Scritti… con la divisa

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    Questa volta ho tra le mani dodici lettere dell’alpino Ugo Piccinini di Barisciano, comune abruzzese a circa 18 km da L’Aquila. Dopo aver conseguito il diploma, nel novembre 1940 entra nella Regia Accademia Militare di Modena dalla quale esce con il grado di sottotenente, assegnato all’8º reggimento alpini e poi al battaglione Vicenza del 9º reggimento della Julia, nel luglio 1942 parte per il fronte russo come comandante di plotone. Il Corpo d’Armata Alpino, prima destinato alla zona montuosa del Caucaso, ad agosto deve invertire la marcia per attestarsi sul Don. È da qui che il 6 novembre scrive ai suoi genitori: “Cari genitori, dopo qualche giorno vengo nuovamente a scrivervi […].

    La temperatura è andata improvvisamente peggiorando. Ieri sera c’era qualcosa come neve mista a pioggia e un vento tremendo; adesso sta facendo la neve ma non è tanto freddo. In salute la va ottimamente. Nel mondo civile, cosa si fa? Qui nulla o quasi sappiamo”. Il gelo dell’inverno russo comincia a farsi sentire e in calce alla lettera aggiunge: “Mandatemi un paio di guanti con pelo n. 9 possibilmente buoni”. Ugo ha una sorella, Zelinda, sposata con due figlie, Vittoria e Renata. La prima ha scritto allo zio che il 17 novembre 1942, risponde: “Cara piccola Vittoria, ho ricevuto proprio in questo momento la tua cara letterina. Ho letto la tua poesia che l’insegnerò ai miei alpini che sono buoni come i bambini e ad essi dirò che è stata la piccola Vittoria che l’ha mandata fin qui. Saranno contenti anch’essi e forse qualcuno penserà ad un’altra piccola Vittoria lasciata con la mamma in Italia e che attende il suo ritorno.

    Tu forse non potrai capire tutto ciò ma è bello e commovente vedere quei visi che pur non temendo la neve, il freddo, la pioggia, il nemico, la morte, tremano di commozione quando parlano del loro bambino di cui hanno sempre vicino la foto. Dimmi Vittoria, ricordi qualche volta lo zio Ugo che è tanto tanto lontano? Ogni volta che vedi piangere la nonna dille che zio Ugo sta bene e che tornerà, vedrai che lei non piangerà più”. Il 19 dicembre 1942 conforta la sorella: “Cara Zelinda, ho ricevuto ieri sera la tua che mi ha fatto molto piacere. Dunque ti meraviglia la calma con cui scrivo; e dimmi perché dovrei essere nervoso, perché dimostrare di essere stanco quando sono più forte che mai, perché mostrarmi malato, se sto benissimo. Fa freddo è vero, siamo quasi sempre sui 30 gradi (sottozero), ma non me ne accorgo, o quasi, a causa del mio fisico abituato a tutto. In questi due o tre ultimi giorni non avevo dormito che tre o quattro ore in tutto; stanotte ne ho dormite 8 e ora sono a posto […].

    Una cosa voglio dirti piuttosto; sono state riaperte le spedizioni dei pacchi fa che la mamma abbia il tuo consiglio e il tuo aiuto nel confezionarli così è più sicuro di rivederli. Scrivi più spesso”. Pochi giorni dopo, ad un’altra sua nipote, descrive i suoi alpini: “Fedora cara è bello essere in mezzo a questi meravigliosi soldati, in mezzo a questi alpini dalle ruvide barbe. Fra essi vi sono babbi e giovani imberbi, ma tutti con gli stessi sentimenti nell’animo, tutti fratelli nella fatica e nel pericolo. Non si può fare a meno di non ammirarli quando, ad esempio, in una notte buia, con la neve e vento essi sono lì sulla sponda del fiume, vigili vedette del loro onore, della loro gloria, della loro vita”. Nel giorno stesso chiede aiuti alla mamma: “Cara mamma, quattro mesi fa, su questo stesso giorno stavo lasciando l’Italia per la Russia”.

    Dopo averla rassicurata che “la pallottola destinata a me, non è stata ancora fabbricata”, le fa presente la necessità che gli inviino dei pacchi: “Probabilmente fra non molto si riapriranno le spedizioni. Vi scrivo per ciò che generalmente mi serve: matite, gomma, block notes, inchiostro, cerini, francobolli da 50 non aerei, miele che uso come zucchero per farmi il caffè di notte, petrolio per la lanterna, qualche sigaretta italiana, sapone da barba, lamette. Tutto ciò lo spedirete in pacchi successivi, tanto anche se voi spedirete pacchi tutti i giorni, io ne ricevo uno ogni settimana neppure. Non temete che tardano, ma arrivano sempre. Approfittate quando si riapriranno, perché poi fermeranno nuovamente le spedizioni per il gran numero di pacchi che vengono spediti dall’Italia”.

    Purtroppo le famiglie dovevano sopperire anche a necessità primarie per gli alpini mandati in Russia. La lettera più drammatica Ugo la stila il giorno di Natale del 1942: “Carissimi genitori, è Natale e forse a quest’ora voi siete a messa a pregare per me. Volevo scrivervi nei giorni passati ma mi è stato impossibile farlo. Forse a quest’ora dovrei essere al creatore”. Dopo aver descritto parte dello scontro armato con reparti russi, continua: “Verso mezzogiorno venivo ferito da una scheggia di mortaio al ginocchio destro. Non me ne accorsi nemmeno, anche perché non era cosa grave. Correvo di qua e di là perché tutti i miei alpini avessero una parola buona, un consiglio, un ordine. Intanto le file dei miei si diradavano sempre più. Per necessità di cose, m’ero trovato a comandare tutta la compagnia (200 uomini) e non era facile.

    Avevo perso parte dei miei ufficiali, uno morto e gli altri feriti, ed eravamo rimasti solo in due. Alle due e mezzo stavamo ancora lottando quando, in un momento in cui mi ero gettato a terra perché mi fischiavano pallottole da ogni parte, vengo ferito una seconda volta da schegge sempre di mortaio sopra le sopracciglia e al braccio sinistro; un’altra mi passava, non so come, sotto la pancia, strappandomi solo la giacca. Erano vicini a me due alpini che mi aiutarono a fasciarmi la testa e poi, essendo ferite non gravi, continuai a star lì fino alla fine. Molti miei uomini alla sera mancavano all’appello. Ora son qui in un nostro magazzino perché ho rifiutato di andare all’ospedale non ritenendolo necessario. Rimarrò qui 4 o 5 giorni e poi tornerò in linea fra i miei alpini che mi aspettano e che piangendo mi salutarono ieri sera quando li lasciai”.

    Quattro giorni dopo, il 29 dicembre 1942, verga l’ultima lettera: “Cari genitori, non preoccupatevi, sto bene. In salute la va ottimamente; le ferite di cui alla lettera del 25 si stanno rapidamente risanando, tanto che fra qualche ora raggiungerò la linea. Volevano mandarmi all’ospedale o almeno indietro ma non ho voluto, non ritenendolo necessario […]. Vi bacio! Ugo”. Il giorno dopo, 30 dicembre 1942, sul fronte russo, al Quadrivio di Selenyj Jar, il sottotenente Ugo Piccinini “accortosi che le posizioni difensive di un reparto contiguo stavano per essere travolte, raccolti intorno a sé i pochi superstiti […] balzava al contrassalto […] colpito da una raffica di mitragliatrice non desisteva dall’impari lotta finché travolto scompariva nella mischia”, questo è quanto si legge nella motivazione del conferimento della Medaglia d’oro al Valor Militare conferita alla memoria. Gli alpini di Barisciano gli hanno poi intitolato il Gruppo e, il Comune, l’edificio scolastico del paese. Le lettere di questo eroico alpino rimarcano il suo essere soldato. Lasciate le nevi del Gran Sasso, sorgenti di vita, si trova tra le nevi della Russia, sudario di morte, eppure non si lamenta, non impreca, non maledice, non odia chi combatte.

    È un soldato, è stato comandato, deve fare il suo dovere. Anche lui si chiede cosa ci faccia lì, che senso ha esserci, per chi, per che cosa. È così che si rende grande l’Italia? Domande, domande, ma alla fine bisogna obbedire. Poi ci sono i suoi alpini, quelli del suo plotone, tanti padri di famiglia, umili e semplici, che gli chiedono aiuto per capire tutto questo e per scrivere, gli chiedono pure conforto, gli raccontano del paese, della moglie e dei figli. Si sente padre di soldati più grandi di lui, allora si sente gravato di un grande peso e quando la situazione si fa tragica gli viene in mente il detto latino mors sua, vita mea che lui applica al contrario: mors mea, vita sua. Ecco che allora non accetta di essere inviato nelle retrovie, quando è ferito e sofferente, vuol salvare i suoi alpini e combatte con loro e per loro, fino alla fine.

    a cura di Luigi Furia