco trovo due gambe che m’impedivano di ficcarmi dentro. Io dicendo: “Fammi posto, tirati in disparte un po’”. E nulla risponde, dovetti passare sopra, il buco era strettissimo che si poteva stare altro che distesi, non potendo neppure girarmi, somigliavo sepolto vivo. Di fuori nel buio non si poteva stare perché le pallottole tempestavano della mitraglia nemica, il tempo era molto piovoso, le cannonate stravolgevano diversi buchi, così io tutto stanco mindormento (mi addormento), facendo sonno di qualche ora. Ad un tratto mi sveglio sentendo che i vermi di terra grossi e lunghi pascolavano sulla faccia e dicendo. “Dio mio sono sepolto vivo”, mandando un pensiero a moglie e figli dicendo: “Cosa direbbe la mia famiglia se mi vedono?” Finalmente (il) giorno arrivò e vidi fuori del buco le due gambe che m’impedivano l’entrata la sera prima: che cosa era? Era un povero alpino sepolto fra i sassi e la terra che si vedeva altro che le gambe, che era morto da lungo tempo. In quel buco stetti due giorni senza uscire altro che a prendermi il pane, i miei di bisogni dovetti fare tutto lì, la mia faccia aveva colore di cadavere e terra. Il giorno 20 mattina fortunatamente arrivò il cambio, il mio cuore si fu messo in tranquillità, sperando sempre un meglio avvenire». Come annota chi ci ha mandato la documentazione, “dallo scritto emerge disagio, non rancore o rivalsa verso i comandanti poco attenti alle esigenze umane dei militari”, ma erano altri tempi e altri uomini. L’alpino Calderini alla Grande Guerra ci arrivò in ritardo, nella primavera del 1916, poiché alla visita di leva era stato giudicato non idoneo al servizio per scapole alate, ma poco dopo divenne abile per esigenze belliche. Visse le esperienze di guerra inquadrato nel 2º reggimento alpini, battaglione Monte Argentera, 117ª compagnia. Ad ogni battaglione di fanteria, quindi anche nei reparti alpini, era assegnata una compagnia di mitraglieri, anche loro con la penna nera. Nel giugno 1916 la sua Compagnia stava compiendo azioni tattiche per imparare a usare l’arma. Tornando da un’esercitazione sul Monte Zeda, un balcone sospeso tra la Val Grande e il Lago Maggiore, si erano messi a cantare mentre attraversavano un piccolo paese quando, scrisse, apparve sulla porta di un casolare una vecchietta che chiese di smettere: «Abbiamo ricevuto ieri mattina la notizia che mio figlio è morto al fronte e sua moglie continua a piangere e la bambina piange perché vede piangere la mamma». Allora: «Il capitano, ordinò il silenzio, fece schierare la Compagnia e fece fare il presentat’arm […] Poi ritornammo in caserma e non vi fu per tutto quel giorno un canto né il rumore di un gioco». Il 4 dicembre 1917 l’alpino Giacomo era sulle Melette di Gallio, più precisamente nelle trincee del Monte Fior, parte settentrionale dell’Altopiano di Asiago, che fu al centro delle battaglie cosiddette di “arresto”: la prima fu combattuta nel giugno 1916 e la seconda, dopo lo sfondamento di Caporetto, nel novembre-dicembre 1917. La 117ª compagnia mitraglieri ci arrivò il 4 dicembre dopo una lunga serie di combattimenti che erano già costati tante vite e fatiche, oltre che tanta fame. Quel giorno, sulle postazioni della 117ª, arrivò di tutto. A distanza di ore, nella notte, Giacomo si rianimò, sepolto da macerie, neve e dai corpi dei suoi compagni morti; allora si rese conto, sentendo parlare una lingua straniera, che le truppe nemiche avevano conquistato le trincee italiane. Aspettò immobile sino all’alba e nella convinzione che comunque sarebbe morto per fame e freddo, alle prime luci del giorno, si alzò e iniziò a correre tra gli “alt!” e i colpi di fucile che lo seguirono lungo la discesa, ma scampò. I suoi cari ebbero sue notizie solo dopo il 4 maggio 1919 leggendo la cartolina indirizzata alla mamma e alla sorella Emilia: «Io sto bene, tanto bene, e starò ancor meglio quando sarò a casa con voi». Per lui anche il congedo avvenne in ritardo, poiché dopo l’armistizio la sua compagnia fu inviata in Austria alla ricerca di dispersi. I nipoti ricordano che quando gli domandavano: «Nonno, ma tu quanti ne hai uccisi?», dopo attimi di silenzio rispondeva: «Vorrei poter dire nessuno». Poi: «…ma della guerra ti è rimasto anche qualche bel ricordo?». «I periodi di tregua quando la sera, dalle rispettive trincee, si usciva per parlare e cantare insieme, italiani e austriaci».

    A cura di Luigi Furia

    N.B.: Gli scritti sono originali, con la sola correzione delle doppie e l’aggiunta della punteggiatura, pressoché assente.