Scritti… con la divisa

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    Questa volta iniziamo con l’ultima lettera dell’alpino Vittorio, bergamasco, disperso in Russia. È uno scritto datato 8 gennaio 1943, quando è già iniziato per alcuni reparti italiani il ripiegamento, indirizzato al papà per esprimergli il proprio amore filiale che tra montanari talvolta si mascherava per dare ad intendere di essere un “duro”. Ora Vittorio, nonostante la ancor giovane età, si ritiene un uomo maturo e si sente di dire al papà che ha sempre delegato la moglie a scrivergli: “Se avete tempo scrivete una volta”, frase aggiunta in testa al foglio.

    L’inizio della lettera è un “caro tata”, vocabolo ancora in uso nelle vallate bergamasche che gli esperti dicono di origine latina. Infatti Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.), uno dei più importanti e facondi scrittori latini, usa questo termine (tata) per papà, babbo, babbino. Vittorio precisa che la lettera è stata pensata e scritta solo per “voi”, un “plurale maiestatis” per sottolinearne l’autorità, un atto d’amore filiale, di rispetto: “La mia intenzione sarebbe di scrivere una lettera per voi, tutta per voi e con questa mia spero di riuscirci, voi sapete bene che io non sono avvocato né giornalista, cercate di appropriarvi di queste mie parole che, se non sono grandi, in compenso vengono dal cuore e da un amore che voi conoscete e del quale ne siete il fattore”.

    Sotto le armi ci sono tre fratelli: “La nostra casa sta attraversando un periodo assai triste, Guido prigioniero, Giorgio di nuovo richiamato e io qua tanto lontano. Il vostro spirito di genitore, anche se già temprato dai disagi dell’altra guerra, che anche allora aveva provato tanto la nostra famiglia, avrà da soffrirne, io lo capisco. È questo che più mi tormenta, il sapervi triste e dover lavorare da mattina a sera col pensiero turbato sulla sorte dei vostri figli”.

    Poi ricorda le fatiche sostenute dal papà, boscaiolo, per mantenere la famiglia, e si rammarica di non averlo aiutato come dovuto: “Io poi, rammentando i sacrifici che avete fatto per me, anche nell’ultimo anno di mia permanenza a casa, sento di esservi unito più che mai: ricordo bene quando, io stavo nel tabiòt (capanno di caccia) a divertirmi, voi eravate di passaggio coi carri della legna e sempre di corsa, e per chi poi? Per voi no. Tutto per noi, per me, voi oramai non ne avevate più bisogno per vivere”.

    Infine la speranza con tanti patemi nel cuore: “Altri sacrifici avete fatto e farete, fatene ancora e abbiate fiducia che noi torneremo, torneremo per portarvi con le nostre braccia l’aiuto ed il riposo giusto e necessario per un corpo che instancabilmente si è prodigato per il benessere della famiglia da lui creata e allevata. A voi e alla mamma un grande saluto affettuoso da chi sempre vi ricorda”.

    Dopo quella lettera, più nulla, senza sapere che fine abbia fatto il figlio Vittorio né a chi chiedere notizie. Sulle vicende delle truppe italiane in Russia vi sono state anche situazioni particolari che hanno visto reparti cambiare inquadramento, passando a reparti alpini, come è successo alla divisione Vicenza, costituita il 10 marzo 1942 e poi inviata sul fronte russo.

    Il 3 dicembre 1942 il generale di Corpo d’Armata Gabriele Nasci emana le disposizioni per la dislocazione della divisione Vicenza a Morozovka, vicino a Rossosch. Il concentramento viene completato attorno l’8 dicembre 1942 e nella stessa data (la divisione) passa alle dipendenze del Comando Corpo d’Armata Alpino, diventando di fatto reparto alpini, e prende posizione tra le Divisioni Tridentina e Cuneense, seguendone poi le vicende.

    La Divisione Vicenza alla fine del 1942 stimava un organico di 10.466 soldati, tra ufficiali, sottufficiali e fanti e nella conta fatta a Gomel, fuori dalla sacca, nel febbraio 1943, 7.760 uomini mancavano all’appello. Ebbene tra questi vi era anche il sottotenente medico Egidio Picco di Monza, passato alle dipendenze del Corpo d’Armata Alpino.

    Scrive il 16 dicembre alle carissime zie: “Il tempo è freddissimo ed i piedi protestano un po’, ma vedo che il fisico resiste […] la neve è alta circa 50 cm., gelata […] la gente di Russia sempre uguale, sempre ospitale […] la nostra Div. è entrata a far parte del Corpo d’Armata Alpino, comprendente le Div. Alpine Julia, Tridentina e Cuneense […] a giorni entreremo in linea di seconda schiera alle div. Alpine che sono schierata sul Don: si comincerà la vita dei camminamenti e delle trincee sotterranee […] Il morale è sempre alto, la salute buona, di mensa penso che non se ne parlerà più per molto tempo: si mangia col soldato e quello del soldato; debbo convenire, come del resto ho fatto presente ai miei superiori, che talvolta è poco”. La lettera del 17 dicembre 1942 è indirizzata alla “carissima Silvia”, una delle sorelle, alla quale descrive gli alloggi: “Immaginati una serie di robuste camerate sotterranee unite da un corridoio, pure sotterraneo, con tanto di finestre, porte, stufe, ecc. ma tutto sotterra dai tre ai sei metri. Di cui alla superficie non sovrasta che una leggera cupoletta quasi invisibile. Qui passeremo l’inverno se non occorrerà sloggiare prima per l’una o l’altra ragione. Dove siamo ora ci sono gli alpini […] e noi, allenati sui monti di Gandino e di Borno, cercheremo di non sfigurare. […] Quanto alla mia giornata è sempre delle più attive giacché ho ancora delle compagnie distaccate e, permettendo o no il freddo, devo andare a trovarle. Mi son fatto ormai specialista in slitta […] Ti ringrazio per gli auguri di Natale che io passerò in trincea. In quel giorno riandrò alle molte memorie, care memorie di tempi passati, ma sempre belli, anche se stavolta avrò motivo di piangere. Grazie della tua preghiera e fatti coraggio. Saluta tutti quanti in casa. A te un affettuoso abbraccio e un lungo bacione. Il maglione lo metterò il giorno di Natale così mi sembrerà…”.  Questi puntini messi alla fine della lettera dicono molto… dicono tutto… sanno di ultimo abbraccio.

    Anche le altre lettere al papà, vedovo, e alle sorelle Silvia e Lina e al fratello Enrico, senza allarmare i familiari, lasciano trasparire le sue preoccupazioni. Nell’ultima sua lettera alle zie – 31 dicembre 1942 – ricorda la mamma e accenna alla situazione drammatica: “Sto osservando le immagini della mamma in un momento di quiete, qui sottoterra, che non mi sembra nemmeno di essere così lontano dalla nostra casa, così nel pericolo, in vista del nemico. E guardando queste immagini trovo che quella vostra mi piace di più, è più vicina a me, è più reale alla sua figura, è più eloquente. […] Anch’io penso che avrò ora molte cose nuove e forse non sempre rosee da dirvi, ma non allarmatevi”.

    Infatti Egidio Picco non torna, l’ultima sua “cartolina postale per le Forze Armate” porta la data del 6 gennaio 1943 ed è indirizzata ancora alle “carissime zie Angela e Savina”, poi più nulla.

    Il papà Enrico continua a cercare notizie interpellando per anni reduci di Russia, tra cui Dante Mastronardi di Macerata che il 27 luglio 1946 risponde: “Le dirò subito che il povero Egidio, mio caro amico, medico del mio battaglione, fu fatto prigioniero con me, con il grosso insomma del Reggimento, a Warwarowka il 23 gennaio ’43. Si disse, con quel caos che avvenne, che ad egli fu dato il compito di organizzare una specie di ospedale in una chiesa abbandonata, per dare la prima assistenza ai moltissimi feriti e congelati. Noi col colonnello Romeres in testa, maggiori e quasi tutti gli altri ufficiali del reparto, fummo avviati verso l’est, a piedi, affamati, con freddo intensissimo, insomma cominciò la nostra odissea. Egidio nella colonna non c’era, né mai più l’ho visto, né sentito di lui in prigionia. Poi scoppiò la tremenda epidemia del tifo petecchiale e la mortalità raggiunse la spaventosa aliquota del 92-93%. Non so proprio che dirle, ma credo, purtroppo, che la dolorosa deduzione è facile a farsi”.

    Di lui non si seppe più nulla ed il 15 luglio 1943 fu redatto il verbale di irreperibilità, in pratica “disperso”. Il sottotenente medico Egidio Picco aveva fatto un doppio giuramento, alla Patria e quello di Ippocrate, scritto dal maestro di Kos per coloro che praticano l’arte medica, ed a tutti e due è stato fedele fino alla morte.

    A cura di Luigi Furia