Scritti… con la divisa

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    Ogni anno, il 26 gennaio, si commemora la battaglia di Nikolajewka – l’ultimo combattimento dei soldati italiani per uscire dall’accerchiamento dell’esercito sovietico – ma tale battaglia non ci sarebbe stata se, circa un mese prima, la divisione Julia non si fosse sacrificata a Selenyi Jar per rallentare l’avanzata dell’Armata Rossa. Fu una strage. Tra i battaglioni della Julia c’era il “Val Cismon” che dal dicembre 1942 venne impegnato per fermare il nemico diretto verso Rossosch. Il battaglione giunse al quadrivio conteso la sera del 23 dicembre, prendendo immediato contatto con il nemico assieme a L’Aquila e sostenendo cruenti combattimenti con centinaia di morti. Bisognava fermare i russi a tutti i costi, bisognava salvare i compagni, gli amici. Gli alpini avevano armamenti leggeri, mentre gli assalti russi avevano l’appoggio di carri armati che fecero stragi tra gli italiani. In quei combattimenti caddero anche i fratelli Da Ros, Emanuele Santo (cl. 1919) e Antonio Ottavio (cl. 1921). Nati a Mareno di Piave (Treviso) e poi trasferitisi a Pez di Cesiomaggiore (Belluno), i fratelli appartenevano ad una numerosa famiglia di mezzadri: “razza Piave”, gente tosta, semplice e concreta. Ci scrive il nipote Luca: “I loro genitori erano Lorenzo Da Ros e Caterina Dall’Antonia che ebbero 13 figli, il “ceppo” originale era partito da Rugolo di Sarmede, lì nacquero i figli più vecchi, poi la famiglia si spostò a Mareno di Piave dove nacquero i più giovani compresi Emanuele, Antonio e mio papà Celio nel 1925; tra l’altro Emanuele era gemello di Vittorio che combatté in Grecia e riuscì a ritornare”. Il 15 dicembre 1942, alcuni giorni prima dell’attacco delle truppe russe, Santo scriveva al papà anche per conto del fratello: P.M. 202 – “Caro Padre, sempre ogni tanto vi mandiamo nostre novità e che la salute non ci manca, e voi? Spero sia sempre come al solito”. Poi lo informava che alla famiglia avrebbe dovuto spettare un sussidio: “Qui si sente che per i combattenti in Russia spetta il sussidio e, come disse il capitano, la differenza la fa il comune su quelle cose. Ce ne sono qui a miglior condizioni di noi e lo prendono e come vi ripeto è questione del comune, perché è pieno di debiti e allora trattiene i sussidi perché negli altri paesi alle vostre condizioni lo prendono […] Scrivete a Belluno, da una parte e dall’altra non stancatevi”. Al fronte al momento c’era calma: “Per la nostra situazione è sempre come al solito. Speriamo non si cambi e che continui così. E mia madre e Teresa stanno bene? Scriveteci di frequente e fateci sapere tante novità. Al primo momento che aprono i pacchi, lo sapete quello che dovete fare”. L’invio di pacchi era permesso solo in determinati periodi. “Anche per conto del mangiare non si può lamentarsi, dato le condizioni, si mangia due minestroni al giorno. È il pane un po’ scarso, ma è dappertutto così. […] Non state in pensiero per noi e datevi sempre coraggio. Speriamo che sia presto il nostro ritorno. Tanti saluti da chi sempre vi ricorda con affetto. Santo e Ottavio Da Pos. Ciao. Attendo sempre con ansia vostre notizie. Scrivete”. Il giorno dopo Santo scriveva di nuovo: P.M. 202 – “Carissimi tutti, in questi giorni abbiano ricevuto la lettera che scrisse Teresa ad Ottavio e eccomi io ora a rispondervi, non perché Ottavio non ha tempo ma si vede che questa volta ha meno voglia di me di scrivere […] Anche per quanto riguarda del freddo non possiamo lamentarci finora è stato abbastanza buono, si può dire che è quasi come da voi o meglio dire come dalle nostre parti. Quello che ci fa sentire la differenza è la guardia di notte”. Ed ecco farsi strada il bisogno di pregare: “Chissà che con l’aiuto del Signore continui sempre così e per conto delle bestemmie state sicuri che qui non se ne impara ma si impara a pregare. Sacrificatevi con la preghiera per noi perché il Signore abbia da aiutarci nei momenti del pericolo”. Poi i bisogni corporali: “Quello che ci farebbe bisogno e che ci mandaste qualche pacchetto, ma ora sono chiusi, ma al momento opportuno sapete cosa fare. Io non vi sforzo su questo motivo, fate voi di vostra coscienza. Qui il bisogno sarebbe grande. So che è difficile trovare della roba in questi momenti critici che ci troviamo, ma se potete trovare della marmellata o del formaggio, anche delle carte e buste e dell’inchiostro e fiammiferi”. Infine i saluti, gli ultimi, e la speranza: “Non state in pensiero per noi e datevi sempre coraggio. Tanti saluti da chi sempre vi ricorda… speriamo che al termine dell’inverno di ritornare in Italia. Santo e Ottavio Da Ros. Ciao”. È l’ultima lettera. Forse il caporale Santo ne avrà scritte anche altre, ma pochi giorni dopo scoppiò il finimondo e tutto si perse. Il 20 dicembre i russi sferrarono l’attacco alle postazioni alpine, il quadrivio di Selenyi Jar rappresentava un obiettivo strategico la cui conquista avrebbe consentito all’Armata Rossa di dilagare verso Rossosch, sede del Comando del Corpo d’Armata Alpino, prendendo alle spalle lo schieramento alpino sul Don. Gli alpini contrastarono i violenti attacchi a prezzo di perdite pesantissime. I fratelli Da Ros caddero la vigilia di Natale, il 24 dicembre 1942: Emanuele Santo al mattino, trafitto allo stomaco; Antonio Ottavio nel pomeriggio, colpito da una pallottola in fronte. I familiari per mesi non ricevettero loro lettere, non sapevano niente tranne il “si dice”, si preoccupavano, chiedevano alle autorità locali ma nessuno sapeva di preciso cosa era successo, finché il 19 febbraio 1943 arrivò una comunicazione alla “distinta famiglia Da Ros” a firma del maggiore Rino Marini del “Settimo Alpini”: “Apprendo la triste notizia che gli alpini fratelli Emanuele ed Antonio Da Ros sono eroicamente caduti sul fronte russo, immolando simultaneamente le loro giovani esistenze nell’adempimento del dovere”. Ai familiari non restò che piangere. La famiglia rimase a Pez fino al 1951, in quel periodo due fratelli si fecero sacerdoti, altri si sposarono e si stabilirono in altre zone del feltrino, mentre i genitori con Celio, l’ultimo della nidiata, si stabilirono a Santa Giustina. Ed è qui che nel 1993 i resti di Emanuele Santo, rimpatriati da Onorcaduti, vennero tumulati nel cimitero del paese. Dopo il rito funebre, organizzato dal Gruppo alpini del paese, il fratello Celio raccontò dell’ultima volta che erano tornati a casa in licenza: “Ci avevano aiutato nei prati a falciare il fieno, poi sono ripartiti un po’ tristi e malinconici. Forse con la premonizione che non sarebbero più tornati”. E così è stato. I resti di Antonio Ottavio, essendo mescolati con quelli di altri Caduti, non sono stati riconosciuti con certezza assoluta e si trovano a Cargnacco, dove svetta il Tempio che ricorda e celebra le Divisioni ed i reparti dell’Armir, Caduti lontani dalla Patria con la Patria nel cuore.

    A cura di Luigi Furia