L’alpino “Brusafer”

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    “Vittorio Piotti è nato a Lavone di Pezzaze (Brescia) il 5 marzo 1935. Per seguire le orme paterne si diploma ragioniere (1956) pur sapendo di non scegliere la strada giusta. Chiamato alle armi (1957) presta servizio come ufficiale degli alpini prima, dei paracadutisti poi, (continuerà, accettando successivi richiami, la carriera degli ufficiali di complemento fino al grado attuale di maggiore paracadutista degli alpini).

    Il «richiamo della foresta» ossia l’affiorare delle indubbie radici di alpigiano-guerriero delle genti trumpline si rivelano in lui anche come passione per gli spazi liberi ed aperti dei cieli e delle montagne per cui una ricerca di identità e di affermazione su se stesso, dopo aver lasciato il monotono mondo delle scartoffie e dell’impiego contabile, su di un pezzo di terra valtrumplina (quasi un’alpe) costruisce un castello di sogni vivendo la vita del contadino di montagna con il lavoro del bosco e del pascolo e quella pericolosa ed esaltante dell’alpinista e del paracadutista.

    Istruttore alla Scuola nazionale di alpinismo del Club Alpino bresciano, sestogradista, sciatore e scialpinista, consegue il brevetto di pilota civile di 1° grado e via via quello di paracadutista sportivo fino alla caduta libera (1965). La riscoperta di un’antica amicizia (1967) con un noto artista bresciano lo mette bruscamente a contatto con l’arte. Ne viene completamente travolto e, dopo un primo inizio a Venezia, conclude gli studi artistici a Carrara, conseguendo la maturità artistica (1967). Il successivo fortunato incontro con un validissimo critico bresciano, gli fa poi scoprire definitivamente le sue possibilità artistiche e imboccare una strada sulla quale camminerà tutta la vita.

    Il Piotti opererà con chiodi e lamiere di ferro, martello e fiamma ossidrica, per dare forma a un mondo popolato di uomini, animali e vegetali, inserendosi in tal modo nella grande tradizione valtrumplina dei ferraioli, che hanno assunto il valore simbolico della lavorazione del nobile e duro metallo. Ha saputo imprimere spettacolari forme alle sue immagini, rappresentando vicende cittadine, fauna domestica e selvaggia e leggende alpine, dimostrando con la sua genuinità e semplicità il senso di spiritualità di uomo e artista, e con la sua maestria la padronanza e la capacità interpretativa di saper piegare il duro ferro alle forme più delicate di un fiore di prato”.

    È così che Arturo Vita descrive Piotti in un articolo pubblicato su L’Alpino del giugno 1991. L’appellativo di “Brusafer”, il cui significato è “brucia ferro” nel dialetto bresciano, fu attribuito dai suoi concittadini allo scultore Vittorio Piotti (1935-2000) e spiega chiaramente la passione dell’artista per il ferro e la sua appartenenza al Corpo degli alpini. Le opere di Vittorio Piotti si trovano in tutto il mondo, nei grandi centri come nelle valli. Persino tra gli Appennini molisani, sul Monte Marrone, dove ogni anno, davanti alla monumentale opera del “Brusafer” alpino, si ricordano i fatti d’arme del battaglione Piemonte nella primavera del 1944 e la Liberazione.

    Piotti dedicò il suo estro artistico anche al Corpo degli alpini, realizzando importanti monumenti nazionali come a Lavone di Pezzaze, suo paese di nascita, a Scapoli-Molise e ad Augsburg- Germania; opere di minori dimensioni, come la scultura conservata presso il museo Le Miniere di Pezzaze nella sezione “Il mondo dei minatori e l’Arte del Ferro” e infine le targhe commemorative, di cui è esemplare quella realizzata per la Scuola Nikolajewka a Brescia nel 1983. Anche molti paesi del Friuli dopo il terremoto del 1976, nella fase della ricostruzione, hanno avuto in dono diversi suoi monumenti a ricordo. E qui, sul Monte Marrone, nella frazione di Rocchetta, a Castelnuovo al Volturno, si può ammirare uno spettacolare gruppo scultoreo, monumento nazionale ai Caduti, con a dedica: “Agli eroi del corpo italiano di liberazione nato a Monte Marrone nella primavera del 1944. L’Italia democratica 22.06.1975”.

    Si tratta di un gruppo scultoreo costituito da tre imponenti elementi: a sinistra si ergono tre esili croci in ferro di differente altezza piantate tra rocce appenniniche; al centro 19 cubi di cemento posti in ordine crescente e recanti ciascuno una scritta rossa con i nomi delle Regioni italiane e infine, in primo piano, la spettacolare scultura in ferro raffigurante un’aquila con le ali semi spiegate. Sorprende il ritratto del rapace eseguito nell’atto dinamicostatico dell’atterraggio, trovandosi con gli artigli ben saldi sulla terra e il becco già diretto in basso a rovistare un’immaginaria preda.

    Simbolo inequivocabile della resurrezione cristiana, l’aquila rappresenta qui anche un segno di riconoscimento all’eroismo dei nostri alpini e dei soldati italiani legato ai fatti d’arme della primavera del 1944 che avvennero sul Monte Marrone. Ancora oggi il monumento del “Brusafer” è il luogo prediletto per ricordare il giorno della Liberazione nazionale in un tripudio di colori, bandiere e cappelli alpini.