Scritti… con la divisa

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    Questa volta seguiamo le vicende belliche dei quattro fratelli Carrara di Amora, frazione di Aviatico (Bergamo), abitato posto a circa 1.000 metri s.l.m. Ci racconta la pronipote, poetessa e scrittrice, Aurora Cantini: “La famiglia Carrara era una classica famiglia contadina di montagna, i genitori e i tredici figli (6 maschi e 7 femmine) abitavano in una grande casa solida nella contrada Amora Bassa, dove le abitazioni sono tutte attaccate le une alle altre, con in mezzo la stradina che porta nei prati lungo il pendio. I ragazzi non conoscevano molto il mondo, scendevano a piedi ad Albino per il mercato e le feste, o nei paesi limitrofi per le fiere, erano abituati a lavorare nei campi, mungere le mucche e coltivare la terra, lavori stagionali, tagliare la legna. Sapevano però leggere, scrivere e far di conto”.

    Questa era una peculiarità degli abitanti delle vallate bergamasche dove vigeva lo “ius patronato”, che prescriveva, tra l’altro, l’obbligo da parte dei parroci di insegnare a “leggere, scrivere e far di conto” ai ragazzi maschi del comune. La loro era una classica famiglia contadina di montagna che abitava in una grande casa di pietra con fienile sotto il tetto, la cucina e la stalla al pianterreno e le camere in mezzo. Già da ragazzi i figli erano abituati a coltivare la terra, governare gli animali e ad arrangiarsi al meglio. Per i fratelli Carrara la montagna fu la loro vita, la guerra la loro morte.

    Il primo a scomparire fu Fermo (1896). Del 5º btg. Val Camonica, venne dichiarato disperso il 2 agosto 1916 nelle Alpi Giulie, dopo l’attacco sul Monti Cukla e Rombon, quota 2.105, al confine con la Slovenja. Aveva 20 anni. L’alpino Massimo Peloia (Gruppo di Saronno), consultando il diario storico del battaglione conservato a Roma, ha scoperto che il “2 agosto 1916, nella notte un’ardita pattuglia, composta di 2 ufficiali e 6 alpini della 252ª compagnia alpina, tenta di scendere dal Romboncino per raggiungere Val Mozenca e colà conoscere appostamenti e difese nemiche. Il tentativo fallì; rientrarono tutti meno un soldato che precipitò sfracellandosi”. Ebbene questi era Fermo Antonio. Il rapporto manoscritto di una pattuglia in ricognizione sul versante settentrionale del Rombon, datato 6 agosto 1916, precisa: “Ricognizione sul versante settentrionale del Rombon.

    La sera del 4 corrente una pattuglia composta di due subalterni ed alcuni militari di truppa della 252ª compagnia è partita allo scopo di rintracciare il cadavere del soldato Carrara Fermo della stessa compagnia, precipitato dalle rocce del Romboncino la notte dal 1 al 2, e di studiare la possibilità di giungere sul rovescio della cima Rombon, passando da Val Mozenca. Detta pattuglia, rientrata ieri sera, ha riferito di non essere riuscita a scorgere il cadavere del Carrara e di non aver potuto proseguire a causa di insormontabili difficoltà stradali”. I suoi resti sono ancora tra le rocce del Rombon. Poi toccò ad Enrico (1897) del 229º Fanteria, brigata Campobasso, Milizie mobili. Venne dichiarato morto il 14 maggio 1917, pure lui a 20 anni, “per esplosione di granata durante la presa del Monte Santo”, montagna a nordest di Gorizia, ultima propaggine dell’Altopiano bagnato dal fiume Isonzo che faceva parte del fronte del Carso.

    Era la decima battaglia dell’Isonzo. La relazione della battaglia attesta che “nulla rimase più di lui”. Quindi cadde Agostino (1886), sposato dal 1913 con Gioachina Carrara, alpino del btg. Edolo. Si spense il 23 giugno 1918 a 32 anni, colpito alla nuca da un cecchino austriaco mentre si recava al rifornimento di acqua sulla cresta dei Monticelli orientali, quota 2.992. Fu sepolto con una croce di legno nel cimitero di Ponte di Legno “in quarta fila del Campo destinato al seppellimento dei soldati Caduti e precisamente il quarto tumulo a destra della stradella”. Purtroppo durante la riesumazione, nel 1936, per portare tutti i Caduti nel sacrario del Tonale, i suoi resti vennero dispersi. Infine il primogenito sergente Elia (1883), dopo aver svolto il servizio militare nel 5º Alpini, si sposò ed emigrò in Francia come muratore. Venne richiamato alle armi il 7 aprile 1915.

    Di lui è rimasta una lettera inviata da Edolo al cognato Vincenzo il 12 aprile: “Caro cognato ti fò noto che mi trovo qui a Edolo fino a nuovo ordine e qui si aspetta che il giorno di andare a prendere la bandiera (…) qui ne aspetto degli altri quanto prima, qui vicino c’è neve ad abbondanza e fa ancora freddo. Io ti saluto e fatti coraggio, dei tuoi coscritti sono già due mesi che sono qui sotto e te sei stato ancora fortunato fino a ora. Saluti alla tua famiglia (…) 252ª compagnia Battag. Valcamonica Edolo”. Sopportò 41 mesi al fronte sul Rombon con il battaglione alpini Valcamonica, fu ferito ad un ginocchio l’11 maggio 1916 durante un attacco alla vetta, come risulta dai verbali del battaglione, redatti dal cappellano, tenente don Giuseppe Canova, bergamasco, coscritto e amico del sergente.

    Il cappellano don Canova cadde poi il 13 giugno 1918 sulla Cima Cady. Celestino Elia, mandato in congedo illimitato il 28 dicembre 1918, tornò a casa notevolmente debilitato, sia per le ferite subite che per i traumi psichici conseguenti alla perdita dei tre fratelli. Morì il 1º luglio 1932 a soli 49 anni. Il più piccolo dei fratelli Carrara, Bernardino, fu uno dei Ragazzi del ’99, inviato al fronte nel giugno del ’17 quando gli erano già morti due fratelli, venne inquadrato nel 5º Alpini, battaglione Edolo, mandato poi in congedo il 7 aprile del 1920. Fu l’unico dei fratelli a morire di vecchiaia a 87 anni, nel 1986. Il 22 aprile 1970 Bernardino ricevette, insieme agli altri reduci, il Diploma e la Medaglia di Combattente, medaglia ricordo in oro per il 50º anniversario della fine della Grande Guerra, insieme alla Croce al Valor Militare e all’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto.

    Scampò alla chiamata alle armi solo l’ultimogenito, Basilio, nato nel 1902. Il papà Angelo (1851), sposato con Giovanna Maddalena (1859), morì di crepacuore il 18 ottobre 1918, quando era ancora al fronte il quinto dei figli. Commenta Aurora Cantini: “Per la mamma Giovanna Maddalena al dolore per la morte dei figli e del marito si unì uno strazio ancora peggiore: i corpi di tre dei suoi figli caduti non vennero mai ritrovati e i tre ragazzi mai più fecero ritorno a casa, mai più la madre poté piangerli su una tomba nel cimitero del paese, mai più poté avere almeno la consolazione di deporre un fiore o recitare una preghiera davanti alla loro lapide. Nessun funerale per loro, nessun corteo, nessuna cerimonia ufficiale. La madre morì il 9 maggio del 1942, senza mai aver superato del tutto la tragedia dei figli”.

    Luigi Furia