Scritti… con la divisa

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    Con le seguenti lettere torniamo in Russia. Ci scrive l’alpino Armando Lasta di Busca (Cuneo), ricordando lo zio Giovenale Racca (classe 1918), fratello della mamma, che cadde in Russia nel gennaio 1943, dopo aver combattuto in Albania e Grecia. Dello zio ha le lettere inviate alla sorella, sempre con un pensiero affettuoso anche per il “nipote Armando” che allora aveva quattro anni. Siamo nell’autunno del 1942 quando l’8ª Armata, guidata dal generale Italo Gariboldi, è schierata sulla riva del Don con circa 230mila uomini, di cui 150mila in prima linea. Nale, come si firma nelle lettere, è sul fronte del Don, è un caporal maggiore del 2º Alpini della Cuneense.

    In data 14 ottobre 1942 scrive alla sorella Giuseppina: “Mi fa molto piacere sentirvi tutti bene, come pure posso dirvi di me al presente”. Con lei si confida e si lamenta perché non riceve posta dalla casa paterna: “Ho ricevuto una volta sola, certo che però sono molto comodi, ma non fa niente io scrivo poco anche a loro e così siamo pari”. E spiega: “Dove mi trovo, credo già lo saprete già dai giornali, mi trovo sul Don quel grande fiume, noi siamo dalla parte di qua ed i russi sono dalla parte di là, perciò c’è l’acqua che ci divide, l’altra settimana loro hanno tentato di attraversare, ma hanno preso ciò che gli spettava […] se ne ricorderanno per un bel po’”. Poi scrive di un altro “nemico”: “Qui abbiamo un secondo nemico, quello un po’ più numeroso, cioè i topi che sotto la tenda ce ne sono a migliaia, tutti i giorni bisogna fare delle vittime e poi di notte corrono e passano sopra la faccia. A un mio amico qui gli hanno rosicchiato l’orecchio, per fortuna che sono piccoli altrimenti bisognerebbe uscire noi dalla tenda per fare posto a loro, invece così ci stiamo tutti”. Infine si cimenta con il russo mandando un “dasvidania”, un arrivederci, a tutti i suoi cari.

    Giovenale scrive ancora alla sorella ed al cognato il 2 novembre 1942: “Carissimi, la vostra lettera giuntami stasera mi ha fatto molto piacere, siccome mi dite che mi avete spedito il pacco, vi ringrazio fin da ora di tutto cuore e spero che mi arrivi presto […] Sono contento che abbiate ricevuto il vaglia, oggi ho dato in fureria la terza (decade), cioè altre 414 lire che vi manderanno in questi giorni, questo sarebbe già il terzo che vi faccio, spero che presto riceverete il secondo. Quando li riceverete, fate il piacere di mandarmelo a dire, così io sarò più tranquillo. Se da casa non hanno ancora fatto il pacco, ditegli che mi mandino del tabacco taglio fino e delle sigarette popolari che costano meno e qui per me fanno lo stesso”. Sul fronte del Don non è possibile spendere la decade che viene inviata ai familiari. Ma c’è qualcosa che lui ha saputo da altri paesani, al fronte con lui, e che la sorella gli ha taciuto. Non è cosa da poco, anche se lui dimostra indifferenza: la sua fidanzata del paese si è sposata. “Ora una cosa vi voglio dire: come mai non mi avete mandato a dire che si è sposata Teresa? Avevate forse paura che me la prendessi e che mi trovassi a morire di crepacuore? State certi che non c’è pericolo, ho ben altro da pensare che a prendermela con lei, e poi neanche mi rattrista, siccome io qui sono sempre di buon umore, e poi chi ha preso non ha specialità di sorta, ma si sono accoppiati bene, poverina aveva furia di sposarsi. Io glielo dicevo sempre che fino a trent’anni non mi sarei sposato ma sai lei aveva furia”.

    Poi chiede: “Novità non ve ne sono lì a Verzuolo o a Saluzzo? Qui da noi va molto bene il tempo. Ci accompagna che è una meraviglia, oggi ad esempio ha fatto una giornata che era una meraviglia, sembrava da noi a settembre. La questione è solo che alle quattro di sera è già notte, ma in compenso al mattino alle quattro e mezzo c’è già il sole, io prego che duri ancora un po’ questo bel tempo così l’inverno sarà meno lungo”. Infine domanda del nipote e dei familiari e saluta tutti, forse ha tanti timori, un presentimento, ma non vuole preoccupare i suoi cari e scrive di sogni: “E Armando come va? È bravo o fa capricci? Io molte notti li sogno: lui, Romano, Antonietta. L’altra notte li ho sognati tutti quanti con me a Marene alla casa di Giulia, eravamo nel prato, ero allegro, ma quando mi sono svegliato ero molto arrabbiato, e pensavo: perché non può essere vero?… ma speriamo che verrà quel giorno. Mi raccomando a Pina e Rita di stare tranquille che io sto benone, la salute è ottima, il morale altissimo e spero di tornare presto. […] Tanti baci ai nipotini e tanti saluti e abbracci a voi e Rita e Gigi. State tranquilli che il mangiare non manca qui. Nale”.

    Intanto le cose si complicano, avanza il “generale inverno” e le temperature precipitano; le azioni delle truppe rus- Giovenale Racca (a sinistra) prima della partenza per la Russia. se si fanno sempre più minacciose. Nel settore italiano, i reparti tedeschi in origine schierati con gli italiani sono stati trasferiti altrove. Il 9 gennaio 1943, il nostro Giovenale invia l’ultimo scritto, una cartolina postale: “Carissimi tutti, ricordandovi sempre tutti, v’invio i miei più cari saluti. Da casa non ho ricevuto più niente, fatemi sapere qualcosa. La salute è ottima, spero sia pure di voi tutti, ed Armando come sta? Tanti bacioni da parte mia. Rinnovo saluti cari, vostro Nale. Non state in pensiero per me che sto bene. Ciao”.

    Quel “non state in pensiero per me” rivela che Giovenale qualche preoccupazione l’avesse. Infatti ha inizio il finimondo per lui e per gli alpini. Per alcuni storici la tragedia della Cuneense è da considerarsi come la più grande perdita mai subita da nessuna Divisione o l’insieme di battaglioni nella storia moderna dell’Europa occidentale.

    Alla data dell’11 febbraio 1943, nel punto di raccolta superstiti usciti dalla sacca, l’ufficiale incaricato, capitano Alberto Penzo, trasmette al Comando del Corpo d’Armata Alpino i dati riguardanti i superstiti della divisione alpina Cuneense: il 1º reggimento alpini, in ripiegamento con 5.282 uomini, conta 722 superstiti. Il 2º reggimento alpini, in ripiegamento con 5.229 uomini, conta 208 superstiti. Il 4º reggimento artiglieria, in ripiegamento con 3.616 uomini, conta 379 superstiti. Il IV battaglione Genio, in ripiegamento con 1.240 uomini, conta 139 superstiti. Reparto servizi, in ripiegamento con 1.313 uomini, conta 159 superstiti.

    Al caporal maggiore Giovenale Rocca fu poi conferita al “Croce al Valor Militare” con la seguente motivazione: “Graduato di autoreparto di divisione alpina, incurante di ogni rischio affrontava, alla testa di un gruppo di autieri, l’improvvisa irruzione di forze nemiche nelle retrovie. Nonostante la schiacciante superiorità avversaria, era di esempio ai suoi dipendenti che riuscivano a respingere il nemico. In successiva azione, travolto, scompariva nella mischia. Fronte Russo, 17-25 gennaio 1943”.

    Di lui non si seppe più nulla, cadde nella gelida steppa russa. Nel cuore la sua terra, il suo Verzuolo adagiato tra il verde della Val Varaita.

    A cura di Luigi Furia